Ogni addio è un esilio: Stella nera di Marisa Bulgheroni

Eleonora Daniel

Tra gli esempi che riguardano gli atti linguistici e la loro classificazione uno ricorre con particolare frequenza: la frase rituale che accompagna il matrimonio come atto linguistico performativo. «Prendo te come mia legittima sposa/mio legittimo sposo» è cioè, secondo J.L. Austin per primo, un’asserzione che mette in atto qualcosa, che tramite il solo enunciato riesce a intervenire sulla realtà, modificandola. Come successivamente sviluppata da J.R. Searle, invece, la teoria degli atti linguistici vedrebbe cadere il verbo sposare sotto la categoria dei verbi dichiarativi. Questi ultimi sono verbi che modificano la realtà in quanto la realtà stessa ne concede loro il potere: devono esistere delle istituzioni extralinguistiche, unite al contesto, a garantirlo (tornando al nostro esempio, un notaio o un prete). Un’eccezione a tale meccanismo è costituita dagli atti dichiarativi sovrannaturali («E luce fu»), cui possono essere ricondotti gli incantesimi – il fiat biblico portato a esempio dal linguista, in fondo, altro non è che l’incantesimo cosmogonico più famoso al mondo.

A partire da queste premesse è possibile inquadrare Stella nera di Marisa Bulgheroni (il Saggiatore, 2020), indagando il telaio su cui nel suo ultimo volume l’autrice ha tessuto amore e ricordi: il matrimonio come «isola linguistica», il libro come «incantesimo».

Scrivere è spostare i confini

«Il matrimonio è, per me, anche una lingua per due soli parlanti, un’isola linguistica. Chi perde l’altro o l’altra avrà perso un universo che soltanto quella lingua poteva nominare. Dovrà parlare da solo o con l’ombra dell’altro».

L’attenzione alla parola di Marisa Bulgheroni non è solo l’attenzione della scrittrice – che alla parola affida il ricordo di un marito venuto a mancare dopo sessant’anni di vita insieme –, e non è solo il delicato compito di fedeltà al passato. La parola per l’autrice è il fulcro del rapporto tra i coniugi. In primo luogo nella quotidianità autoevidente: lei scrive, Ennio legge edita sprona, ha una passione per i giochi di parole; quando sono insieme raramente tacciono (arrivano persino a sentirsi chiedere da un’altra coppia, una sera in viaggio, di insegnare conversazione).

Ma le parole sono il centro della relazione anche e soprattutto nel modo di concepire l’amore. L’autrice istituisce un vincolo tra sentimento e comunicazione: il matrimonio e la vita di coppia si trasformano in un territorio di cui condividere il linguaggio ed è questa possibilità di condivisione che perpetua e realizza il legame. Amare è trovare un nome alle cose e saper nominare è amare; Bulgheroni non costruisce un sillogismo ma un uroboro, che al venir meno dell’altro condanna chi resta a un muto esilio.

Alla scomparsa (della voce) del marito Ennio, capace di rendere le parole «fisiche come chicchi di grandine, come polline in volo», Marisa Bulgheroni sceglie di rispondere con ostinazione, rifiutando la condanna al silenzio della solitudine e componendo il suo incantesimo: «Scriverò finché non ritornerò a udire la tua voce».

Stella nera diventa così non tanto un libro di memorie di vita a due, quanto l’insistenza ossessiva di un monologo che cerca di farsi dialogo con l’obiettivo di vincere (e non di elaborare) il lutto – e il rischio di rispondere al mutismo con la miopia. Marisa scrive per sentire ancora la voce di Ennio, e questo voto detta la circolarità del volume, che si apre con una precisa dichiarazione di intenti, si sviluppa come formula magica creando una frattura tra la vita presente e il ricordo del passato, e termina con l’avverarsi del desiderio: «Trasalii a un suono familiare eppure remoto: la tua voce tornava a parlarmi incessante».

In quanto lungo incantesimo, Stella nera si fa atto performativo: la narrazione riesce ad annullare il silenzio del coniuge defunto, creando un universo con piani di osservazione inediti. La scrittura si inserisce sul confine tra vita e morte non per consentire alla donna di seguire il marito nella morte, né per concedere al marito di tornare alla vita, bensì per stabilire un nuovo vociante confine, da cui tornare a decifrare, insieme, il mondo e la sua lingua.

«Come se, in una pausa, ascoltassimo insieme, per decifrarlo, quel silenzio carico di parole».

Incantesimo e pensiero magico

Pur trascendendo la sua componente memoriale, Stella nera rimane almeno in parte il racconto di una vita. Un racconto condotto a salti, in cui la poesia melanconica della solitudine – dove trovano spazio incantesimo ed esilio e il libro si fa più simile a un dolente scambio epistolare – si alterna alla mitologia del ricordo. Viaggi di coppia, matrimonio e primo incontro sfilano, accanto a episodi da nulla, dalla voce dell’autrice, che comunque non risparmia il resoconto della malattia (la «stella nera» del titolo altro non è che un melanoma) nella sua quotidianità, affrontando la perdita della vista come la necessità degli infermieri, la diagnosi, le cadute e l’indebolimento di un corpo «folletto», la morte.

Un intenso gioco di richiami letterari (e non solo) arricchisce e aggiunge spessore al testo. Dante, Melville, Yourcenar, Dickinson, Rilke sono solo alcuni dei nomi che compaiono tra le pagine di Stella nera. Con tutti loro la voce narrante instaura un confronto, che si fa sempre più serrato con un’autrice in particolare: Joan Didion.

Con la morte del marito John Gregory Dunne, Didion inaugura L’anno del pensiero magico. Anche per lei l’esperienza di questo specifico lutto (dichiarato non paragonabile a quello di genitori e parenti stretti, ma sommato alla malattia della figlia) porta con sé un sortilegio. Si tratta però non di un atto magico compiuto da chi resta: il sopravvissuto ne è piuttosto vittima. La morte-sortilegio di Didion annulla la presenza fisica disgregandola e spargendola su ciò che rimane, ma infine esige la sopravvivenza, l’elaborazione che Bulgheroni rigetta. Anche Didion inizialmente desidera il ritorno del marito defunto, tanto da osservarne paralizzata le scarpe vuote («avrebbe avuto bisogno di scarpe, se doveva tornare»); quando scrive, però, lo fa per «tentare di raccapezzarsi», superando perfino il disperato tentativo di ricostruire dinamiche non ricostruibili. John non potrà tornare indietro, perché non ha le scarpe; lei invece sì: dovrà tornare a camminare.

Bulgheroni sceglie di non accettare la separazione fin nei risvolti contenutistici più evidenti: la sua narrazione non affronta distacco e rinascita, rifiuta la vedovanza; non parla, in fondo, di sé, ma trasforma il suo libro in una lunga vocazione al marito. Per tornare in definitiva agli atti linguistici, si potrebbe dire che la strada scelta da Didion, più che semplicisticamente razionale, è una strada che sceglie la modalità assertiva: per quanto magico, Didion accoglie il pensiero, Bulgheroni persiste nell’incantesimo.