Mestruazioni: un miracolo mensile. Questo è il mio sangue, di Élise Thiébaut

Antonio Zaccone

La giornalista francese Élise Thiébaut è autrice di un saggio brillante e ironico, Questo è il mio sangue. Manifesto contro il tabù delle mestruazioni (Einaudi, 2017), il cui sottotitolo originale comunica meglio il fine dell’opera: Petite histoire des règles, de celles qui les ont e de ceux qui les font. Per chi non fosse avvezzo al francese, règles, che nella più immediata traduzione significa «regole», è voce comune per indicare le mestruazioni. Letteralmente, il sottotitolo recita dunque di quelle che le hanno, le mestruazioni, e di quelli che le fanno, le regole, appunto, intorno al ciclo. E ceux, non a caso, è aggettivo dimostrativo maschile: non sorprenderà che a fare le regole, persino sul ciclo, siano gli uomini, direttamente o indirettamente, pur non essendo forniti né di utero né di ovaie.

Per iniziare, una distinzione che aiuterà a inquadrare ancora di più l’importanza del saggio di Thiébaut: ciclo e mestruazioni non sono sinonimi.
Il ciclo è quell’autorevole e affascinante processo fisiologico che consiste nella maturazione e preparazione all’eventuale fecondazione di una cellula, l’ovocita; è distinto in quattro fasi, la prima delle quali corrisponde alle mestruazioni. Resta tuttavia ancora ignoto il motivo per cui la donna abbia ogni mese le mestruazioni e queste non siano, come per altri mammiferi, programmate in certi periodi dell’anno.
Thiébaut sostiene nella sua tesi, incurante del ben pensare e dal linguaggio schietto e senza censure, che le mestruazioni rappresentino il massimo tabù intorno al corpo femminile (e non solo), nonostante queste occupino un quarto della vita della donna per quasi quarant’anni, dalla pubertà alla menopausa. Il disagio comporta un distanziamento fisico, morale e psicologico della donna a livello personale e interpersonale, una forma di isolamento temporaneo che affonda nella notte dei tempi; valga come esempio il romanzo di eccezionale portata che è La tenda rossa di Anita Diamant: in epoche antiche, quando la donna aveva le mestruazioni, veniva isolata in una tenda, in una capanna o, in tempi ancora più remoti, in una grotta, possibilmente insieme ad altre donne – un costume in verità ancora in uso in alcuni paesi dell’Asia centrale.

Il saggio di Thiébaut costituisce un’analisi indispensabile sulle mestruazioni nei termini di un tabù molto radicato nel tessuto sociale contemporaneo. Tabù è l’unione di due parole polinesiane: ta vuol dire «segnare» o «marcare», e pu denota l’intensità, significato accolto dal greco «stigma». Ora, che il tabù abbia una non indifferente influenza maschile è cosa nota, pur tuttavia non si può fare a meno di considerare anche alcuni contributi controproducenti, ai fini della liberazione da questo specifico tabù, da parte di autrici, come sottolineato a proposito di Simone de Beauvoir, che così afferma ne Il secondo sesso: «Nella fanciulla nasce o aumenta il disgusto del proprio corpo troppo legato alla carne. E passata la prima sorpresa, il fastidio di ogni mese non si cancella: ogni volta la fanciulla ritrova lo stesso disgusto per quell’odore scipito e marcio che sale dal suo corpo».

Una tale demonizzazione delle mestruazioni ha origini piuttosto antiche, e il dito è da puntare per primo su Ippocrate. Il medico greco aveva osservato stati di malessere su molte donne, tra cui emicranie, crampi, sbalzi d’umore, che cessavano con l’arrivo delle mestruazioni; la conclusione era il necessario sanguinamento per stare bene. «Se a una donna non vengono le mestruazioni, un’emorragia dal naso è buona cosa», così nacque la deleteria pratica del salasso. Ma la tossicità del sangue mestruale è sopravvissuta in tempi sorprendentemente recenti, radicandosi nell’immaginario popolare e paragonando lo stesso al veleno di serpente, animale non a caso associato alla femminilità.

Donna e serpente sembrano essere sempre andati d’accordo. L’immagine più immediata è quella del sodalizio tra Eva e il serpente dell’Eden, splendido per varie ragioni. Innanzitutto, il serpente è un viatico essenziale per la conoscenza che viene affidata alla donna, una voce morta sul nascere e messa a tacere da un presunto quanto inspiegato castigo che la condanna a moltiplicare i dolori del parto, come suggerisce la Genesi. Il secondo ambito di associazione tra donna e serpente è meno superficiale e ricorre ad alcuni caratteri che farebbero capo a immagini quasi inconsce: l’incedere sinuoso del serpente è paragonabile alla conformazione curvilinea della donna, e la familiarità tra i due esseri è tanto più evidente se si associa la tossicità del veleno ofidico al sangue mestruale, che, secondo illuminati pseudo-scienziati dell’antichità (quali Plinio il Vecchio), aveva il potere di far appassire le messi. Ma l’aspetto più affascinante è una sorta di palingenesi condivisa dalle due specie in senso fisiologico, un processo di rinnovamento periodico che nel serpente corrisponde alla muta e nella donna, per l’appunto, al ciclo mestruale.

Antropologicamente parlando, l’autrice si sofferma su una bellissima quanto sconosciuta scoperta che ha avuto luogo in Ucraina, nel sito paleolitico di Gotsy. Qui, sono state scoperte delle incisioni su pietra e avorio che avrebbero avuto funzione di calendari lunari; a creare questi calendari sarebbero state proprio le donne, che, attraverso il calcolo delle mestruazioni e delle gravidanze, sarebbero state all’origine dell’invenzione della matematica.
Luna e ciclo mestruale vanno a braccetto fin dalla notte dei tempi, vista la quasi esatta corrispondenza tra fasi lunari e fasi del ciclo in 29,54 giorni terrestri, se si fa capo, inoltre, all’etimologia di mestruazione da mes, cioè «mese», a sua volta dalla radice indoeuropea mehns che vuol dire «luna», ravvisabile nelle inglesi moon e month.

Sono sbarcati i russi, è arrivata la zia, il cugino, il marchese: i modi di dire per non dire di avere le mestruazioni danno adito a fantasie scaramantiche e all’allontanamento dell’oggetto in questione. Un’altra espressione francese è avoir ses ourses o ses ours, «avere le orse» o «gli orsi», per la quale si pensa a uno slittamento linguistico da avoir ses jours, «avere i propri giorni», anche se alcuni propendono per riportarla ad Artemide, il cui nome significa «orsa possente».
Il legame tra l’orsa e Artemide soggiace a un mito: avendo un’orsa trovato rifugio nel santuario di Braurone, consacrato alla dea, ed essendo stata addomesticata dai visitatori, accadde che questa ferisse una bambina e venisse uccisa dai fratelli di lei. Artemide, offesa, scagliò la peste sulla vicina Atene. Le giovani ateniesi, per rimediare al torto, furono mandate a Braurone per imparare a essere sagge come delle orsette; in cambio, la dea prometteva loro dei parti senza dolore.
Artemide era assolutamente vergine e si circondava esclusivamente di donne e, agli occhi degli antichi greci, non era una vera e propria donna, perché non contraeva matrimonio né partoriva. Ad Artemide, inoltre, è cara Ifigenia, che, in alcune versioni del mito, salva poco prima del sacrificio orchestrato da Agamennone, sostituendola con una cerbiatta.

Il mito di Ifigenia ha la sua controparte nel biblico sacrificio di Isacco. Sarah era sterile, ma Dio le concesse «ciò che avviene regolarmente alle donne», come recita l’Antico Testamento. Quando Abramo riceve l’ordine divino di uccidere il figlio, il patriarca non esita a ubbidire, ma tutto si risolve con l’intervento di un angelo e la sostituzione di Isacco con un agnello. Di Maria, invece, si diceva che non avesse mai avuto le mestruazioni, una forma di deprivazione di certa femminilità che fa assurgere la Madonna a un’immagine feticistica di purezza artificiale, plasmata ad hoc per un culto.
L’istituzione di un Dio patriarcale prevede la messa al bando del sangue mestruale e agli uomini, che non sanguinano, si chiede che l’alleanza passi attraverso la circoncisione, atto che Abramo esegue su Isacco.

Il tabù del sangue mestruale passa per una duplice accezione: da un lato viene taciuto, dall’altro suscita un sentimento di sacro e di divino, senza dimenticare, per questo alone di fascino che pur possiede, come possa essere invidiato dagli uomini.

«Fa eco abbastanza logicamente una stigmatizzazione delle mestruazioni in tutti i grandi testi delle religioni monoteistiche. Perché il racconto si reggesse in piedi, bisognava infatti che il sangue femminile diventasse «maledetto». E la condizione più essenziale, quella che avrebbe assicurato questa vittoria simbolica, consisteva nel far sì che la donna si vergognasse della sua stessa natura biologica, e nascondesse agli occhi del mondo il sangue che colava dal suo utero. Il tempo in cui le donne primitive si rinchiudevano per qualche giorno in una capanna a sanguinare in pace, prima di uscire di nuovo con il volto macchiato di sangue mestruale per indicare agli uomini che potevano cominciare il periodo degli amori, assunse un aspetto più restrittivo. Invece del sangue, per truccare la bocca fu inventato il rossetto. Ma le religioni monoteiste, che non sempre sono amiche del sesso ricreativo, hanno optato ben presto per un approccio meno cosmetico».

Rimanendo sul tema monoteistico, l’assurdità concettuale più evidente rimane la capacità di un Dio maschile di procreare: se gran parte del mondo cattolico ammette ferocemente l’esecrazione e il biasimo di attitudini “contro natura” a fronte dell’accettazione passiva dei dogmi, non si spiega comunque come Dio possa donare la vita in qualità di maschio. In quanto riflesso in uno specchio in cui la porzione maggiore è occupata dall’uomo, la donna ha mera funzione mediatrice di tale procreazione, è surrogata dell’uomo: la Vergine Maria, in tal senso, è il puro mezzo di un’insoddisfazione (e un’invidia) tutta maschile che critica la donna per impurità presunte, che servirebbero a mantenere il controllo demografico sul clan di appartenenza, antropologicamente parlando.

Il bipolarismo tra celebrazione e censura delle mestruazioni appare chiaro laddove la società affonda in strutture fortemente patriarcali. Ma comunque, qualora si parli di celebrare il ciclo mestruale, lo si fa proprio secondo caratteri quasi magici, oggettivando la donna in termini di essere superiore, inarrivabile e angelicato, e disumanizzando in tal modo il suo essere pienamente terreno, presente e indiscutibile. Ci provò Giovanni Paolo I, nell’Angelus del 10 settembre 1978, a rendere logica la genitorialità di Dio, definendolo Madre, più che Padre; tentativo bocciato da invereconde e scandalizzate reazioni cardinalizie e sottoposto a una sorta di damnatio memoriae da parte di Benedetto XVI. Sic transit gloria mundi.

Il ciclo mestruale come forma di biasimo non si arresta nel mondo contemporaneo. Nel 2015, l’atleta Kiran Gandhi partecipò alla maratona di Londra correndo per 42,195 km pur avendo le mestruazioni. Famose sono diventate le foto che la ritraggono entusiasta e con il cavallo della tuta macchiato di sangue, fatto che venne definito unladylike, traducibile con l’ingrata perifrasi «non da signora». Kiran Gandhi ha accolto la sfida per combattere la stigmatizzazione di cui le donne sono vittime in tutto il mondo, persino nei paesi occidentali, e dimostrando che la donna mestruata è capace di fare qualsiasi cosa, a dispetto di chi lo neghi. Ma perché non si è messa un assorbente?, potrebbe chiedere il suscettibile cittadino medio. Ebbene, non sarebbe stata una sfida, ma se vogliamo proprio parlare di assorbenti…

Le donne li utilizzano fin dall’antico Egitto, dal cui passato si tramandano testimonianze di assorbenti fatti in lino o papiro; l’assorbente interno o Tampax si afferma a partire dagli anni ’50 e, se non vi siete mai chieste di cosa sia composto, potreste rimanerne infelicemente allarmate.
Negli anni, la composizione degli assorbenti è cambiata: dal cotone si è passati alla cellulosa candeggiata con cloro, fibre sintetiche, polveri assorbenti derivate da idrocarburi, plastica, profumi e sostanze deodoranti. Del cotone nemmeno il ricordo del suo fantasma. Secondo l’autrice, si parla di «reincanto del settore» in termini di cosmesi, che con l’igiene o la protezione ha poco a che fare.

Il marketing intorno all’igiene femminile induce le donne a credere di dover necessitare di prodotti soltanto perché “glamour” e la minima modifica al solito assorbente maschera l’unico fine: vendere, e a costi dannosi non solo per le donne, ma anche per l’ambiente. La sindrome da shock tossico o TSS è una rara ma possibile complicanza dell’uso dell’assorbente interno, correlato alla diffusione di un’infezione da Staphylococcus aureus, che può portare a una grave infezione sistemica e, nei casi più gravi, anche all’amputazione, per esempio degli arti inferiori. La mobilitazione delle donne negli Stati Uniti, a partire dagli anni Ottanta, ha spinto a un controllo più severo sulla composizione delle protezioni intime, scoprendo di fatto la presenza da venti a trenta componenti chimici di cui non si fa menzione sulle confezioni nemmeno oggi. Certo, dei passi in avanti sono stati compiuti e la protezione intima comincia a puntare al riciclo, come gli assorbenti in cotone lavabili in lavatrice o le coppette mestruali, che di certo non inquinano come i classici assorbenti.

Secondariamente, alla necessità (imposta?) della protezione periodica cominciano a diffondersi comportamenti anticapitalistici e anti tabù, come quello di non indossare assorbenti o persino di trattenere il sangue mestruale come fosse urina e rilasciarlo al momento opportuno, con il cosiddetto flusso istintivo libero: difficile, ma non impossibile, a quanto sembra.

Ma il tabù non riguarda solo il corpo femminile, dato che anche gli uomini transgender che non abbiano attuato una transizione completa hanno il ciclo, con inquieto benestare delle cosiddette TERF (Trans-exclusionary Radical Feminism), le quali, infervorate da un immaginario inconsciamente maschilista delle mestruazioni, attribuiscono femminilità a chi donna non si sente.
Di contro, non lo hanno le donne transgender, donne a prescindere dalla biologia del loro sesso di nascita, non conforme al genere in cui si riconoscono.
È un terreno delicato, come si avrà avuto modo di percepire, quello del ciclo mestruale, stigma e orgoglio di un potere procreativo che, in questo caso, denatura l’importante percorso della comunità transgender: cosa definisca l’essere donna o l’essere uomo è connaturato al sentire dell’individuo che affronta il suo percorso di transizione in maniera autonoma, e non c’è Imma Battaglia o J.K. Rowling che tenga.