Al compagno G.

Chiara Pazzaglia

Da qualche tempo a Roma ci sono diversi posti che abitualmente frequento e che puntualmente chiudono. C’è il Metropolitan in Via del Corso. Era uno dei più bei cinema di Roma, una sala spaziosa, quasi un piccolo anfiteatro, i film proiettati in lingua originale. Ora è abbandonato, non c’è più nessuno. Fotografo la porta già sprangata e l’insegna che sta cadendo. Sul muro c’è l’umidità, sono infiltrazioni d’acqua. Oggi a Roma piove e i muri vecchi non reggono. Io da un po’ di tempo ho paura della pioggia. Mi allontano guardando distrattamente le vetrine di Via del Corso, i ragazzi che sciamano.
Hanno chiuso tutti i cinema che stavano per conto loro, quelli in una stradina fra una banca e un barbiere, quelli invisibili. Giacciono chiusi, ormai spogli, prossimi alla distruzione. Al Cinema Gioiello riesco a vedere l’interno. Da un lato c’è una fila di sedie, quelle sedie pieghevoli dei cinema antichi, di legno e con la placchetta con il numero sullo schienale. Le emozioni sono ora spirali di vuoto. Giro la città e fotografo i bar che avevo visto brulicanti di vita, e che uno dopo l’altro hanno chiuso. Un negozio si affitta, il locale è grande duecentocinquanta metri quadrati. Attraverso la città fotografando. Questi posti sono spifferi dai quali entra il gelo della distruzione, fratture di un mondo che sta crollando. Stanno lì, testimoni silenziosi del nostro tempo, avamposti di assenza.
Complice il cielo grigio e la pioggia mi sento un po’ sconsolata quando arrivo finalmente da Guido. Guido e io mangiavamo spesso in una pizzeria che ha chiuso. Non avevamo nemmeno capito che le cose andassero così male. Giro l’angolo e trovo Guido ad aspettarmi in mezzo a quella che era la terrazza sulla strada della pizzeria. Rimangono solo quattro pali senza senso. Guido sta appoggiato a uno dei pali, picchietta il suo iPhone con gli occhi un po’ sbarrati. Sembra un bambino diventato gigante perché ha assaggiato i funghi di Alice. In pizzeria comunque, non c’è niente da vedere. Non ci sono più i gestori simpatici e calabresi, non c’è la pizza, non ci sono più nemmeno i mandarini di cartapesta che appesi alla parete facevano allegria. Scatafascio/ Vivo in uno strano mondo/ che si sta sbriciolando.
Fotografo ma svogliatamente. Anche Guido mi sembra di pessimo umore. Prima di uscire scatto un’ultima foto nella stanza bianca e vuota e con lo strato più superficiale dei muri che viene giù come sbucciato. Ovunque intorno a me/ paesaggi di distruzione,/ come inarrestabile onda.
«Sai che ho sognato di fare la rivoluzione?» Guido rompe così il nostro velo di tristezza, «…cioè alla fine non l’ho fatta».
«Ah ecco, mi sembrava…» gli rispondo ridendo.
Ci appoggiamo un attimo a uno dei pali issati verso il cielo fuori. E rimaniamo fermi lì, come se quel palo fosse l’albero maestro di una zattera in mezzo al mare.
«Ho sognato che abitavo in un Paese governato dal terrore, pensa a un Paese come il Perù o il Cile. È vietato riunirsi per più di due ore pena l’arresto e l’incarcerazione… una cosa terribile. A vigilare e a fare la spia è il mio portiere. Ogni volta che esco di casa gli devo dire con chi vado e perché vado. Devo lasciargli il mio documento d’identità. E comunque mi avverte che più di due ore non posso stare, o sarò arrestato. Io provo a spiegargli, gli dico che il mio lavoro è scrivere storie per il cinema e per la tv. Che ogni mattina mi alzo e vado dal mio amico e collega Massimo, con lui ragioniamo, scherziamo e scriviamo durante tutto il giorno, fino a sera. Ma il mio portiere è irremovibile, se resto fuori più di due ore sarò arrestato. Mi ritrovo a non poter più andare al lavoro. Ho sognato che dalla preoccupazione avevo sempre più capelli bianchi».
Guido si tocca i capelli per un attimo, nervosamente. Poi riprende: «A quel punto decido di fare una rivolta. Non c’era più nient’altro da fare. Mi ritrovo con Massimo e con tutti gli altri amici, siamo pronti ad agire. Stabiliamo una data, un obiettivo, credo il Parlamento o il Palazzo del Governo, non mi ricordo più. Ricordo che tutto era pronto. Allora vado a fare visita a mio padre, voglio consultarmi con lui. E lui mi dice: “Ma cosa vuoi fare, vacci piano, tanto non cambierà nulla”, cose così. Ora, tu lo sai, per me mio padre è l’uomo più saggio che ci sia… Decido di lasciar perdere, sì abbandono l’idea della rivoluzione. Ma la cosa più strana è questa. Nel momento in cui decido di abbandonare la rivolta è mattina, sento il suono della sveglia. Capisco che era un sogno ma sono ancora talmente impaurito che mi alzo di corsa e vado dritto in bagno a guardarmi allo specchio. Ho l’orrore che tutti i miei capelli siano diventati bianchi. Poi allo specchio vedo bene che in testa ho i soliti capelli… così finalmente mi rassicuro e vado a prepararmi la colazione». Guido mi sorride. «Una colazione per la rivoluzione, accidenti Guido!»
Guido si tocca la ciocca di capelli che gli cade sulla fronte, cerca anche di raggiungerla con lo sguardo ma senza riuscirci. Tu non noti niente di strano nei miei capelli vero?, sembra volermi chiedere.
«Sta cominciando di nuovo a piovere, che dici andiamo?» faccio io chiudendomi l’impermeabile.
«E dove andiamo?»
«Proviamo di là».
Quando svoltiamo l’angolo, Campo de’ Fiori è piena di lucine, c’è un mimo che si esibisce in mezzo alla piazza. Roma è di cartapesta. Siamo nel mezzo di uno spettacolo di un circo e so che domani, tolto il tendone, rimarrà solo uno spiazzo di terra calpestata.

Vivo in uno strano mondo
che si sta sbriciolando.
Ovunque intorno a me
paesaggi di distruzione,
come inarrestabile onda.
Eppure i palazzi del mio quartiere
sono ancora in piedi,
il mio vicino esce di casa
e mi saluta
sorridendo.

Scatafascio

 

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↔ In alto: foto Marialaura Gionfriddo / Unsplash.