Incendio capitale: su Flashover di Giorgio Falco e Sabrina Ragucci

Roberto Galofaro

«Ogni incendio, anche il più distruttivo, conserva la traccia della propria origine, una sorta di informazione genetica grazie alla quale tutto è iniziato e ha potuto svilupparsi. Cosa insiste nella fine, dopo che abbiamo attraversato la potenza e l’atto?»

Ripenso con invidia alla sicurezza con cui, dietro la mia richiesta da cliente, il libraio ha individuato il nuovo libro di Giorgio Falco non tra le copertine in mostra sul tavolo delle novità di narrativa ma nello scaffale della saggistica, di costa, dove si nascondeva.
È un volume di saggistica? In parte sì, e ha ragione chi l’ha collocato in quel modo. Ma Flashover (Einaudi) è a tutti gli effetti un ibrido, disagevole da definire e da maneggiare. Dev’essere così anche per l’autore, se è vero che l’avvio narrativo si arresta dopo poche pagine con una formale «rinuncia al romanzo». «Un mosaico di resti carbonizzati»: così Falco stesso ha descritto il libro per Bookcity, riferendosi alla costruzione del testo per accumulo di frammenti, che tentano di restituire non solo il senso di un rogo a partire dalle spoglie, dalle ceneri disseminate, ma il passato e il futuro di quelle reliquie.

Il tema di questo oggetto letterario difficilmente incasellabile è l’incendio del Teatro La Fenice a Venezia, consumatosi nella notte del 29 gennaio 1996. Ad appiccarlo furono in due, il titolare di una ditta di elettricisti, che era in ritardo sulla consegna dei lavori di ristrutturazione, e il suo cugino che in quella ditta lavorava. Da subito, però, Falco mostra di non essere interessato alla rievocazione mimetica degli avvenimenti. Non gli interessa mettere in scena i protagonisti e farli muovere come su un palcoscenico teatrale, amplificandone i moti interiori o corredandoli di parole ed azioni che li restituiscano a tutto tondo, come accade nelle narrazioni legate a eventi di cronaca (e non da ultimo in La città dei vivi di Nicola Lagioia, per citare un esempio dei più recenti e pubblicato dallo stesso editore).
Non è in questione l’aderenza ai fatti, ché anzi Falco ne registra di significativi, attingendo alle registrazioni ambientali e ai verbali del processo che portò alla condanna dei due colpevoli.

Quello che Falco vede e rivela è l’assurda inconsistenza delle motivazioni che portarono all’innesco dell’incendio: un diversivo per evitare una penale di qualche milione di lire dovuta ai ritardi. Tutto qui. Lontana da ogni possibile eroismo, l’epica arretra davanti alla prosaica mediocrità, alla ridicola tragicità del male compiuto da questi due uomini. Non c’è modo, e quindi sarebbe vano ogni tentativo, di rivestire di una nobile giustificazione il loro gesto. Perciò, pur riportandone i nomi e pur raccontando parte del loro passato, per tutto il libro, in quasi tutte le occorrenze i due saranno soltanto il «cugino padrone» e il «cugino dipendente», astratti dalle individualità in ragione della piccolezza del loro operato.

Il cugino padrone non vuole lavorare, vuole arricchirsi ma non vuole farlo con il proprio lavoro. Più spicciamente: vuole soltanto fare soldi. Ecco perché in apertura del libro lo vediamo indebitarsi per acquistare una lussuosa BMW, subito dopo aver ottenuto l’appalto alla Fenice tramite l’interessamento del padre: i soldi devono pur manifestarsi. Fare i soldi è vivere ostentando, non è fatica ma sperpero. Ed ecco un primo, potente indizio del motore sotterraneo dell’intera vicenda trattata. Falco lo descrive come «purissimo consumo idolatrico, l’essenza del capitalismo contemporaneo».

«Il cugino padrone dilapida, non c’è nulla da risparmiare, soltanto da vivere nell’Occidente felice alla fine del millennio, alla fine dei soldi che non finiscono mai, tutt’al più finiscono per noi. Fare sacrifici, lavorare, risparmiare, come i padri hanno sempre ripetuto: e per cosa, per chi?»

Ma pure il suo egoismo e il suo edonismo sono futili. Il cugino padrone è un impostore, certo, ma è scevro da qualsivoglia sindrome, da ogni senso di colpa. Irresponsabile, pronto al rilancio con la sorte che egli stesso, incapace, si fabbrica: il debito per l’auto tedesca (poi restituita), i prestiti dalle due fidanzate (mai restituiti), sfruttati non per appianare ciò che è dovuto ma come prima rata per l’acquisto di una barca (mai saldata).

È inevitabile pensare all’assassino dell’Avversario di Carrère. Ma il pluriomicida convertito al cristianesimo incarnava tutt’altro pathos, coinvolgeva nella propria storia il tema della bugia, la colpa, persino la redenzione. Per eccesso di controllo il falso medico si ritrovava nell’impossibilità di tornare indietro, e nel pianificare il proprio delitto agiva con consapevolezza di sé. Certo, anche lì erano in ballo debiti e prestiti non più rimborsabili. Ma era in qualche modo evidente la tragicità di un personaggio che recita una parte e per uscire di scena spezza più di una vita: era in fondo l’esito patologico di un processo mentale diffuso e quotidiano.
Carrère e Falco compiono due operazioni opposte: il primo concentra sulla storia dell’individuo tutta la sua attenzione, lo racconta nei dettagli, ci ispira una straniante empatia per accrescere in noi la sensazione dell’orrore, costruisce il libro con senso di disastro incombente fino all’evento finale e alle sue conseguenze carcerarie. Falco spersonalizza i suoi malfattori: sono nomi comuni di relazione, in minuscolo, quasi fossero nulla più che funzioni, nulla più che un innesco elettrochimico di una vicenda che finisce per riguardare l’umanità.

Più importanti dei protagonisti sono i fatti – i fatti e non gli eventi perché la dimensione dell’evento è quella che si può rappresentare nel romanzesco, e non è questo il caso. I prestiti, le scadenze da rispettare, le bugie di un’apparenza fondata sul debito, l’inesigibilità del danno che un singolo elemento di caos può provocare: il rogo della Fenice diventa oggetto dell’interesse dello scrittore in quanto evento del capitalismo. E proprio come il capitalismo esso ha prodotto macerie. Non rovine (che sono testimonianze del tempo sottratte al tempo, immobili), ma macerie, materiale inerte da riciclare e rivendere. Così il valore della Fenice fu subito contabilizzato (più di centoventi miliardi di lire) e, assecondando la dinamica interna del capitalismo che rigenera e riproduce sé stesso instancabilmente (un po’ come accaduto di recente con il rogo di Notre Dame a Parigi), partì la corsa alla ricostruzione di quello stesso teatro che, con i suoi stucchi dorati e i velluti e i dipinti, era già un rifacimento e non più l’originale settecentesco.

La scrittura di Falco enumera i dati e, passo dopo passo, li interroga e decostruisce con il ricorso continuo a frasi, paragrafi, pagine intere racchiuse tra parentesi. È un’altra cifra dell’unicità di quest’opera, scandita da un’alternanza di esposizione e riflessione, momenti separati e dialoganti, uno scavo nei fatti che è anche linguistico, seguendo un imperativo categorico di approfondimento delle forme che, con identica ostinazione, siamo abituati a leggere nelle prose di Giorgio Vasta (penso in particolare ai saggi narrativi Spaesamento e Absolutely Nothing).
Falco mette tra parentesi non una semplice interpretazione ma un continuo lavorio di risignificazione. L’ordinario quotidiano e l’evento straordinario sono passati al vaglio di una ragione che instancabilmente ricerca le profondità della materia mostrata. E che interviene dicendo «io», altra anomalia tanto rispetto alla narrativa-di-verità quanto al mero resoconto fattuale: non si limita a raccontare il contenuto di un video che mostra la rapida successione delle fasi di un rogo (innesco, propagazione, flashover, decadimento) nello scorrere di un brevissimo e impotente tempo cronometrato; ma ci descrive anche le reazioni della madre alla visione di quelle immagini.

Che sia l’effimero odore di nuovo nell’abitacolo di un’automobile o la pretesa di un analgesico di cominciare ad agire in tre minuti (che è appunto il tempo per un incendio domestico di raggiungere il flashover, ovvero la combustione generale, diffusa e irreversibile, oltre la quale c’è solo il decadimento, il fuoco che consuma le cose e insieme sé stesso), ciò che si manifesta è l’onnipervasività del denaro e della sua legge. Il capitale che mette in gioco sé stesso: il flashover è l’epoca di capitalismo accelerato, che non può far altro che bruciare e bruciare, inarrestabile anche quando noi crediamo di arrestarci.
D’altra parte, se la tragedia del capitalismo è l’incendio, la commedia del capitalismo è l’incendio sommato al tempo.

Intervallate al testo, come già era accaduto in Condominio Oltremare (L’orma, 2014), scorrono le fotografie di Sabrina Ragucci. Non fotografie del delitto, della Fenice in fiamme, dell’evento. Non fotografie-testimonianze. Esse costituiscono un altro testo, visuale, parallelo a quello letterario, e fondato sul medesimo principio: cosa racconta ciò che vediamo? Cosa nasconde ciò che è manifesto? Sono fotografie che, al pari del discorso testuale, interrogano chi guarda. Non sono affermazioni, sono insinuazioni, dubbi. Il soggetto ritratto è un uomo (lo stesso Falco) che indossa una maschera. L’uomo nudo, il volto coperto da una maschera, è nudo davvero? Cosa incarna? Cosa rappresenta? La maschera ritratta, in quanto ostentazione di un’apparenza, rimanda all’ambiguità dell’umano, certo, ma insieme anche all’ambiguità della rappresentazione. Quasi a chiosare una lunga sequenza di immagini in cui, immersa in un paesaggio naturale, la figura in maschera riproduce i gesti codificati degli agenti della Borsa di Milano (il corpo che significa il flusso economico), Falco argomenta che il denaro è talmente onnipervasivo da occupare lo spazio virtuale tra maschera e volto. «Tutte le immagini sono puramente illustrative», in fondo: hanno ragione i disclaimer commerciali.

«Ormai dovresti averlo capito Non esiste nulla che sia davvero gratuito. Se qualcosa ti appare gratuito, è mascherato anche se non te ne accorgi, e allora è sicuro che tu stia pagando con la vita».

Flashover è certamente un unicum non replicabile, in primo luogo per la coincidenza di avvenimento fuori dall’ordinario e moventi tutt’altro che straordinari. E tuttavia si iscrive perfettamente in un indirizzo della scrittura di Giorgio Falco che, partendo da un uso profondamente mimetico della narrazione in Pausa caffè (Sironi, 2004) e superando l’equilibrio perfetto raggiunto nei racconti di L’ubicazione del bene (Einaudi Stile Libero, 2009) e l’indagine finzionale dei successivi romanzi (La gemella H e Ipotesi di una sconfitta), sembra progressivamente interessato a creare qualcosa di più di una semplice non-fiction basata sui fatti, qualcosa in grado di dare fuoco alla realtà e tuttavia conservare uno sguardo poetico sulle rovine fumanti.

«Il mondo, malgrado gli infiniti finanziamenti e le rate, è questa miseria continua alternata a sprazzi di bellezza provvisoria e casuale; un’edera matta riuscita ad arrampicarsi fino al quarto piano di un palazzo fatiscente, tra le finestre aperte e le zanzariere bucate; i fiori selvatici nati tra le maglie di una rete di plastica, accanto ai resti di materiali edili o di provenienza ormai impossibile da stabilire».