Tra presagio e realtà

Ettore Bellavia

«Jonah rimase morto per breve tempo prima che i soccorritori lo riportassero in vita».

«A un certo punto, nei primi giorni di novembre, il corpo del ragazzo scomparso scese sul fondo del fiume».

Il callo del racconto breve, che era valso a Dan Chaon un National Book Award nel 2001 per la raccolta Among the Missing, lascia un’impronta ben visibile anche su questi due incipit. Il primo appartiene a Il riflesso del passato, il romanzo d’esordio di Chaon, pubblicato di recente da NN; il secondo suonerà familiare a quanti abbiano letto La volontà del male, l’altro suo titolo tradotto da Silvia Castoldi, sempre per NN, uscito a giugno 2019, quando lo scrittore veniva presentato per la prima volta ai lettori italiani.

In entrambi i casi la scintilla è immediata, l’evento traumatico subito al centro, non per essere superato ma perché possa tornare all’infinito. Nel primo romanzo di Chaon, però, la grande cronaca nera attorno a cui ruotava la trama della Volontà del male rimane ancora allo stato potenziale. Non che ne manchino le premesse: la tragedia, lo abbiamo visto, è sempre dietro l’angolo e da essa dipende la narrazione. Semplicemente i fatti si svolgono in un’atmosfera impermeabile al clamore, e quand’anche si levi un grido, questo è soffocato.

L’alone mortifero che impregna le prime righe del Riflesso del passato si espande in una trama di colpa e solitudine, popolata da personaggi su cui grava un passato ingombrante, un magma di possibilità e bivi ignorati, che si tenta in tutti i modi di rettificare. Il motore di questo movimento a vuoto è Jonah, sbranato dal dobermann di casa e costretto fin da bambino a indossare un’orribile maschera di cicatrici. Il trauma rimane non verbalizzato in una zona indistinta della sua psiche, in cui sprofonda anche il fantasma della madre, generando un labirinto di menzogne e sofferenze insanabili che lo spingono a dubitare perfino della propria esistenza.

«Jonah esisteva a malapena – non era niente, solo un fascio di frammenti casuali di storie e ricordi che portava con sé, una sequela di mutevoli stati d’animo»

Morta la madre, Jonah lascia il South Dakota e s’intrufola nella vita del fratellastro, con cui s’innesca uno strano gioco di somiglianze e asimmetrie. Cresciuto nell’indifferenza della famiglia a cui era stato affidato subito dopo la nascita, Troy ha un lungo trascorso con le droghe e, nonostante sia ormai padre e stia provando a essere un buon genitore, non riesce a mollare il giro di spaccio che alimenta e finisce ai domiciliari. Suo figlio passa così nelle mani dell’odiata suocera, che interrompe tutte le comunicazioni e brama di tenerlo per sé. Un giorno, mentre gioca nel giardino della nonna, il piccolo Loomis scompare, quasi che le tenebre assiepate intorno alla sua famiglia ciclicamente chiedano in pegno un bambino.

Gli oscuri presagi dei primi capitoli pesano come un macigno sugli sviluppi della storia, sbarrando la strada a un possibile finale consolatorio. I panorami del Midwest, muti e vagamente ostili (la traccia antropica è solo un rumore bianco, un’interferenza squallida), diventano così la patria perfetta di una solitudine rassegnata e nichilista.

Come nella Volontà del male, anche in questo caso la componente thrilling serve a Chaon per dare ritmo a un’angoscia esistenziale che pare immanente a tutti i suoi personaggi e in cui tuttavia non ci s’impantana mai, grazie a una scrittura limpida, che viaggia spedita verso il punto in cui le cicatrici tornano carne ferita a vivo per un capriccio del destino.

«Oh, lascia perdere. Tutti sembrano convinti che sia solo questione di natura o di ambiente, o di una combinazione tra i due, ma la sai una cosa? Io credo che sia ancora peggio di così. Credo che sia tutto… casuale. È solo questione di caos e fortuna»

La paratassi è cesellata nei momenti chiave da alcuni fotogrammi dal forte impatto visivo e tutta la struttura si fonda su tecniche cinematografiche perseguite con consapevolezza e a tratti esplicitamente.

«Nel film, la cinepresa si soffermerebbe a lungo sul viso di Jonah. Sarebbe privo di espressione, con lo sguardo fisso, ma la musica potrebbe alludere a una serie di emozioni complesse, passando a una chiave minore e a qualche lieve dissonanza, e la macchina si avvicinerebbe sempre più a quel volto coperto di cicatrici, all’occhio con la pupilla dilatata, sempre più grande, come se stesse entrando in una stanza buia»

Il montaggio delle scene segue una logica che incrocia tempi e piani della narrazione diversi, nel tentativo di imbrigliare il caos e dare agli eventi una parvenza di direzione. Ma quando la cinepresa dello scrittore giunge a un passo dal ritrarre la vera natura della realtà, ecco che qualcosa s’inceppa.

«Non era come un film. La morsa continuò a pulsare per un po’, a stringersi e ad allentarsi, ma non cessò. Andò avanti ancora, spasmodica, anche molto tempo dopo che sua madre aveva smesso di emettere suoni, di respirare»

Quando il velo di Maya si squarcia, a essere travolto è soprattutto Jonah, personaggio tormentato e straziante, che più degli altri incarna la prospettiva dell’autore, imbevuta di riferimenti a Schopenauer e al primo Nietzsche, saggiamente recuperati nei titoli delle sue edizioni italiane.

Nonostante il tentativo di imprimere alla storia il ritmo di un mistero da dipanare funzioni soltanto a tratti, proprio da questi accenni scaturisce una forza sinistra, che si riverbera sulla morale complessiva del Riflesso del passato come un presagio inattingibile, una verità di Sileno appena abbozzata («il vero terrore era che una volta non esistevamo, e poi, senza alcuna colpa da parte nostra, siamo stati costretti a esistere»). Il risultato è un labirinto senza uscite, in cui la domanda «chi sono?» rimbalza tra le generazioni, conducendoci alla ricerca assurda di un senso che non si svela. Alla fine, sembra dire il romanzo, tocca accontentarsi, perché il male che ci sfiora di continuo avrebbe potuto accanirsi di più e le gioie maggiori rimangono legate alla fortuna di esservi scampati.