Il cittadino Volontè

Giuseppe Schiano di Colella

Se Gian Maria Volonté fosse nato negli Stati Uniti sarebbe stato descritto con l’espressione larger than life, per via delle sue incredibili capacità attoriali e del suo continuo impegno sociale. Nonostante tutto, o forse proprio per questo, se fosse ancora vivo subirebbe il trattamento riservato a molti personaggi pubblici contemporanei, i commenti sui social media gli suggerirebbero di «pensare a fare il suo lavoro».

«Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita»

Volonté, partito dal teatro, aveva frequentato l’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma, è passato allo sceneggiato televisivo poco prima che il genere iniziasse a essere chiamato fiction. Grazie alla tv ha impersonato tra gli altri Michelangelo, Caravaggio e il Parfën Rogòžin di Dostoevskij nell’adattamento de L’Idiota. Più tardi è giunto a una carriera cinematografica fatta di ruoli iconici, riconoscimenti internazionali e un certo ostracismo per alcune battaglie politiche.

Lulù Massa, Giancarlo Bizanti, Ramon Rojo, Indio, Teofilatto dei Leonzi, Chuncho, Bartolomeo Vanzetti, Enrico Mattei, Giordano Bruno, Carlo Levi, Aldo Moro.

Gian Maria Volonté è stato tutti questi personaggi. Tutti questi personaggi sono stati Gian Maria Volonté. Le sue capacità attoriali, unite al suo impegno politico-sociale, rimangono una rara coincidenza all’interno del panorama artistico italiano.

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Alcuni degli iconici ruoli interpretati da Gian Maria Volonté

«Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità»

Per Gian Maria Volonté ogni film era una missione politica e sociale; dalla fine degli anni ‘60 è diventato uno dei volti non solo del cinema italiano nel mondo, ma anche dell’attivismo nell’Italia della contestazione. Nonostante ci siano ancora alcune registe e registi, attrici e attori (uno per tutti, Elio Germano) che sostengono battaglie sociali, non ci può essere paragone con il periodo storico in cui la carriera di Gian Maria Volonté ha avuto il suo apice, in cui il connubio tra arte e attivismo era fortissimo. Volonté affermava di non essere un uomo politico ma di svolgere un lavoro che «ha una precisa dimensione politica». In verità, è stato anche iscritto al Partito Comunista Italiano fino al 1977, e nel 1975 venne eletto consigliere regionale del Lazio, lasciando la carica dopo sei mesi perché non voleva diventare «un funzionario, un animale politico invischiato nella partitocrazia».

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Gian Maria Volonté arrestato durante lo sciopero degli operai della Coca-Cola nel 1971

«L’attore può portare un grande contributo linguistico al film senza per questo sottrarre nulla all’autonomia e alla libertà di espressione dell’autore»

A sottolineare l’impegno politico e sociale di Gian Maria Volonté c’è la battaglia «voce/volto».

Nel 1927 usciva il film Il cantante di jazz, che segnava l’inizio della rivoluzione: l’avvento del sonoro. Il Cinema doveva adattarsi al progresso tecnologico, transizione raccontata in Cantando sotto la pioggia del 1952. Uno dei capisaldi del Neorealismo italiano era che gli attori non fossero professionisti, portando i registi a dover doppiare le battute in post-produzione. Questa pratica fu utilizzata anche per motivi economici: girare in presa diretta era più costoso di un successivo doppiaggio. Anche attori famosi sono stati doppiati più o meno frequentemente: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Claudia Cardinale, la coppia Bud Spencer & Terence Hill e molti altri.

La pratica di ridoppiare le attrici e gli attori italiani è finita grazie alla vittoria della battaglia «voce/volto» condotta da Gian Maria Volonté. L’attore promosse scioperi della categoria contro le pratiche di alcune case di produzione che consistevano nell’ingaggiare attori stranieri per poi doppiarli, così potevano promuovere tali opere come italiane.

A inizio carriera anche Volonté fu doppiato, nei film di Sergio Leone: sia la voce di Ramón Rojo (Per un pugno di dollari) che di Indio (Per qualche dollaro in più) sono di Nando Gazzolo.

Felice Laudadio, allora capo della redazione cultura e spettacoli de l’Unità, ricorda in un’intervista a Cinecittà News la richiesta di pubblicare un comunicato sulla questione «voce/volto», nonostante l’avvertimento che la cosa avrebbe provocato una dura reazione dei produttori.

Volonté sarà per questo marginalizzato dall’industria cinematografica italiana e spinto a cominciare una carriera internazionale. Nonostante l’ostruzionismo, contribuì alla vittoria di quella battaglia e, ad oggi, le attrici o gli attori hanno il diritto di auto doppiarsi; diritto a cui solo loro possono decidere di rinunciare, come accaduto quest’anno con Alessandro Borghi, che ha deciso di non ridoppiarsi nella serie tv Diavoli, riaccendendo i riflettori sulla questione.

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Gian Maria Volonté è Ramón Rojo in Per un pugno di dollari di Sergio Leone (1964), uno dei film in cui è stato doppiato

«Tu pensa a dove vuoi mettere la cinepresa, al personaggio ci penso io»

Giuliano Montaldo, Sergio Leone, Francesco Rosi, Damiano Damiani ed Elio Petri sono alcuni dei registi che lo hanno diretto.

Lo sforzo attoriale di Gian Maria Volonté non consisteva nel calarsi nel personaggio: lui ci si annullava dentro, anche con uno studio della fisicità del soggetto da interpretare. Così poteva apparire spaventoso nei panni dell’ispettore dell’ufficio politico della questura in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (premio Oscar al miglior film straniero 1971), o alienato in quelli di Lulù Massa che inizia a riflettere sulla propria condizione in La classe operaia va in paradiso (miglior film al Festival di Cannes 1972), oppure essere un dimesso e malinconico Presidente della Democrazia Cristiana sotto sequestro ne Il caso Moro (1986). La sua tecnica consisteva nello scrivere la sceneggiatura a mano su un quaderno, così da crearsi un rapporto con gli altri personaggi, e più e più volte le battute fino a farle proprie oltre che a memorizzarle, persino cambiando le parole per trovare quelle più adatte, finendo per essere a volte un vero e proprio collaboratore aggiunto alla scrittura del film.

Con Bellocchio in Sbatti il mostro in prima pagina (1972) la finzione e la realtà si mescolano, prendendo spunto da casi di cronaca come la morte di Giuseppe Pinelli e l’omicidio di Milena Sutter.

Il suo personaggio, direttore de Il Giornale (solo omonimia con quello di Montanelli che nacque due anni dopo, nel 1974), in pochi minuti spiega come una notizia, e il suo lettore, possano essere influenzati dalla scelta dei termini. Così il «Disperato gesto di un disoccupato» diventa «Drammatico suicidio di un immigrato», perché il lettore deve essere sì informato, ma non disturbato dalle vicende della cronaca.

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Gian Maria Volonté è il direttore de il Giornale Giancarlo Bizanti in Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio (1972)

«Un mostro sacro. Mai definizione è stata più giusta per un attore. Anche se, in essa, il sostantivo prevaleva nettamente sull’aggettivo: mostro di bravura, di immedesimazione, di scavo dei personaggi, anche i più impervi». Il critico cinematografico Ugo Casiraghi usava queste parole su l’Unità, per descrivere Gian Maria Volonté all’indomani della sua morte, il 6 dicembre 1994, giorno in cui le prime pagine dei giornali erano dedicate all’addio di Antonio Di Pietro alla magistratura. Gian Maria Volonté muore in una stanza dell’albergo Lykos di Florina, Grecia, dove si trovava per girare Lo sguardo di Ulisse di Theo Angelopoulos; il suo ruolo sarà poi affidato all’attore svedese Erland Josephson. Avrebbe dovuto interpretare la parte di un regista di Belgrado vecchio e malato che, da copione, muore alla fine del film.

Forse aveva ragione l’attore Omero Antonutti quando al suo funerale disse «Scusaci, non ti siamo stati abbastanza vicino»; e allora non ci resta che fare ammenda, cercando i suoi film per avere conferme del suo talento e trarre ispirazione dalle sue battaglie per migliorare la società, perché meglio del Volonté attore forse c’è stato solo il Volonté cittadino.


In copertina – Gian Maria Volonté è Lulù Massa in La classe operaia va in paradiso di Elio Petri (1971)