Perché Pavese?

Roberto Galofaro

Nel 2021 le opere di Cesare Pavese diventano di pubblico dominio. Ciò comporta che ciascuno potrà fruirne liberamente, come dimostra la moltiplicazione delle edizioni in libreria già in questi primi giorni dell’anno, ma anche, nella più nobile delle accezioni, la definitiva consacrazione per Pavese come “classico”, accanto a Pirandello, Svevo e gli altri. Ci siamo chiesti come arrivasse a questo traguardo la sua scrittura, se conservasse la sua attualità ad onta del tempo trascorso, se risultasse invecchiata e come e quanto. Perciò abbiamo chiesto a dieci appassionati lettori di Pavese di raccontarci quali siano state e quali siano tuttora le ragioni per tornare alle sue pagine. Ciascuno di loro ha risposto in maniera personale, spontaneamente illuminando un aspetto diverso dell’opera e della storia di Pavese. Li ringraziamo tutti di cuore per la loro partecipazione a questo sfaccettato, sentimentale, profondo tributo collettivo.

Roberto Galofaro

 

Giorgia Antonelli

A chi mi chiede cosa leggere per conoscere Cesare Pavese – anche se il senso comune suggerirebbe i romanzi, come La casa in collina, Paesi tuoi, o La bella estate – rispondo sempre le Poesie e i Dialoghi con Leucò. Credo, fra tutte, fossero le opere in cui più avesse messo sé stesso, quei Dialoghi intensi ed ermetici l’opera su cui, all’Hotel Roma, non a caso ha lasciato la sua celebre frase d’addio.
Ho sempre pensato che è quando Pavese dice di meno che esprime di più il suo mondo, e quando la sua prosa si fa più radiosa è perché lo scrittore ha lasciato il passo al poeta.
Pavese è il mio poeta da quando l’ho incontrato, a nove anni, nello sguardo di Natalia Ginzburg in Ritratto di un amico. In quel racconto Pavese somiglia a Torino, e con Torino condivide l’indole chiusa e malinconica, ma capace di improvvise generosità, un’indole che anche in quella grigia, impoetica, pesante città sapeva fare poesia.
Quando l’ho incontrato di nuovo, al liceo, le Poesie e i Dialoghi mi hanno folgorato: in un modo istintivo e primordiale mi suggerivano che era lì che si trovava l’essenza del loro autore, è lì, dove le parole si facevano più enigmatiche e rarefatte, che si può stare nudi e vederci senza fare sorrisi da furbi. Mi si insinuò nella mente l’idea che fossero complementari, gli uni i commentari delle altre, i romanzi un’eco ampliata di quelle idee, riunite tutte nel Mestiere di vivere.
Il 25 agosto 1950, due giorni prima di togliersi la vita, in una lettera inviata a Parigi al critico cinematografico Nino Frank, scrive «Dico che le mandino quei miei libri che cerca, il Gallo, Paesi tuoi e L’Estate, più un libro che nessuno legge e, naturalmente, è l’unico che valga qualcosa, Dialoghi con Leucò».
I Dialoghi vengono scritti dal 1945 al ’47, durante la sua relazione con la scrittrice e psicoanalista Bianca Garufi – la Leucò-Circe che dà il nome alla raccolta – e a lei inviati man mano durante la stesura, ma di fatto sono la concretizzazione di un’idea poetica maturata nel corso degli anni.
Di Pavese spesso si dice che è l’autore delle colline e dei fuochi, delle taverne e dei contadini, degli esseri soli, delle estati partigiane e del mare, o delle città inospitali, ma tutte queste cose in sé non sarebbero nulla se non fossero cariche di simboli, archetipi letterari che portano le cose a farsi mito, a divenire immortali, a sopravvivere agli uomini che possono solo sorridere e accettare l’istante.
In una lettera del 1942 a Fernanda Pivano scrive «Che insomma ci vuole un mito. Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest’esperienza che è il mio posto nel mondo. Pensavo che descrivere storie di contadini (sia pure psicanalizzati e trasfigurati) non basta ancora. Descrivere i paesaggi è cretino. Bisogna che i paesaggi – meglio, i luoghi, cioè l’albero, la casa, la vite, il sentiero, il burrone, ecc. – vivano come persone, come contadini, e cioè siano mitici. […] Non certo rifare quelli greci, ma seguire la loro impostazione fantastica».
Quell’opera, che allora riteneva «impossibile dati i tempi di “lumi”», gli riesce qualche anno dopo, e i Dialoghi diventano così il corollario di tutta un’arte, un’idea di mondo simbolica, trasfigurata nel mito e che si ritrova intatta nella produzione poetica.
Pavese si è sempre pensato poeta. Dalle prime poesie oggetto di scambio nelle lettere agli amici, durante il liceo, alla scelta di svolgere la tesi di laurea su Walt Whitman – che lo avrebbe spinto sulla strada dell’America e dei suoi scrittori – sino alle poesie del 1950, quelle di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, scritte per l’ultimo amore, l’attrice americana Constance Dowling.
Di essere un poeta era ben consapevole, senza vanagloria ma con il senso doloroso di una vocazione, di un destino.
Nella stessa lettera a Fernanda Pivano afferma «Ora, questo stato di aurorale verginità che mi godo, ha l’effetto di farmi soffrire perché so che il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia».
Come ogni grande autore, Pavese è un poeta, e uno scrittore, dai temi ricorrenti: il sesso, l’ebrezza e il sangue, lo sguardo di ragazzo straniero sulle cose, sulle colline che sono corpi di donna, eventi incompresi, incontri mancati, sono la voce roca che racconta destini agli dei, incapaci di sorridere e di morire.
Pavese è Orfeo, L’inconsolabile, il cantore-poeta che torna dall’Ade e si volta per perdere tutto, e da poeta è vissuto, coltivando il vizio assurdo di scrivere, di tentare il mestiere di vivere ma di sapere soltanto finire.
Nell’estate del 1950 aveva vinto il Premio Strega con la trilogia La bella estate, il destino era compiuto: non restava che sorridere e voltarsi.
Sulla casa in cui è nato, a Santo Stefano Belbo, c’è scritto «La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini. Ho condiviso le pene di molti».
E questo, sono certa, non è un pettegolezzo.

Valentina Colonna

Sarà per l’appartenenza a una terra comune, discreta, lavoratrice, un po’ schiva, come è il Piemonte; sarà per la dirompenza di alcune visioni estremamente nitide nella sua poesia, così piene di vuoto e di forza in quel vuoto, così familiari nei suoi luoghi ampi, che si fanno tutti i luoghi, tutti i nostri luoghi; sarà forse per tutto questo e per una sorta di musica di narrazione che scorre nei suoi versi in un fluire di voci vive, che Cesare Pavese poeta è stato una della presenze che più ho sentito vicine nella mia crescita. Poche volte avviene infatti quella folgorazione che ci porta a trascrivere le parole d’altri in ogni dove possibile, come per catturare dentro di noi qualcosa che già ci appartiene e vive nella grande arte di qualcuno. Due testi in particolare furono per me l’occasione e l’incontro con un poeta che della disperazione e della malinconia ha fatto il filo rosso della sua scrittura (e vita), rimanendo capace di rendere perfettamente quel desiderio di vita che sopravvive anche quando sembra venire a mancare nella paralisi di chi molto sente e molto dispera: Lo steddazzu e Un ricordo (da Lavorare stanca). Un incitamento implicito a una vita vissuta nella sua pienezza, con il logoramento che ne consegue, nasce dai suoi testi, carichi della consapevole impotenza ma anche della ferma concentrazione che solo i grandi artisti sanno avere. Per me pensare a Pavese è un risuonare nella testa, sorridendo pacificamente di quella rara sensazione che è il sentirsi compresi, accolti, e che per me è apparsa quando mi imbattei nei versi che si possono considerare anche manifesto dell’azione: «Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno / in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara / che l’inutilità». Lo stesso riaccade oggi e accadde anche coi versi conclusivi di quella poesia grazie a cui, ritrovando casa, con la tenerezza con cui a volte vediamo noi stessi dall’esterno, a volte ripercorro ancora la mia, la sua Torino, insieme a una lei che «sorride da sola / il sorriso più ambiguo camminando per strada».

Alessio Forgione

In generale, non è semplice dir qualcosa al riguardo di Pavese, né dello scrittore né dell’uomo che fa da scheletro allo scrittore, né dei suoi periodi silenziosi eppure che urlano il malessere mondano e privato, né delle notti immobili che i suoi romanzi percorrono, fino in fondo, né dei dialoghi che più dell’incontro sono l’emblema della separazione di tutti gli individui da tutti gli altri individui che compongono la specie umana. In particolare, è per me difficilissimo perché Pavese è stato il primo scrittore di cui mi sono innamorato e che poi mi ha consentito di innamorarmi di tutti quanti gli altri. È stato ed è tutt’oggi la costante pietra di paragone per chi entra in casa mia ed è anche chi mi ha fatto pensare che oltre le parole scritte, immediatamente percepibili, nel vuoto delle parole scritte, debba esserci tutto il resto e che tutto il resto, nostro malgrado, occupi un volume molto più grande delle parole scritte, perché la scrittura è artificio. Quindi, nei romanzi devono entrarci le cose belle o le cose brutte ma belle, ma non tutto. Tutto è un pettegolezzo, non un romanzo.

Giordano Meacci
e la voce, di Cesare

I’m gazing out the window
of the St. James Hotel
and I know no one can sing the Blues
like Blind Willie McTell
Bob Dylan

I.

C’è poi invece un ricordo tra gli altri; e s’insìnua,
E lì giace e s’interroga: e prevede un periodo
Salatissimo e incerto del sangue che appare ora qui: proprio sulle ginocchia;
Ancorato ai ritorni di quando, bambini, si vola
Rincorrendo un pallone o saltando in un fosso.
Ed un ritmo anapestico, un cadenzato vibrare
Per gli accordi insepolti che al mar di Prometeo
Annunciavano il tempo e le urla di spasimo
Vendicate dal gioco e incatenate a un regalo di fuoco
(E dagli occhi intristiti dal troppo guardare più in là).
Se potessi in un verso ridare tristezza compiuta
E se intanto riuscissi a vedere nel bosco com’era.

II.

Io ogni tanto ripenso colline al confine:
Mentre il sogno s’invera e mi accoglie deciso
A ridursi negli anni (un respiro che assale
Ricamàndolo antico e presente ad un tempo,
Industriàndosi a farsi pressante per vivere
Dividendosi dentro il presente che invece mi sfugge)
E così tutt’insieme riemergono i giorni di quando, ragazzo,
Le incertezze future legate a un futuro lontano
Scomodavo il me stesso a venire; e una vita già scritta a memoria.
Un presagio in cui m’immergevo. E le meraviglie lucenti
Del Cetaceo – e di tutt’i cugini che ai piedi dei colli risalgono – sarebbero stati
ANTENATI futuri di me; e di ciò che avrei scritto e pensato.

III.

In un lampo ho scoperto Bob Dylan insieme coi mari
(Lunghe lance ghiacciate di là da tasmanie appena accennate).
Dall’uguale splendore di Anderson (e del suo piccolo Ohio)
Imparavo di americhe e segni traslati; e di guerre tutte interiori.
Anche estati trascorse nel cuore di un’isola verde invadente
(Verde che avrei poi ritrovato soltanto nel cuore irlandese del mondo
O dovunque poi sorga Dublino; di là dai motivi ― che la tengono viva; o ci tengono vivi).
Lo sapevo e lo so che i ricordi non sono che immagini chiare di quanto
Ora invece ci trova incapaci o, al contrario, inadatti per troppa saggezza:
Senza perdere il segno e le pagine che poi ci hanno portato fin qui.
(ULtimati anche i righi difficili; e tutte le frasi che lasciano deboli:
LE COLLINE d’inchiostro che inarcano le parole che abbiamo da perdere).

IV.

Lavorare ai ricordi è un mestiere; e anche vivere.
Alle volte ripenso ai racconti: a mio nonno – lui fermo sull’àrgine
Benedice tra sudore e polvere la cascata e la diga ed in bìlico
È rapito dal troppo splendore del sole sull’acqua.
La sua vita è un incanto sottile piegato dagli anni
La campagna che ha dentro si fonde col bosco e regala
A me vecchio nipote: ch’è il primo tra tutti per caso
E retaggio dinastico (i peccati veniali di genealogie contadine)
Storie vere e menzogne mischiate da identica cura.
Tutto il verde che incombe è una favola. È il pensiero
Attenuato del cielo che migra dai secoli verso di lui.
TE absolvo, mi domine, quia tu non sapis te dicere falsum.

 V.

La scoperta di Cesare è proprio il momento in cui Melville
Accarezza brandendo gli arpioni e la parte perduta di Achab
(La vita ch’è stata: non tanto la gamba che il Gran Male Bianco gli afferra
Una volta ogni notte e la notte – e la volta – gli dura poi fino al mattino).
Non c’è scampo a Ismaèle se hai cuore di leggere in ogni
Ammaraggio del Pequod uno sfregio allo scontro mai pari tra i vivi
E le forze che sempre preparano senza giudizio alla morte.
Il ritratto di Dedalus, Joyce e Walt Whitman; e poi lo Spoon River di Masters,
Fermamente convinto potesse tradurlo soltanto Fernanda
(Anche quando l’allieva ha doppiato il suo tempo scrivendo:
Le sue carte strappate ai nazisti e lo studio – l’amore – la firma
Ora aggiunge Pivano: anche allora, per lui, lei è rimasta soltanto Fernanda).

VI.

Trasbordare la storia di Achab non vale la pioggia che infràdicia Cesare.
Resterà nel ricordo un ragazzo che fuma e che pensa già al Blues delle cicche.
A un messaggio d’amore che non è mai stato firmato, una lettera
Dimezzata da una mancanza che è quella che serve perché poi la lettera arrivi
(O che almeno partendo non sappia di suo di sconfitta; per quello che vale).
Non ci sono ritorni se prima non siamo partiti.
(Nel suo nome: chissà se al destino trasposto di un ordine
E all’assòlo frattale di morte che a questo consegue
Si nasconda in un suono anche il gesto nebbioso di quando,
Ormai stinta la luce futura di un giorno, anche uno, felice:
La risposta che arriva inattesa s’affaccia in ritardo
E nel buio il poscritto si staglia in inchiostro inguardabile).

VII.

Comincia e c’è già questo giorno, nel tempo, da solo “dinanzi all’inutile mare”;
Io che sono sdraiato in un letto di luglio a Torino; il dov’è è l’Hotel «Roma»
Aggredito dai suoni d’indizio d’estate; la Stazione vicina che ora raccoglie
Un mattino iniziato alla luce di un tempo che ancora non vedo. Ma c’è.
Marta oggi al telefono parla di numeri e giorni; e di viaggi che sono da fare
Attraverso il futuro che esplode a parole e intenzioni: e però poi si mostra
Senza dubbi che invadano adesso il gran pieno ch’è sotto le stelle.
Io non penso che a quello che accade e non ho più paure
Né mi accorgo che a pochi metri da me un po’ più in alto
O più in basso, chissà: potrebb’essere agosto e il Cinquanta. Ma non è così.
(In un treno che andava ad Assisi, in un libro, c’è IL BLUES DELLE CICCHE;
Ogni ora che il tempo riassesta mi dice che non è mai facile, mai, cominciare le cose).

VIII.

L’esistenza imprecisa dei campi e degli alberi in fiore: ecco un luogo comune
Anche quando chi scrive è stregato da estati bambine: gli accordi e la musica
Circondata da assedî che rendono vere e immediate
(Assecondano i luoghi le età che viviamo anche senza di noi)
Suggestioni falsate dagli occhi che crescono dentro.
Anche quando ci spiega che il male di vivere arriva dai colli
In cui il diavolo vive una vita serena.
Non c’è spazio per troppe parole, alla fine, se scrivi
Contenendo le immagini in sogni arrivati in ritardo
O Lasciàndoti scrivere in versi la vita che vivi:
L’Inatteso splendore dei righi negati allo sguardo
NAsce male e si vendica. Offre i troppi aggettivi all’azzardo.

IX.

Le poesie di Pavese. I romanzi. Il compagno.
Agonia (“Girerò per le strade”). La spiaggia.
Verità mascherate e invenzione. Paesaggio;
O Ritratto d’autore (“Fumiamo in silenzio”).
Resta tutto sognato anche quello che forse
Aiutato dal tempo potrebbe disfarsi in memoria
Resistendo a promesse inesauste ed a tagli improvvisi.
Esistenze ed estati che presto dispiegano
STati d’animo e storie e Steddazzu (“soltanto dormire”):
Anche questo un inganno di Venere in lingua salvata,
Nata nuova e diversa al confino e reclusa poi in clausola.
CAra al cuore degli uomini l’ultima stella comunque si chiami.

X.

Per Pavese il primo romanzo è Paesi tuoi (non primo nel senso
Ancestrale di storia che vive negli anni per farsi per prima
E sconfigge col senso-di-poi tutto quello che segue;
Si sta invece parlando del primo battesimo a luce:
In un laccio di prosa ritmata e di pause sospese
Trova infine – all’inizio – la musica addosso: e davvero
Una volta trovata rimane attaccata: un rumore di fondo
O la voce diffusa che intanto ci lascia parlare con timbri precisi
(Io non so se è un regalo irrichiesto o una pena voluta)
NOTTE e giorno cercàndosi in mezzo a chi vive, che
DI invito in invito ci marchia per sempre in un nome.
FESTA mobile e inganno di quando si è giovani. Se mai lo si è).

XI.

IL momento preciso in cui ho letto il suo saggio
Componendo così anche un ritmo interiore
Avvertito da sempre a passeggio nel centro ostinato dei blues
(Rievocando quel tempo rivedo me stesso
Come appaiono a volte i paesaggi nel sonno:
Evocati a modello di come li abbiamo creati
REsistendo all’oltraggio di ammetterli solo inventati).
IL suo ritmo ternario, poi Whitman e Pascoli e i classici;
COMplementi di metrica barbara e grida di Stein e di Lewis.
PAsseranno degli anni e migliaia di righi (tra letti e riscritti) e
Giordano però non avrà mai perduto ― quell’accenno di musica:
NOn sa bene in che modo, ma gli guida le mani se scrive.

XII.

VEramente è un avverbio che in letteratura s’invera
Riscrivendo in bugie consapevoli una parvenza di vite
RAccogliendo poi quello che vedi ma senza capirlo;
LA sconfitta di tutti può essere solo indicata: ma mai nominarla
MOrirebbe al contrario il solo esorcisma possibile:
Ricordare ogni nome di cose o persone e poi dirli:
TEstimoni irrichiesti di quel che si voglia fermare in bellezza.
E con questo mi sembra di dire tra i versi Pavese.
AVRÀ forse capito, alla fine, che non c’era verso per lui:
I TUOI anni segnati, la curva ritrosa, settembre ed agosto:
OCcasione in sintassi compiuta ― che conserva la scelta per sé.
CHI potrà mai più fare dei pettegolezzi ― senza sentirsi sconfitto davvero?

Rossella Milone

In una lettera del 1946, allo scrittore Silvio Michieli, Italo Calvino scrive: «Io pensavo di fare un librettino di racconti, tutto bello pulito stringato, ma Pavese ha detto no, i racconti non si vendono, bisogna che fai il romanzo. Ora io la necessità di fare un romanzo non la sento: io scriverei racconti per tutta la vita».
Questa dinamica tra Calvino e Pavese mi ha sempre intenerita, visto che ciò che più amo di Pavese sono i racconti. I romanzi, le sue poesie, i saggi: Pavese è la voce che sa sempre come entrarti nel cervello. Ma nei suoi racconti, io e Pavese facciamo proprio amicizia. Ha tradotto moltissima narrativa americana, ha lavorato in Einaudi come editor per parecchio tempo: non poteva non guardare al racconto che con fascinazione e titubanza, con quel grado di mistero nello sguardo che il racconto conserva in sé. Pavese lo coglie – appena si mette a scrivere, tardi nella sua carriera. Come Hemingway che ha tradotto, come Vittorini che ha affiancato in casa editrice dopo la guerra, eredita nella pratica autoriale il piglio del cuentista. Mistero, condensazione e omissione: sono i tratti che si illuminano nella sua scrittura, nonostante la tinta fosca che sempre accompagna le sue storie. Sono molto affezionata al racconto Viaggio di nozze, scritto nel 1936. Per due motivi: perché è stato pubblicato postumo e, come tutte le opere postume, mi sembra la sua voce che continua. E poi, perché è un testo in cui emerge il rapporto difficile con le donne, dolente e ferito, così lucido in una specie di autocritica, che appare come una dolce scusa sussurrata – quando di scusarsi aveva poco e niente.

Demetrio Paolin
Il futuro di Pavese

1. Mi è stato chiesto di scrivere mille parole per raccontare l’importanza che per me – come uomo, autore – ha avuto Cesare Pavese, e io ho pensato di parlarvi dell’uso che l’autore langarolo fa del futuro in due sue poesie, perché sono convinto che l’analisi grammaticale spiccia sia più interessante della contemplazione narcisistica di sé stessi. Le due poesie in questione sono Paradiso sui tetti [1]Passerò per piazza di Spagna [2] (vi basterà cliccare sul numerino per vedere il testo e i miei appunti). Ora leggete con calma, prendetevi tutto il tempo che vi serve, poi ci ritroviamo qui.

2. Avete letto? Volendo l’articolo è finito qui, ma se proprio siete curiosi, potete continuare a leggere.

3. Alcuni dei punti fissi della critica e della riflessione sull’opera pavesiana hanno a che fare con la memoria e il ritorno e la nostalgia. Da I mari del sud a La luna e i falò, passando da Paesi tuoi o La casa in collina, è difficile non imbattersi in personaggi che ricordano i tempi passati, che tornano nei luoghi della loro infanzia o che tornano a casa. Il tempo verbale più adatto a questo tipo di narrazione è l’imperfetto o in subordine il passato remoto, entrambi sono – lo dico a orecchio, non ho fatto nessuna indagine stilistica in merito – preponderanti nella sua opera. Questo non ci deve stupire, perché esiste sempre una concordanza tra scelte stilistiche e scelte tematiche.

4. Quindi la rottura della norma diventa un indizio da seguire. Son ben 11 i verbi al futuro in Paradiso sui tetti, di cui la metà sono il futuro del verbo “essere”. 12 i futuri in Passerò per piazza di Spagna, tralasciando il titolo; 4 occorrenze dell’“essere”, 3 del verbo “aprire”. È interessante notare che l’attacco di entrambe le poesie è simile: «Sarà un giorno tranquillo» / «Sarà un cielo chiaro». Tra l’altro l’incipit del Paradiso sui tetti suona diverso rispetto agli attacchi classici di Lavorare stanca, in cui a dominare è il ritmo anapestico, che invece qui si fa piano, quasi contemplativo (non è un caso che questa poesia sia composta nel 1940, ben lontano dalla prima fase pavesiana), e segnala come la modificazione dell’impianto ritmico di Pavese sia iniziata molto prima dell’ultima fase lirica, dovuta alla sfortunata storia d’amore.

5. Quindi, ricapitolando, su 23, mal contati, verbi al futuro, di cui circa una decina sono dedicati al verbo essere, entrambi gli incipit della poesie, come abbiamo visto, sono legati al verbo essere posto a inizio verso. Viene da chiedersi, mentre leggiamo, a quale tempo futuro Pavese faccia riferimento nelle sue liriche. Si potrebbe rispondere, usando un gioco di parole, che il tema sia “il tempo del sarà”. Il futuro di Pavese ha una tensione di rivelazione, di apocalisse, qualcosa che si spalanca e si mostra ai nostri occhi. Non è casuale il tornare dell’immagine della finestra che s’apre e da cui entra luce, o un cielo più grande. Il tempo futuro, a cui si riferisce Pavese, non è il nostro: quello del calendario, ma è il tempo ultimo, quello in cui si mostreranno le cose per come sono realmente.

6. Sempre facendo la conta dei verbi futuri, in Passerò per piazza di Spagna a contendere il primato presenza del verbo “essere” è il verbo “aprire”. Tale verbo sottolinea – nella logica temporale – come qualcosa sia chiuso, celato e nascosto e che solo un avvento futuro potrà produrre la scoperta. L’aprirsi della strade, delle porte e delle finestre rimanda subito all’immagine dei cieli nuovi e della terra nuova. L’aria, la luce che entrano da queste aperture verbali e fisiche rendono tutto rinnovato, fermo: «Ci si sveglia al mattino una volta per sempre».

7. Paradosso: l’uso del futuro in Pavese produce un presente. Attenzione: questo presente non è da confondersi con il presente storico delle narrazioni romanzesche, quello che usiamo per rendere più vivace e prossima un’azione che viene raccontata. A mio parere in questo caso abbiamo una indicazione di un tempo senza tempo, il tempo che smette di passare, non più kronos ma kairos.

8. Il tema del kairos è profondamente legato alla nostalgia e al ritorno. Sbaglia chi vede come tempo grammaticale della nostalgia il passato (nelle sue diverse declinazioni di imperfetto, passato prossimo, remoto o presente storico); il tempo della nostalgia è il futuro. Le due poesie che stiamo analizzando hanno come tema il ritorno, ma non tanto a qualcosa che è stato, ma a qualcosa che sarà: una condizione di pace, equilibrio. L’intuizione pavesiana è bellissima: il tempo della pace, il tempo della mia infanzia che io ho testardamente cercato andando indietro è in realtà ciò che mi aspetta. È sapienziale la visione che Pavese trae da questi versi, non dissimile dalla visione, che dissimula un ciclo ma che in realtà segnala una meta, di Eliot: «In my beginning is my end». L’inizio è nella fine, in ciò che si conclude si trova il luogo della nostra nostalgia.

9. Non si può parlare di Pavese senza indugiare un attimo sul suo gesto. Questi verbi al futuro danno a quel momento un «chiarore tranquillo»; il suo gesto, lungi dall’essere semplicemente un momento di debolezza, di codardia o di depressione per un amore non corrisposto, è una prosecuzione stilistica della sua poesia e della sua opera.

10. «Non più parole. Un gesto. Non scriverò più». Chissà quanti di noi hanno letto queste parole, ma quanti hanno notato che l’ultimo tempo verbale di Pavese è un futuro? E questo futuro è così simile a quello delle due liriche che abbiamo analizzato. È il tempo dell’assoluto: la poesia l’ha condotto al limite, c’è un momento in cui la letteratura, l’arte, la potenza delle parole, la bellezza della grammatica e la sintassi nulla possono rispetto alla vita. Pavese è giunto al luogo del suo passato, che è il futuro del sempre presente. Ha deciso di entrarci, e ci ha donato come Orfeo Euridice, ma ha deciso di non voltarsi, di non guardare il passato. L’ha lasciata sulla soglia eternamente: «Sarai tu – ferma e chiara».

Carmen Pellegrino

È ruvida al tatto la pelle di Pavese, a immaginarla qui e ora e per gioco, ruvida come di chi ne ha passate parecchie.
«Tu sai che per me la tua presenza è pura gioia, tanto una gioia che talvolta corro il rischio di dimenticare che magari tu soffra. Non sono mai stato abituato ad un contatto come il nostro. Io ho sempre soltanto combattuto in queste cose. Potrei dire che sono tutto cicatrici e stanco».
Sono le parole, bellissime, che scrisse a Bianca Garufi, il 21 ottobre 1945. Tra i due corsero molte lettere, cinque anni di lettere colme di tenerezza e discordia; e, anche quando divisero la stessa stanza nella casa editrice in cui entrambi lavoravano, continuarono a scriversi lettere, un fiume di lettere che oggi sono la traccia di un amore che Pavese disse «storto», ma che grazie a quelle lettere è rimasto per sempre impresso, come un graffito su una parete di roccia.
Sembra combattere, Pavese, nelle cose dell’amore. Sembra – perlomeno a me sembra – costretto a un corpo a corpo con sé stesso nella possibilità dell’amore finalmente non negato, l’amore che si dà; un combattimento contro le sue proprie resistenze, una derealizzazione di ombre attraverso la figura dell’amata. Fino a che punto? Fino al punto di incrudelirsi: «Vorrei sapere qualcosa di te», gli scrive Bianca agli inizi della loro relazione, «se stai bene, se sei ancora così crudele». E lui risponde che crudele lo è ancora certamente, «se crudeltà si può chiamare il normale contegno di chi rispetta le donne al punto di non volerne sapere di loro».
Eppure non desidera altro. Nell’inverno del suo cuore, sembra non desiderare che l’amore, che è come la grazia di Dio, dirà all’epilogo della sua vita, rispetto alla quale l’astuzia non serve. Avrebbe voluto che lo amasse Tina Pizzardo, la matematica partigiana dalla voce roca, lui appena ventenne. E Fernanda Pivano, che pure all’inizio aveva circondato di «gelo e l’ostilità» e a cui chiese due volte di sposarlo, senza successo. E così Constance Dowling che, tornata in America, non rispose mai alle sue lettere. Tutte e tre sposarono un altro uomo.
Quello per Bianca Garufi, al contrario, è un sentimento corrisposto, ma forse il punto è questo, forse Cesare come tanti di noi non sa come affidarsi a quell’onda oscura che tutto muove, quell’onda neurochimica che se entra in circolo smantella il nostro (triste) equilibrio, perché un amore, «qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla».
Quindi: «Che cosa pretendi?», le scrive il 17 aprile 1946, «che ci coccoliamo come due conigli? Io trovo molto bello questo maltrattarci insaziabile; è sincero dopotutto e producente. Ciascuno ha i suoi sistemi – noi siamo una bellissima coppia discorde e il sesso – che dopo tutto esiste – si sfoga come può».
Di tutt’altro tenore le lettere scritte a Constance Dowling nel 1950. Ma chi può giurare che in cuor suo Pavese non sapesse che Constance, in fondo, non era mai stata sua?
«Cara Connie,
[…] ti amo.
Di questa parola so tutto il peso – l’orrore e la meraviglia – eppure te la dico, quasi con tranquillità. L’ho usata così poco nella mia vita, e così male, che è come nuova per me».

Qualche volta, per una mia consuetudine a immaginare ombre riunite attorno a un tavolo, come in un pascoliano convito che splende nel deserto, un gran bianco in mezzo alla notte d’oro; qualche volta, dicevo, immagino di trovare riuniti intorno a una tavola imbandita i poeti che più ho amato e osservarli mentre mangiano cose buone e semplici, e pronunciano versi per gli affanni di qualcuno di loro, versi che si spera giungano come la parola interiore che illumina, almeno per un poco, un angolo dell’abisso. Così, ora, voglio immaginare Franco Fortini al fianco di Pavese, suo vicino di sedia che non mangia e non beve, la giacca più grande di due misure, gli occhiali allentati sul naso mentre con l’indice disegna un cerchio sulla tovaglia bianca, su cui più tardi Alfonso Gatto spaccherà l’anguria e ne offrirà la polpa rossa che tanto piace a Luciano Erba e che tenta anche Adrienne Rich…
O Cesare – gli dice Fortini sottovoce –
Non credere che tutto sia finito,
ragazzo. Spera, fatti una ragione
della tua pena. Per il nostro cuore
non c’è una primavera sola. Torna
agli anni alti l’aprile, un altro aprile.
Non disperarti oggi.

 Gabriele Sabatini
Pavese lontano, poi vicino

Non fu un incontro felice, il mio primo con Cesare Pavese. Avrò avuto quindici anni e Paesi tuoi era il più breve libro di quelli fra cui scegliere nella lista delle letture estive, lo volli per quello. Ahimè, l’esigua mole non mi fu di nessun aiuto; lo lessi a fatica, di fatto non provando alcuna emozione. Fra le letture di quell’estate ricordo invece nitidamente il coinvolgimento e il trasporto che sentii per Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu, tanto da alzare subito la mano e volerne parlare per primo, quando alla ripresa delle lezioni si sarebbe discusso dei libri letti.
A un certo punto, non ricordo con esattezza l’anno, ma avevo la patente, la folgore mi ha colpito quando ho capito (o creduto di aver capito, e lo credo tuttora) che quel che Pavese fa con la sua opera è parlarci dell’ineluttabilità del destino, come nitidamente scrive in Feria d’agosto: «Tutto il nostro destino è già stampato nelle nostre ossa, prima ancora che abbiamo l’età della ragione».
Ripresi Paesi tuoi, ora sentendo i personaggi in maniera differente, forse finalmente capendoli: con la loro inerzia di fronte alla tragedia, con l’incapacità di cambiare le cose, di muoversi, o anche solo di prendere un treno e fuggire, essi proclamano e affermano l’esistenza di un mondo in cui vigono leggi più grandi di quelle del singolo uomo.
Che fossi semplicemente cambiato io? Può darsi. Può darsi che avessi smesso di andare alla ricerca di libri che promettevano di far respirare la stessa aria di Steinbeck, per poi ritrovarmi in pagine in cui la rabbia non ti colpisce dritta sulla faccia. Ma può anche darsi che non fosse quella rabbia, da dover cercare.

Cresciuto o meno che fossi, a pensarci oggi, qualcosa nel mio rapporto con Pavese era successa davvero: avevo letto le sue lettere.
Solo dopo aver scoperto i suoi carteggi (dapprima quelli personali, poi quelle professionali), e il suo diario, ho compreso che quel modo di raccontare un mondo che mi appariva così lontano e ostile, era la visione stessa di Pavese, dei suoi tormenti, delle sue angosce, financo delle sue idee politiche. Ogni volta che leggevo una lettera, un frammento del diario, ogni volta che potevo sbirciare nel suo modo di lavorare, nel suo modo di sentire i libri, scoprivo un uomo brillante, intelligente, vivace, ironico e sarcastico, capace di soffermarsi, quasi di infierire, su ogni singolo istante dell’esistenza, come se in quelle poche parole provasse a distillare il senso di ogni cosa. Ritrovavo uno stile unico, una scrittura indagatrice e acuta; ritrovavo la solitudine raccontata con magistrale chiarezza, i conflitti umani e interiori, e quelli politici e sociali; gli amori sofferti e felici, la lealtà, le delusioni, il bisogno di capire le cose, di osservarle attraverso i suoi occhi, di riversare una parte di sé nel mondo e viceversa. Ritrovavo l’umanità soffocata dal peso del destino e della Storia; quella stessa umanità che, no, all’inizio non avevo capito.

Nadia Terranova

Lego l’amore per Pavese a mia zia Rosalba, sorella di mia madre. Quando ero adolescente mi disse: alla tua età avevo già conosciuto tutta la tristezza del mondo perché leggevo solo libri di Cesare Pavese. Invece a me, a scuola, niente, proprio quel Pavese non riusciva a dirmi nulla, lontano com’era dal mare e da una malinconia sirenica, isolana che riconoscevo come mia, mentre la sua era aspra, respingente, sprofondata in una regione di cui nulla sentivo sottopelle. Però, le parole di Rosalba non le scordavo: cos’aveva visto in quei romanzi che a me era rimasto oscuro?
L’ho capito molti anni dopo, grazie a una foto. È su una barca, un fazzoletto annodato sulla nuca, sembra un pirata, è mezzo nudo con una baldanza che è in realtà vergogna dissimulata, contrae il viso, strizza un poco gli occhi dietro le lenti da vista e intanto trasforma il suo disagio quotidiano nella finzione più urticante, faticosa e consueta, il tentativo di mostrarsi uguale a tutti gli altri. È solo, come in tutte le foto che lo ritraggono, anche quelle in cui è in mezzo agli altri, soprattutto quelle. «La sola regola eroica: essere soli soli soli», annota il 15 ottobre 1940.
Ho continuato a capirlo grazie a un capitolo doppio di un libro che ho amato, I migliori anni della nostra vita, di Ernesto Ferrero, sulla vita in casa editrice Einaudi. È un capitolo su una coppia: Pavese e Vittorini, legati, opposti, inscindibili, la luna e il sole, i baffi piacenti di Vittorini e la magrezza nervosa, contratta di Pavese, un sud solare e un nord ombroso che potevano funzionare solo insieme. Sono tornata a Pavese leggendo La spiaggia, ancora oggi un piccolo capolavoro un po’ nascosto, dove Pavese, il Pavese delle montagne, raccontava il mare mettendo sulla sabbia e nell’acqua una forza che non credevo possibile (e ancora oggi, quando il personaggio di Clelia dice che il mare è tutto quello che ha, e che per questo riesce a nuotare soltanto da sola, mi chiedo: ma Pavese come fa a saperlo?).
E ancora: Pavese l’ho capito sempre più grazie a Bianca Garufi, la Leucò dei Dialoghi a lei dedicati, scrittrice, poetessa, psicoanalista di origini messinesi. La corrispondenza tra Bianca e Cesare, questa «bellissima coppia discorde», come loro stessi si definivano, è un romanzo a sé stante, un romanzo nel romanzo della sua vita con le donne: «Sono un popolo nemico, le donne, come il popolo tedesco», scrive. Lui le donne le lambisce, le studia e le soffre, fra tenerezze improvvisate e la ferocia degli abbandoni; nei diari è rabbioso, nelle lettere è complice, costruisce i rapporti sull’ironia e intanto lancia invettive, «o con amore o con odio, ma sempre con violenza». Come scivolando dentro un rapimento, i due si innamorano in un modo tutto loro, parlano furiosamente di psicoanalisi, di traduzioni, di mitologia. Cominciano a scrivere a quattro mani una storia, Fuoco grande, pubblicata postuma e incompiuta, ma la loro vera opera d’arte è l’epistolario. «Cara Bianca, lo sai benissimo che quand’io scrivo lettere, maltratto», e ancora: «Io trovo molto bello questo maltrattarci insaziabile; è sincero dopotutto e producente – noi siamo una bellissima coppia discorde e il sesso – che dopotutto esiste – si sfoga come può», e ancora: «Addio e guarisci, scema». In Leucò, Leucotea, divinità greca del candore, dice a Circe: «Nessun uomo capisce noialtre, e la bestia». Ho sempre pensato che il fatto che Pavese avesse scritto le ultime parole proprio su una copia dei Dialoghi con Leucò, la sera del 27 agosto 1950, sia emblematico.
Sono passati decenni da quella frase di mia zia Rosalba sulla tristezza, su di sé e su Pavese. A volte, quando siamo insieme, sento le nostre adolescenze passate in tempi diversi parlarsi con le parole di uno scrittore che abbiamo amato in età distanti. Io, per entrarci, ho avuto bisogno delle parole degli altri: quelle di Garufi, di Calvino, di Ferrero, e persino le sue. Ogni volta che vado a Torino e dormo nel suo hotel mi dico che è venuto il tempo di provare a dormire in quella stanza, ma non riesco mai a chiederla. E quando penso a Pavese, quando lo leggo, ci sono sempre a raccolta tutti gli altri, e quando penso alla sua morte ci sono le parole di Natalia Ginzburg: «Guardò anche oltre la sua vita, nei nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei confronti dei suoi libri e della sua memoria. Guardò oltre la morte, come quelli che amano la vita e non sanno staccarsene, e pur pensando alla morte vanno immaginando non la morte, ma la vita».

Michele Vaccari

Quando ero ancora taciturno, leggevo i romanzi di Verne e Stevenson credendo che la vera avventura di cui avessi bisogno per sopravvivere alla solitudine e alla noia che mi stringevano a loro ogni mattina appena aperti gli occhi fosse questione di pirati o calamari giganti. Ricordo che in casa mia Pavese era un nome in verticale, striminzito, coi bordi delle cifre che sfioravano la curva della costa de La casa in collina, Pavese, un nome così arcano per me, la versione non diminuita di un biscotto, nella mia fantasia, per la mia conoscenza, nient’altro. Fino alla seconda media avrei ritenuto sempre specie di mio padre e delle sue letture serie, insopportabili, quel romanzo, quel cognome che ogni volta mi pareva il più pronto a precipitare giù dal lato sinistro della copertina. Una mattina, poche settimane prima di arrivare a metà di quello che sarebbe stato il mio percorso scolastico, mi imbattei nella musica delle sue pagine. Fui io a scivolare nel vuoto creato dal suo cognome, come una forza del passato che non ti riguarda ma che in qualche modo sai tua e non puoi evitarti di rimanere avvinto a lei perché senti che ti appartiene. In quella stessa seconda media dove mi svogliavo ad ascoltare di poeti così legati ai riti della terra da farmi venire la voglia di dare fuoco a ogni bosco, orto, casale del mondo, arrivò improvvida una lettura, sgangherata, sillabata, col dito che segue le righe e il compagno bulletto che fa la figura da asino, prende un voto che sfiora appena il livello della sufficienza, con le labbra che si producono in una smorfia di menefreghismo, come a dire per fortuna la prossima ora c’è educazione fisica. Ricordo ancora quel bambino che torna al posto, io che neanche lo guardo, quasi mi scordo sia esistito, perché il suono che fa la letteratura, quando è lei, riecheggia nella mia testa e non è una questione che ha a che vedere con la capacità o meno di saper portare un testo a una platea, seppure di imberbi neofiti. È un’armonia che ha a che fare con il pentagramma, non con la macchina da scrivere. È un ticchettio di note alte, cupe, slide sporchi e incisi che mandano all’aria ogni convinzione, ogni tailleur della professoressa che sta lì a parlarci del Pavese uomo, il Pavese traduttore, del Pavese che non importa rispetto a questo, il Pavese che non è nessuno oltre ciò che ha scritto. Non mi interessano le sue amanti, il suo suicidio, gli occhiali che tanto ritornano nelle foto che scorrono nel powerpoint davanti a noi. Nel buio che si crea in quell’aula, Pavese ha la mia età, è al mio fianco. In quell’incipit così conosciuto da chiunque, che mi sta addosso ancora oggi come una malattia genetica della pelle, oggi riconosco i connotati del primo insegnamento vero che mi diede la letteratura: un romanzo, per funzionare, prima di avere un senso, deve avere una propria melodia interiore, o così pareva a me preadolescente urlasse la prosa di quello scrittore che aveva deciso di togliersi la vita nell’anno in cui mio padre nacque.

Se l’infanzia era stata la casa delle storie e della grammatica compita, nella fase di limbo che ne era seguita, senza rendermene conto, Pavese arrivò come una cometa fuori programma, un lampo che mi avrebbe trasportato per sempre nel mondo degli adulti.
Non bisognava scrivere bene per scrivere. La lingua di Pavese era un continuo bilico, tra buone regole e cattiva sintassi, tra voci di sfuggita e descrizioni epocali, che aprivano la mia mente di ragazzo con scenari che non avrei mai pensato potessero stare là, soffocate dall’odore di letame di una fattoria in malora, tra le rughe di un analfabeta.
Da ligure, abituato fin dalla prima età a camminare tra Langhe e paesaggi urbani osservati con lo spirito stupito di chi si ritrova a sua insaputa custode di una rivelazione, l’opera di Cesare Pavese iniziò da quei miei dodici anni a lavorare dentro me, fino a convincermi che nessun altro fosse al suo livello di pensiero, di profondità di sguardo e che se un minimo avessi voluto incidere con la scrittura delle mie di cose, sarei dovuto diventare un adepto di quella letteratura. Per questo, soprattutto nell’ultima parte della mia giovinezza, tra i trent’anni e l’età che ho adesso, sarei andato molte volte in pellegrinaggio nei luoghi del Belbo, a cercare la casa di Nuto, a guardare se si vedeva Torino in lontananza dalla collina di Moncucco. Ancora oggi, in ogni cosa che invento, ritorna quell’identità lirica e sghimbescia che per me è la voce di Pavese, il suo modo di vedere, di mettere al centro i luoghi, la poesia del quotidiano con lo sfondo della fine a sorvegliarne il passo, a fare da bussola in questo andare, tornare, provare a creare una bellezza laddove sembra che sia solo la miseria, l’orrore, ciò che ci sia da guardare, come se la realtà non fosse nient’altro che un pettegolezzo di sfondo per chi si ostina a vedere solo quella, e noi, i suoi lettori, gli avventurieri chiamati dalle pagine di Pavese a scoprire il vero tesoro celato nella sabbia del tempo che copre le parole dei suoi romanzi, l’eternità della sua letteratura.

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↔ In alto: illustrazione © Valentina Scalzo. Per gentile concessione.