Tempi eccitanti, il poliamore secondo Naoise Dolan

Antonio Zaccone

Tempi eccitanti è il romanzo d’esordio dell’irlandese Naoise Dolan, edito a ottobre per Atlantide nell’eccellente traduzione di Claudia Durastanti. La storia è raccontata in prima persona da Ava, una ragazza di ventidue anni che, poco dopo essersi laureata, decide di lasciare l’Irlanda per trasferirsi a Hong Kong, dove lavorerà per un anno come insegnante di inglese per bambini ricchi. È l’estate del 2016.

Le cose, però, prendono una piega inaspettata, tale da rimettere in discussione gli iniziali programmi di Ava. Il lavoro è malpagato e basta appena a pagare l’affitto oneroso in una casa con due ragazze piuttosto distaccate; in secondo luogo, la distanza dall’Irlanda è abissale, anche se non sufficiente, ad ogni modo, a far sentire ad Ava una qualche forma di nostalgia.

 Già le prime pagine del romanzo confermano l’autonomia, a tratti testarda, della protagonista, piuttosto restia a indagarsi nel corso dell’avventura che ha scelto di vivere. D’altro canto, sembra quasi che Ava voglia confidarsi col lettore, pur centellinando le informazioni che gli permetterebbero di sviluppare maggior fiducia verso di lei con la stessa diffidenza che la ragazza nutre per i suoi familiari, ai quali riserva sempre poche novità sul suo lavoro e sulla sua vita privata.

A Hong Kong Ava conosce Julian, un giovane di successo che, da Londra, si è ritrovato a lavorare in Cina come vice-presidente junior di una banca. Il rapporto tra Ava e Julian evolve in una corrispondenza inusuale di affetti fino alla formazione di una coppia inaspettata: Julian è un distaccato uomo di affari che trova in Ava una compagna di occasioni perlopiù sessuali, alla quale mette a disposizione il proprio appartamento; Ava, dal canto suo, è contenta di frequentare Julian per i suoi soldi, e insieme mantengono il rapporto su una linea che non sconfina nella serietà, almeno all’inizio. La comunicazione tra i due ruota intorno a un senso materiale della vita, terreno, disinteressato a una qualche elevazione o a una maggiore comprensione interpersonale.

L’uso che Ava fa della parola ha una doppia valenza: la prima è quella dell’insegnante che guida gli alunni alla scoperta delle sfumature della lingua, a come una sola parola possa celare più significati, a come muti in base al contesto; la seconda corrisponde, invece, a un approfondimento che Ava fa su sé stessa, un’autoanalisi che le consente di ampliare il proprio vocabolario emotivo, rimasto bloccato a un vicolo cieco che risale alla tarda adolescenza. C’è qualcosa, nel passato di Ava, che ha irrobustito il bisogno di mantenere una certa distanza dalle persone, soprattutto dai potenziali partner, qualcosa che non giace nello scantinato di un giallo irrisolto, piuttosto in un cuore disinteressatosi, negli anni, a lasciarsi andare.

Tempi eccitanti è il progressivo disvelamento di una personalità che, per quanto tardiva nello sbocciare, non è poi così testarda come poteva sembrare all’inizio. La conoscenza di Julian, tuttavia, un ragazzo abituato a ragionare in termini di guadagno, non permette ad Ava un percorso rettilineo, ma la capacità della protagonista di soppesare ogni parola si rivela un’arma capace di tenere testa alla scorza materialistica di lui.

«Quella settimana la lista per i dodicenni comprendeva la parola “testa”. Il dizionario forniva quattro significati: essere a capo o al centro di qualcosa; essere un individuo o una persona unica; la sede delle facoltà intellettive e della produzione di idee; qualcosa che sarebbe meglio non perdere.
Io stavo sempre a testare cose a Hong Kong, ma non sapevo sempre ricostruire in quale senso lo stessi facendo».

Per Dolan la lingua è uno strumento di persuasione ancor prima che di comunicazione: ci troviamo di fronte a due personaggi incapaci di parlarsi senza il timore di spezzare un equilibro basato su una sorta di reciproco opportunismo. Julian mantiene i suoi impegni lavorativi su un livello di priorità assoluta e a febbraio dell’anno nuovo parte per Londra per un periodo indefinito di tempo. Nel frattempo, Ava conosce Edith.

«Edith Zhang Mei Ling – nome inglese Edith, nome cinese Mei Ling, cognome Zhang – era originaria di Hong Kong, ma era andata in collegio in Inghilterra e poi era finita a Cambridge. Aveva ventidue anni, come me. Aveva un accento bigotto, altezzoso, con tutti i cascami drammatici delle intonazioni inglesi. Button, water, Tuesday, ogni parola con due sillabe svettava in alto e ripiombava in basso come un campanile gotico».

Se l’amore è un apostrofo rosa tra le parole t’amo, raffinatezza è la congiunzione che lega Edith ai suoi tanti modi di essere, declinati secondo un’apparenza decisa e sempre composta. I sentimenti di Ava verso Edith assecondano un’attrazione sopita negli anni, fin dalla sua infanzia a Dublino. Edith è la catalizzatrice di pulsioni quasi dimenticate, pronte a venir fuori come piccoli fuochi fatui da una foresta stregata e Ava inizia a interrogarsi se quei fuochi siano reali o immaginari e su quale sia il margine d’errore concesso per seguirli. Ma forse, proprio come nell’apprendimento linguistico, l’errore può essere la strada giusta da seguire (Chomsky docet).

«L’inglese aveva il congiuntivo. L’ho imparato la mattina che l’ho insegnato.
È venuto fuori che non ne sapevo nulla perché il congiuntivo inglese richiedeva delle strutture che non usavo mai. A quanto pare non si diceva: “What if I was attracted to her”. Si diceva: “What if I were”. Si ricorreva al congiuntivo per ciò che era meno che concreto. Se lo evitavo, significava che dicevo solo cose vere? O magari, dato che non tenevo il mio immaginario separato dal resto, forse tutto quel che dicevo era solo un desiderio o un sentimento».

La congiunzione tra Ava e Edith viene condivisa tra le due a tratti, di nascosto, nella speranza iniziale di non essere osservate. Le incertezze di Ava seguono un profilo di cautela estrema, quasi paranoica, soprattutto in relazione alla posizione sociale più remunerativa di Edith, che di professione è avvocata. Sembra quasi che l’ossessione di Ava intorno al denaro abbia sempre un vantaggio nello stabilire una relazione con l’altro. Ciononostante, la curiosità e la rivalsa personale si sostituiscono all’incertezza e Ava inizia a conoscere meglio Edith, scontrandosi inevitabilmente con un problema di cui si era quasi dimenticata: Julian.

L’ingresso di un’altra persona straordinaria nella sua vita pone Ava in una posizione senza apparente via d’uscita. Edith e Julian non sospettano delle reciproche esistenze, perché, di fatto, nell’opportunistico quadro di vita di Ava, nessuno dei due esiste rispetto all’altro. Le due presenze, però, lavorano in un accordo solo in apparenza privo di passione e di interdipendenza: quello tra Ava, Julian e Edith è il germe di un rapporto poliamoroso.
Julian è la protezione di Ava dal cinismo del mondo, di cui il ragazzo è anche il massimo rappresentante – una sorta di filosofia di vita che prescrive di uccidere il male con il male stesso. Edith, di contro, è la potenziale liberatrice dall’autoinganno a cui Ava si sta lentamente assuefacendo (meglio vivere in bilico sul filo dell’ignavia, piuttosto che schierarsi da una parte o dall’altra).

La percentuale di evoluzione personale, tuttavia, ha un’attrattiva più alta rispetto alla comodità di una vita da riccastri capitata un po’ per caso. Se Edith è la chiave di volta di una rinascita emotiva, Julian è l’incastro testardo al quale Ava non riesce del tutto a sottrarsi, per il semplice fatto di aver nutrito un interesse nei suoi confronti che, adesso, sta rinascendo sotto una forma inaspettata di affetto. E Ava, che si è presentata a tratti maniacale nel controllo dei vari aspetti della sua quotidianità, abbandona tutte le difese e decide di fare un passo rivoluzionario: far conoscere Julian e Edith.

Dolan cristallizza nella trama della sua protagonista la possibilità che l’affetto sia declinato contemporaneamente in più forme. L’eventualità del poliamore non era stata di certo contemplata da Ava prima del suo arrivo a Hong Kong; una tale distanza dalla sua città natale le consente di analizzare la sua complessità rispetto alle abitudini e ai costumi all’interno dei quali è stata plasmata per ventidue anni.

Concedersi a più affetti concretizza inizialmente dei timori, ma, al contempo, spinge Ava a superarli: la società contemporanea non è di certo modellata per le relazioni poliamorose, perché ancorata a un’idea di affetto incanalato in un modello biunivoco. Se il romanzo di Dolan è, nella sostanza dell’intreccio, piuttosto basico e rettilineo, non è privo di spunti intorno a un tema forse ancora poco discusso, ossia lo spettro di potenzialità affettive e sentimentali di cui l’animo umano dispone. Tempi eccitanti è un libro ragionato proprio sulla possibilità di uscire da un prevedibile intreccio a due corsie: basta andarsene lontano da casa (non necessariamente fino a Hong Kong).