Di una volta

Andreea Simionel

«Ma te sei sicura, che bisogna far così?»
«Sì».
«Sicura sicura?»
«Sì, madona santa, ti ho detto di sì. Mi aiuti o no?»
Pina non si muove. Resta ferma in vestaglia con le braccia molli lungo i fianchi. Guarda la signora in piedi nella vasca e pensa: ma questa, chi cazzo è? Chi ce l’ha messa, dentro casa mia? Lo sa che si dice madonna, non madona? Lo sa che si dice bello, non belo? Quand’è che impara a usare le doppie? Quand’è che se ne va e torna al suo paese? Lei e i suoi vestiti, i jeans scoloriti e la maglia informe, e quel marsupio legato intorno alla vita, sempre gonfio e ripieno. Che cosa ci mette dentro, che cosa mi ha rubato? E le sue scarpe da ginnastica, come se dovesse mettersi a correre da un momento all’altro. E i suoi capelli, sempre legati in una coda stretta, che tende i lineamenti, così alta sulla nuca da spezzarsi in ciocche come una buccia di banana. E la pelle, così pallida, non ce l’ha il sole, al suo paese?
«Vabbè, faccio da sola».
La signora si piega in avanti, lentamente, come se le costasse duecento euro. Fa sempre così, che se deve prendere la scala o lavare le tende o spolverare sopra gli armadi diventa lenta e brutta, e Pina, quando la vede, le chiede: ma quanto ti costa, fare questa cosa qui? Non hai mica cent’anni. Allunga le braccia e afferra il tappeto persiano arrotolato sulle piastrelle e lo tira su. Toh, quattrocento euro. Comincia a tirare a singhiozzo. Si ferma, ha l’affanno.
«Non ci sta.» dice Pina.
«Sì che ci sta».
«Non ci sta».
«Sì che ci sta!»
Con uno stacco l’angolo del tappeto supera la testa della signora e colpisce lo scaffale in alto. La bottiglia di shampoo viene giù. Pina la guarda inerte sulle piastrelle. Gesù, questa mi butta giù la casa. Questa è venuta fin qui dall’est per ammazzarmi con uno shampoo.
Pina alza gli occhi. Il bordo inferiore del tappeto è sollevato. Il peso è tutto sulle spalle della signora, che respira affannata e lo tiene come i cameramen. Pina si riscuote, si piega e lo alza.
Quando tutto è sistemato, la signora esce dalla vasca. Una accanto all’altra, le due donne danno le spalle alla porta del bagno. Guardano il tappeto con le mani sui fianchi. La signora dell’est è più alta, Pina è piccola e magra e ha i capelli rossi corti e radi.
«Te l’ho detto che non ci stava».
«Zitta».
«È troppo grosso. Cosa facciamo?»
La signora dell’est la ignora. Fa partire il rubinetto e lascia scorrere il getto finché la vasca si riempie a metà. Bagna il tappeto con il tubo della doccia, poi lo immerge sotto il livello dell’acqua. Spinge gli angoli dentro, come gli spaghetti in pentola, e un po’ di acqua color marroncino trabocca. Afferra la bottiglia di aceto, toglie il tappo e la rovescia a testa in giù sopra la vasca.
«Gesù, Gesù, Gesù, cosa fai?»
Pina scatta. Allunga le mani per fermarla, ma la signora la tiene a distanza con il braccio libero.
«Stai buona».
«Ma te sei sicura?» chiede Pina, «secondo me è troppo, è meglio se apri un po’, adesso saprà tutto di quella roba lì, piuttosto lo lasci sporco, lo sciacqui e lo mettiamo ad asciugare».
Quando la bottiglia è vuota l’odore aspro e denso dell’aceto invade il bagno e punge le narici. La signora butta la confezione sul pavimento e afferra la spazzola. Con una smorfia appoggia le mani sulle cosce e le ginocchia scrocchiano. Toh, seicento euro.
Si inginocchia contro il bordo della vasca e si rimbocca le maniche.
«Dai, vai fuori di qui e lasciami lavorare».
Pina non si muove. Non sa che dire. Guarda la schiena della signora, piegata sulla vasca, le maniche rimboccate e i dorsi arrossati. Schizzi d’acqua volano ovunque, mentre le setole cominciano a spazzolare il tappeto.
Indietreggia, fa per uscire, la mano sulla maniglia. Ci ripensa, torna indietro.
«Ma tu, com’è che ti chiami?»
Petronela risponde: «Petronela».

Pina è in corridoio. Guarda fisso il mobile. Nella mano destra ha il carrellino della spesa. L’indice e il pollice della sinistra aprono e chiudono il tappo di un rossetto, aprono e chiudono. Click clack, click clack. Cos’è che devo fare?, pensa. Devo mettere il rossetto, ecco cosa. Torna indietro. Fa per circumnavigare il tavolo da dodici al centro della sala, ma il carrellino si blocca contro una sedia. Maledizione e vaffanculo, pensa. Lo vuole dare via, ha le gambe in legno di mogano scuro, ondulate come le cose dell’Ottocento, e lo dà via per niente, insomma è un affare, ma non se lo prende nessuno. Signora, le hanno detto tutti, dove lo metto un tavolo così? Ché le case non sono più quelle di una volta, e al massimo ci sta un coso richiudibile dell’Ikea. Allora se lo tiene. Si china per liberare la ruota, poi circumnaviga il tavolo e il carrellino della spesa le viene dietro docile e vuoto.
Si ferma di fronte allo specchio nella stanza da letto. Toglie il tappo al rossetto e ripassa il contorno delle labbra. Il profumo, l’abbiamo messo il profumo? E mettiamoci anche il profumo. Non ce ne sono più di donne così, pensa guardandosi riflessa, noi siamo le donne di una volta. Adesso invece sono tutte di una marca: i capelli all’ingiù, le ciglia all’insù. Cerca di appiattire i ciuffi ribelli sopra le tempie, ma tornano ritti. Bisogna che faccia la tinta, pensa, e presto. Il profumo, l’abbiamo messo il profumo? E mettiamoci anche il profumo. Le donne di oggi sanno di frutta, noi invece sappiamo di donne. E poi siamo in grado di portare una gonna, cosa che le donne di oggi non sanno fare. Non ci sono più le gambe di una volta.
Fatto. Un’ultima controllata allo specchio. Bella, come non ce n’è. Anche se, certe volte, il suo riflesso nello specchio la spaventa: il viso smagrito, gli anni accumulati nelle crepe dei sorrisi spenti e agli angoli degli occhi. Rapida, distoglie lo sguardo e scuote la testa a destra e sinistra. Cos’è che devo fare? Ah, sì.
Rifà la strada al contrario, il carrellino della spesa al seguito si incastra nella sedia di prima. Maledizione e vaffanculo, pensa. Alza la testa e in soggiorno gli occhi compiono il percorso di sempre: suo figlio le sorride elegante nella foto del matrimonio sopra la porta, ha il fiore rosso all’occhiello, intorno al collo le braccia della moglie, le mani cingono la sua vita bianca e sottile. Suo figlio è morto che aveva quarant’anni, tumore al cervello. La cornetta nera del telefono la fissa silenziosa, e anche a toglierla tutti i giorni la polvere non va via del tutto, e quella disgraziata di sua figlia che sta in Svezia non telefona mai. Billy invece la guarda strabico nella cornice sullo scaffale, la lingua di fuori e la bava alla bocca. Aveva dodici anni, allora. Tu sì che mi capisci, Billy.
La porta di casa è aperta. Guarda fisso il soprammobile assente in corridoio, quello in vetro azzurro che la signora dell’est ha fatto cadere e si è sparso in tanti piccoli cocci e non ha detto niente, tanto io lo so che fa sempre così, rompe le cose e non dice niente e lascia che me lo dica l’assenza, ma io le cose di casa mia so dove devono stare. Appunta nella testa: licenziare signora dell’est virgola ricomprare soprammobile. Deve sottrarre alla paga il costo di quel guaio, non gliela fa mica passare liscia. Però non adesso, adesso deve andare, che il Gran Balon c’è solo di domenica e solo fino a mezzogiorno, e di sicuro lì lo trova.
Esce sul pianerottolo e sistema il carrellino della spesa sullo zerbino con su scritto non si entra di cattivo umore.
«Dove stai andando?»
Pina si gira. Petronela è in corridoio.
«Sei licenziata».
«Cosa?»
«Mi hai sentito. Sei licenziata».
«Perché?»
«Sai benissimo perché».
«No che non lo so».
Pina fa un cenno col mento.
«Il mio soprammobile. L’hai rotto».
«Che sopramobile
Pina apre la bocca per parlare, inala. Quello azzurro, in vetro, era un elefante o un vaso? Guarda Petronela che si pulisce le mani con uno straccio. Guarda in basso, la vestaglia di una volta e le scarpe di una volta, non si entra di cattivo umore. Licenziare signora dell’est virgola? Virgola cosa? L’indice e il pollice della sinistra aprono e chiudono il tappo del rossetto, aprono e chiudono.
Click clack, click clack.
Pina resta ferma in vestaglia sullo zerbino, le braccia molli lungo i fianchi.
«Che giorno è?»
«Martedì».
Martedì, che bel dì. Era un elefante o un vaso? Cos’è che devo fare? Gira su se stessa, racchiusa nello spazio dello zerbino, non si entra di cattivo umore. Devo mettere il rossetto, ecco cosa. Torna indietro.
Petronela afferra il carrellino della spesa e lo sistema nell’angolo, accanto al portaombrelli. Allunga una mano e abbozza un sorriso, anche se sono solo crepe.
«Dai, vieni dentro».

Pina è seduta sullo sgabello al centro del soggiorno. Alle spalle, un telo in plastica sopra il tavolo da dodici, le cornici silenziose sullo scaffale e il telefono spento. I piedi nudi accarezzano il tappeto lavato. C’è puzza di aceto. Guarda in alto, dritto sopra la porta. L’orologio sorride appeso al muro.
«Che ore sono?» urla.
Dall’altra stanza arriva un grido: «Le dieci».
Ma le dieci del mattino, o di che cosa? Di che giorno? Di che mese? Di che anno? Puttana, sei. Io lo so, che mi vuoi far fessa. Ma non sono mica scema. Puoi fare quello che ti pare. A me non cambia niente. Tanto lo so, che sei sempre fermo. Io no. Io sono sempre un’altra, in fondo ai tuoi giri orari e antiorari.
«Con chi parli?»
«Con nessuno».
Pina distoglie lo sguardo.
«Come siete lenti, voi dell’est. Questo caffè, non lo prendiamo oggi?»
«Arriva».
Petronela sistema sul tavolino basso un vassoio. Sopra, due tazzine e due cucchiaini e due sigarette e due accendini.
«Sei di coccio, eh. Lo sai benissimo, che mi fa schifo questo caffè» dice Pina. «Quante volte te lo devo dire, che mi fa schifo? Quand’è che impari a usare la moka?»
«Bevi questo, è meglio».
«Mi fa schifo. Bevete piscio nero in polvere, voi».
«Si chiama caffè turco».
«Io bevo solo caffè italiano, questo qua lo puoi portare via».
Lo manda giù e sbatte la tazzina vuota sul tavolino. Petronela sorseggia il suo in piedi. Si accende la sigaretta, fa due boccate. Le gira intorno, si piazza alle sue spalle.
«Fai schifo con quei capelli, posso dirtelo?»
«No».
«Tutto io devo fare, pure pettinarti».
«Te non mi tocchi, hai capito?»
Pina scuote la testa a destra e sinistra come un cane rabbioso. Con la mano che impugna la sigaretta Petronela le tiene ferma la testa, con l’altra inizia a pettinarla.
«Stai buona».
«Levami quel pettine di dosso, che mi fai sembrare pelata. Mi fai sembrare rumena».
«La vuoi o non la vuoi, questa tinta?»
«Sì, ma non di quel colore. Mi fai sempre quel rosso che hai tu. Poi vado in giro e sembro rumena. Mi voglio fare bionda».
«Il biondo non te lo puoi permettere».
«Allora nera».
«Il nero non ce l’abbiamo. C’è il rosso. Lo vuoi o non lo vuoi?»
«Sì, lo voglio. Ma te non li tocchi i miei capelli, hai capito? Anche nella bara, non metterci le mani, tu che sei dell’est. Lascia fare ai becchini italiani»
Petronela ferma il pettine. Pina ride e accende la sigaretta.
«Secondo te» dice «quando muoio, me la danno una badante italiana?»
Petronela si stringe nelle spalle.
«Dai, non fare l’offesa. Secondo te in paradiso me la danno?»
«Non lo so».
«Come non lo sai, me la danno, sì o no?»
«No».
«Lo sapevo io».
Petronela butta fuori il fumo all’ingiù, Pina all’insù. Il fiato delle due donne si mescola nella penombra.
«E il giorno che muoio» dice «quando apri la porta, entri e mi trovi per terra con le mutande sporche e la bocca aperta e mi metti lo specchio davanti e sono morta, che fai? Torni al tuo paese, o ne trovi un’altra?»
«Non lo so».
«Come non lo sai, torni al tuo paese, sì o no?»
«Ci penso».
Pina guarda in basso. Le mani tremano e la cenere è tutta ammucchiata sulle ginocchia, sopra la vestaglia e sul tappeto.
«Questo tappeto, lo dobbiamo lavare. Guarda che schifo. Che ore sono?»
«Le dieci e un quarto».
Ma le dieci e un quarto di che cosa? Di che cosa? Guarda in alto. Quel che ha da dire, glielo dice muta. Nel salone gigantesco, solo il rumore del pettine che le accarezza il cranio quasi calvo. Poi lo sguardo si appanna, diventa un’altra.
«Come siete lenti voi dell’est. Questo caffè, non lo prendiamo oggi?»
Petronela sospira, poggia il pettine, afferra il vassoio con le tazzine vuote e va di là. Dice arriva.
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↔ In alto: foto Erfan Banaei / Unsplash.