I racconti del racconto: Obabakoak di Bernardo Atxaga

Eleonora Daniel

Bernardo Atxaga è considerato il maggior scrittore basco vivente – quanti saranno e quanti sono mai stati gli scrittori baschi nel corso dei secoli sono domande lecite e accolte dallo stesso autore, che confessa di aver «finito di leggere tutta la letteratura basca» disponibile, quella che «il dittatore non era riuscito a bruciare», a soli ventitré anni. Ma quale legittimità conferisce la storia letteraria della propria lingua a uno scrittore? Il concetto di tradizione letteraria è vincolato al proprio paese d’origine o è extrageografico ed extralinguistico?

Se il misero «fagottino» dell’artista (lettore) da giovane contava a malapena dieci volumi in lingua, Atxaga ha sicuramente contribuito a rimpolpare la produzione in lingua basca con le sue opere (una ventina, tra romanzi, raccolte di racconti e poesie) e a riportare in parte l’attenzione su di essa. Alcuni dei suoi libri sono arrivati in Italia, disseminati nel corso degli anni tra i cataloghi di diverse case editrici: da Einaudi a nottetempo, da Guanda a Passigli. Lo scorso ottobre, Obabakoak, il primo libro che gli ha permesso di valicare i confini baschi e che già era stato pubblicato qualche decennio fa per Einaudi, è tornato in libreria in una nuova edizione per la casa editrice 21lettere[1], nella traduzione di Sonia Piloto Di Castri.

«Una lingua strana»: l’euskera

La lingua basca, l’euskera, è una lingua isolata: non è imparentata con alcun’altra lingua esistente. È a essa che Atxaga dedica il prologo in versi di Obabakoak, descrivendola come «una lingua strana» e «ostinata»:

«Nata, dicono, nell’epoca dei megaliti,
sopravvisse, lingua ostinata, chiudendosi in se stessa,
nascondendosi come un riccio in un luogo
dove il mondo, grazie a essa,
prende il nome di Euskal Herria»

Il primo vessillo di questa stranezza è il titolo del libro, Obabakoak, che nonostante il suo esotismo apparentemente indecifrabile è in realtà ben più decifrabile di quanto non sembri: significa, semplicemente, Storie di Obaba – e Obaba altro non è che il villaggio in cui queste storie sono ambientate.

Scrivere in una lingua che sembra essere nata dal nulla, ostile e misteriosa, più che aprire un problema sui presunti modelli letterari cui attingere ha per Atxaga delle inevitabili conseguenze sullo stile e sulla concezione (elaborazione e concepimento) di un «linguaggio letterario». Alle orecchie del lettore basco sono troppe le parole che stridono perché poco note, ed è dunque questione di primaria importanza riuscire ad aggirare complessità e artificiosità: «Sono dell’opinione che la prima regola di un linguaggio letterario sia quella di non infastidire».

A questo imperativo lo scrittore (nonché autotraduttore dal basco allo spagnolo) ha improntato il suo stile, sempre piano e puntuale. Non c’è scontro né tormento, il lettore non lotta con la lingua, ma viene accolto dalla narrazione, fluida, avvincente, scorrevole. La ricerca autoriale consiste nell’esplorare le possibilità che dolcezza e precisione possono offrire al racconto, tra parentesi metanarrative e incipit avvincenti – come quello del bellissimo Un crepaccio nella neve gelata:

«L’ombra della morte attraversò l’Accampamento Uno quando lo sherpa Tamng giunse con la notizia che Philippe Auguste Bloy era caduto in un crepaccio».

Raccontare il racconto

Nonostante il suo prologo, Obabakoak non è un libro sulla lingua: è piuttosto un libro sulle storie. E ancora: non si tratta di una semplice raccolta di racconti, sebbene in svariate occorrenze sia stato presentato come tale; né può essere definito un romanzo. È una creatura «strana», proprio come la sua lingua, che posa su un confine, quello tra forma (genere?) romanzo e racconto, di per sé già incerto e dibattuto.

Per comprendere questa sua natura liminare è sufficiente dare un’occhiata alla struttura del libro. Obabakoak è diviso in cinque parti: «Prologo», «Infanzie», «Nove parole in onore del paese di Villamediana», «In cerca dell’ultima parola» e «Una sorta di autobiografia» – meglio sarebbe dire tre parti più due, se consideriamo che prima e ultima sezione, dedicate alla lingua, costituiscono una sorta di cornice al testo.

Delle tre sezioni restanti, «In cerca dell’ultima parola» è senza dubbio la più interessante. Si sviluppa per oltre duecento pagine, con una trama orizzontale ben delineata, grossomodo così riassumibile: il protagonista, accompagnato da un amico medico, si reca a Obaba per indagare su un episodio di gioventù che ha a che fare con un ramarro e una leggenda popolare a esso collegata. Lo sviluppo della storia è frammentato in diversi capitoli, cui è intervallata una serie di capitoli-racconti che continuano a ritardare «l’ultima parola» annunciata dal titolo. Solo questa seconda tipologia di testi, inseriti nella trama principale, è costituita da elementi autoconclusivi e autonomi, tutti dedicati all’atto di narrare, racconti teorie riscritture o plagi che siano (tra gli esempi più eclatanti di questo procedimento si trovano sicuramente «Come scrivere un racconto in cinque minuti» e «Breve esposizione sul metodo per plagiare bene»).

Questo accavallarsi di storie, anticipato dall’ultimo racconto della prima sezione, è una delle caratteristiche più affascinanti del volume, che riesce ad ammaliare il lettore nonostante un marchingegno narrativo forse non perfettamente calibrato – la frenesia sempre più accelerata di «In cerca dell’ultima parola» è infatti costretta a scontrarsi con un finale che condensa un ipotetico sviluppo romanzesco in uno spazio eccessivamente ristretto. Il mancato equilibrio che ne risulta, tuttavia, nel lasciare il lettore spiazzato e smanioso si presenta come la conferma che la necessità ultima di Atxaga non ha niente a che vedere con un gioco di sperimentalismo strutturale;  il suo interesse è tutto contenutistico: al cuore di Obabakoak si trova l’amore per il racconto, anche quando questo impone di interrompere una storia per iniziarne un’altra.


[1] 21lettere è una giovanissima casa editrice modenese che si prefigge di pubblicare sei soli titoli all’anno, seguendo un unico criterio: quello qualitativo. Il suo sgargiante impianto grafico è riconoscibile, l’oggetto libro curato, il progetto degno d’attenzione; è un peccato, invece, che l’impaginazione di Obabakoak presenti con ricorrenza tanti segni di trascuratezza.