The fact finder: intervista a Alex Bodea

Alberto Pellegrini

Oggi pubblichiamo l’intervista a Alex Bodea, autrice del fumetto The fact finder, edito da Beccogiallo. L’intervista è a cura di Alberto Pellegrini. Buona lettura!

The fact finder è il primo fumetto lungo di Alex Bodea, artista rumena di stanza a Berlino. Il libro esiste grazie a Beccogiallo, che l’ha edito lo scorso autunno, e ad Alice Milani, curatrice della collana Rami, che aveva conosciuto l’autrice al tempo degli studi e ha seguito il progetto lungo la sua lavorazione. Si tratta di un lavoro ostico e intrigante, per niente banale, che prende vita da un evento fantascientifico ed esplora temi come la migrazione, la solitudine, le immagini, la propaganda.

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Esplorare ed osservare la città sono due attività che costituiscono la spina narrativa di The fact finder. Hesus e Alois – il protagonista e l’androide che lo accompagna – ogni giorno girano per un quartiere diverso, guardandosi intorno e raccontando storie. Tu hai un progetto artistico basato sull’osservazione e il tuo fumetto ha come titolo il nome dello spazio artistico che gestisci. Puoi spiegare la connessione tra questi tre diversi momenti della tua ispirazione?

Il mio interesse per lo spazio della città deriva da un progetto artistico incentrato sul disegno e il racconto di scene interessanti osservate per strada. Chiamo questi miei lavori Visual Notes (‘appunti visivi’): raccolgo tutti questi appunti secondo la data e il luogo in cui sono stati ‘registrati’, in base al tema, e alla fine li inserisco in un archivio. Attraverso questa pratica di osservazione cerco di insegnare alle persone a prendere i propri appunti visivi, a osservare e riscoprire le città, e così a guardare i “fatti” degli ambienti in cui vivono e lavorano. È sulla base di questo progetto che mi è venuta in mente l’idea di creare uno spazio artistico dedicato agli artisti che lavorano con l’osservazione e l’esplorazione dei luoghi, a Berlino, e che parallelamente è nata l’idea di questo fumetto e della sua città, che è poi una somma di tutte quelle in cui ho vissuto e degli appunti visivi che vi ho disegnato.

Parlando di questo tuo esercizio hai citato la stenografia come modello per un disegno veloce. Si capisce: serve una reazione grafica immediata alla situazione che hai scelto di immortalare. Si potrebbe pensare che, per un simile progetto, la fotografia sia più indicata del disegno: perché invece sono proprio i fumetti lo strumento giusto per “trovare fatti”?

Perché con il disegno posso mostrare concetti che non sono necessariamente visibili, che non sono materiali. Con il disegno posso mostrare non solo quello che vedo ma quello che penso di quello che vedo. Ad esempio, una volta ho osservato un uomo con i baffi in due diversi momenti, a circa 5 minuti di distanza: stava passeggiando al binario di una stazione, a Berlino, e riappariva di tanto in tanto. Come mostrare questo concetto di interruzione, divisione, staccato? Con una fotografia si potrebbe usare il collage o alcuni trucchi, ma con il disegno, e soprattutto con il disegno sequenziale, il gesto è più semplice e più puro: posso disegnare i suoi baffi con un’interruzione nel mezzo, e questo susciterà un’idea ‘interrotta’ dei baffi. E poi è necessario precisare che l’uomo coi baffi che ho disegnato è il mio fatto, e che l’impressione che ne ho avuto è la mia realtà: il disegno mi permette di esplicitarlo. Ogni volta che uso il termine “fatti” non mi riferisco a numeri e diagrammi esatti, ma alla materializzazione di un’osservazione diretta. Può anche essere soggettiva, l’importante è che sia diretta. Il protagonista di The fact finder si occupa precisamente di questa esperienza diretta.

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La maggior parte delle vignette del tuo fumetto hanno una dimensione fissa: la tua intenzione è quella di dare l’impressione di uno sguardo?

Six Breakfasts and One Lunch (‘sei colazioni e un pranzo’) è stato il primo fumetto che io abbia mai realizzato e descriveva la mia esperienza nell’aiutare dei rifugiati a Berlino: le vignette erano di ogni dimensione possibile e immaginabile, la sceneggiatura molto irregolare. Si tratta del libro che Alice Milani ha letto quando ci siamo ritrovate un decennio dopo esser state compagne alle Belle Arti di Liegi. Commentandolo, mi ha insegnato una lezione preziosa: per quanto possa sembrare contro-intuitivo, più la forma della vignetta è costante e semplice, più diventa semplice far scorrere la storia. Ho quindi deciso di proposito una forma costante per le vignette di The Fact Finder, e questa si è rivelata essere una buona scelta per la storia che avevo da raccontare: così il lettore è invitato a guardare certi dettagli attraverso la lente di un cannocchiale e diventa lui stesso osservatore, dimentica la forma e si concentra sul contenuto.

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Hai già parlato della sovrapposizione tra le tue Visual notes e la storia che racconti in The fact finder, ma qual è il rapporto che c’è tra te e Mr Hesus?

Mr Hesus è nato dal mio desiderio di portare i dettagli che ho osservato in un mondo diverso, da qualche parte dove diventano assolutamente necessari perché sull’orlo dell’estinzione. Nel fumetto c’è questo fenomeno ottico improvviso, una sorta di guasto visivo chiamato “Intrux”, che inizia a coprire e nascondere parti del mondo. Mr Hesus, a causa di una malattia (non sappiamo se vera o immaginaria, perché è un po’ ipocondriaco), per muoversi e non perdere l’equilibrio è costretto a mettere le mani a cannocchiale, a concentrarsi su un dettaglio solo alla volta e spostarsi così verso di esso. In questo modo, casualmente, scopre di poter decifrare gli Intrux. È così che con Mr Hesus prendo i fatti che ho osservato in questo mondo e li trasferisco in un altro in cui possiamo testare come andrebbero le cose se iniziassimo a perdere la capacità di guardare e di percepire la realtà.
Questo, in fondo, è un po’ quello che accade a noi a causa della valanga di immagini con cui abbiamo a che fare; penso che si tratti di un’incapacità neurobiologica normale, non è una colpa né una scelta, semplicemente non è possibile assorbire una simile quantità d’informazioni visive o esserne commossi ogni singola volta. Amo le immagini, però proprio per questo penso che sia necessario modificare sensibilmente il ritmo del nostro sguardo. In un certo modo, quindi, posso dire che il mio rapporto con Mr Hesus è lo stesso che spero instauri anche con il lettore: Mr Hesus ci ricorda come si fa a “osservare con lentezza”.

Nella tua storia è lo straniero, il vecchio e il malato che diventa “quello che vede”: il dono è concesso a chi è emarginato, l’ultimo diventa primo. Hai pensato ai modelli in particolare?

No, non avevo in mente un modello particolare. Mi piacciono i perdenti, le persone che a prima vista non sembrano granché ma possono dare molto non appena gliene viene data la possibilità. Forse tutti noi di tanto in tanto ci sentiamo così, e abbiamo questa segreta speranza che un giorno le stelle si allineino anche per noi. Nel caso particolare del signor Hesus però c’è qualcosa di più: è un migrante. Mr Hesus potrebbe essere qualificato tanto quanto gli abitanti del suo Paese adottivo ma questo non sarebbe percepibile, perché non ne conosce i codici; per questo motivo ho creato un evento straordinario, l’epidemia degli “Intrux”, che permette a Mr Hesus, per una volta, di farsi notare. Man mano che la storia va avanti, infatti, ci si comincia a fare un’idea di come Mr Hesus sogni di avere un ruolo nella società. È per questo motivo che, nel momento in cui capisce di poter finalmente essere utile leggendo gli “Intrux”, fa queste lunghe gite per la città nonostante abbia difficoltà a camminare: vuole comunicare con le persone e ha trovato il modo di farlo.

Avevi già avuto a che fare con la questione della migrazione attraverso un lavoro sul campo e anche in quel caso hai utilizzato il tratto che caratterizza lo stile di The fact finder, nonostante l’intenzione fosse quella di scrivere un reportage. Come combini il giornalismo e questo tratto che va verso la sintesi e l’astrazione?

Penso che questa “astrazione”, come la chiami tu, derivi dall’esperienza di essere io stessa un’espatriata. Quando mi sono trasferita in Germania dalla Romania ho avuto difficoltà a trovare una nuova lingua. Non è solo la lingua tedesca, ma un sistema di comunicazione complesso: ci sono centinaia di piccoli aspetti che ti faranno sentire sempre uno straniero. Proprio come se fosse un linguaggio alieno, il mio stile grafico è nato con molti tipi di segni e simboli. Non erano vere astrazioni, ma approssimazioni della realtà che poi si sono evolute in soluzioni sempre più realistiche. Il mio stile era ed è un processo di apprendimento e adattamento continuo, ma con un obiettivo in mente: comunicare la realtà che osservo. Il mio linguaggio è improvvisato, a volte sconosciuto, a volte universale, ma vi è sempre contenuto il senso dell’importanza di osservare e raccontare una storia.

4Qual è il ruolo della calligrafia nella ricerca di un tratto essenziale? E qual è il legame tra parola e disegno?

Il mio nome è stato scelto in onore di Alessandro Magno, noto per aver risolto il problema dell’aggrovigliatissimo nodo di Gordio tagliandolo con la sua spada. Ecco, diciamo che mi piace tagliare le cose di netto, quando disegno, per eliminare tutto ciò che non è necessario e fare tutto con un solo gesto, se possibile. La calligrafia si avvicina molto a questa pratica: hai un pennello, un foglio bianco e nessuna possibilità di errore. Così, dal momento che utilizzo un disegno che è un parente stretto della calligrafia, le parole ne scaturiscono naturalmente. Non riesco a vedere l’uno senza l’altro, e per molti anni ho aggiunto ai miei disegni un testo molto breve, come se fosse una poesia. In The fact finder, sebbene contenga molte più parole, cerco di mantenere la stessa struttura, e anche per questo l’ho composto inserendo diverse storie brevi, tutte provenienti da un disegno arricchito con una o due parole.

Se la sceneggiatura di The fact finder procede regolare, il tuo tratto certe volte diventa ostico e sembra lasciare il lettore in un limbo: non c’è idea di profondità, ma allo stesso tempo non è nemmeno una narrazione fluida. È una ligne claire sporcata, un ossimoro. Qual è il senso stilistico di un disegno “difficile”?

Non uso molto la prospettiva geometrica e non mi concentro molto sullo spazio. Questa mia vicinanza alla calligrafia rende il mio disegno più un logo della realtà che uno specchio. Non voglio mettere in difficoltà i lettori, ma voglio che proiettino l’universo del libro verso un luogo universale che evochi il nostro mondo ma non vi sia incatenato visivamente.

Nel sottotitolo il tuo fumetto è definito una tragicommedia. Perché?

Nel complesso, vedo la storia di Mr Hesus come tragica. Si tratta di un tragico contemporaneo, in cui l’eroe non viene colpito perché ha offeso la morale o la divinità, ma è totalmente ignorato dagli dei e non capisce lo scopo della sua esistenza. Allo stesso tempo, questo tipo di situazione ha un lato comico, se si riesce a guardarlo con distacco, e così la mia storia intorno all’angoscia esistenziale di Mr Hesus è cosparsa di un umorismo malinconico vicino alla tragicommedia. L’umorismo è un ottimo mezzo per discutere temi importanti come il razzismo, l’età, la povertà, senza che tutto suoni come un sermone. E poi questa malinconia sorridente è un modo di vedere la vita che mi sembra parte della cultura rumena: non riusciamo a essere felici senza sapere che, dopo la felicità, verrà il dolore.

Questo tuo raccogliere storie è una forma di registrazione? Ti senti testimone della vita di altre persone?

In un certo senso sì, sto registrando, osservando e assistendo (e Mr Hesus con me). Però lo faccio con licenza poetica. Sono molto curiosa degli altri, guardarli è una forma sollievo dall’essere me stessa. So che in questo momento lo slogan è “sii te stesso”, ma lo trovo molto limitante. Mi piace osservare e immaginare le loro vite e i loro sentimenti, però sono troppo timida per andare a indagare in profondità, ascoltare le confessioni e i segreti delle persone. Si tratta, ancora una volta, di “trovare fatti” partendo però dall’esperienza personale, dalle proprie sensazioni. Abbiamo bisogno di verità oggettive, ma dobbiamo anche ricordarci che siamo esseri profondamente soggettivi ed essere consapevoli degli artifici e dei trucchi della “realtà”.

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