Sud solitario

Vito Panico

 

«Una bella infermiera mi stava sfiorando la pelle. –
Queste sono vitamine, – ha detto mentre infilava
l’ago.
Stava piovendo. Felci gigantesche  pendevano su di
noi. La foresta digradava giù per una collina.
Sentivo una corrente correre tra le rocce. E voi, gente
ridicola, voi vi aspettate che io vi aiuti»
Denis Johnson, Jesus’ Son.

Sud solitario

«Un carciofo», ha detto il medico a mia madre.
«Che cosa?».
«Un carciofo, sì, un cavolo marcio. Vedremo come stanno le ossa e il fegato».

La zia Loretta mica ce l’aveva detto del seno, faceva la gnorri, poi un giorno mentre mamma la aiutava a cambiarsi fa «Ti devo dire una cosa».  È stato così che l’abbiamo sgamata.
In ospedale le hanno sparato venticinque litri di flebo. Se ne stava rannicchiata sul fianco destro in un letto del reparto di oncologia, sottopeso, la guappa, sembrava un’acciuga con molte intolleranze alimentari, tutta grinze e ossa. Magra è sempre stata magra, ha spiegato mia madre al medico con quella vocina difensiva che mette su quando le conviene. Si sentiva messa all’angolo.

Vostro Onore, il Pubblico Ministero accusa l’imputata di negligenza. Avrebbe potuto tenerla d’occhio, costringerla a mangiare con il tubino per gli anoressici, almeno imporre una mammografia di controllo.
La Difesa ha facoltà di risposta.
Grazie Vostro Onore (schiarendosi la gola):era naturale attribuire il mal di schiena alla mostruosa scoliosi, la zia è sempre stata bene, andava a piedi dappertutto, cucinava, puliva la casa, ci mancava solo che s’arrampicasse sugli alberi.
L’imputata si astenga dal fare battute. Non siamo qui a valutare la prestanza della vittima.
Chiedo scusa, Vostro Onore. Vostro Onore, inutile girarci intorno, a un certo punto la malattia bisogna metterla in conto. Non si sfugge al tropico del cancro pugliese, abbiamo un vento qui che ammattisce le cellule. Quello e l’acqua.
La Giuria prenda nota. Ma devo ricordare all’imputata che questo non è un processo alle deficienze ambientali della Regione.

Nella mia testa il giudice ha la faccia di Biscardi.

Da quando l’hanno dimessa la zia Loretta è venuta a stare da noi. Sta morendo, non fa che dormire sulla poltrona che le abbiamo sistemato nel tinello. Le diamo una decina di pastiglie per tenere a bada i dolori, cerotti zeppi di oppiacei. Il carcinoma si è esteso al fegato, alle ossa, mia madre ha parlato di metastasi. Alla zia non abbiamo detto nulla.

Intanto le due sono diventate intime. Mamma fa della terapia d’urto una delle sue armi migliori: un attimo è lì che la sgrida, «A che ora mi hai svegliata stamattina, eh? Dillo a Mirco. Ti alzi ancora con le galline!»; e un minuto dopo la sbaciucchia, le si siede accanto, le fa il solletico, e la zia ridacchia. Due ragazzine. So che ci rimarrebbe molto male se la zia morisse. L’altra mattina me l’ha pure detto: «Non so proprio cosa farò quando la zia non ci sarà più». Stava pulendo il lavandino del bagno con la foga di un pompiere che spegne un incendio. «Non so cosa farò», ha ripetuto. Nemmeno ci fosse impresso il peccato originale su quella ceramica bianca. Eliminarlo il peccato, estirparlo per sempre.

La zia è diventata la sua missione da quando la pensione la costringe a cercare nuovi modi di riempire le giornate. Ci è andata prima del tempo, in pensione. S’era stancata delle colleghe, delle invidie, dei bambini, dei genitori, e degli ordini del ministero. A un certo punto quel lavoro ti logora. Ti fa l’anima in piccoli brandelli e non te la riprendi più indietro. Come ricomporre un puzzle da ubriachi. C’è solo un tanto di anima a cui possiamo rinunciare e se ne lasci andare troppa sei fregato. Ci ha perso dei soldi in tutto questo, ma ci ha guadagnato del tempo. Il tempo lo regala alla zia adesso, a me e a Pino, suppongo, e a se stessa, quando se ne va per lunghe passeggiate o si spara una di quelle grandi cene fino a tardi. Pensa sempre a nuovi modi per tirare su un po’ di grana perché non basta mai e si finisce per spendere tutto.

Scherza scherzando la zia un po’ si è ripresa e si sta godendo la situazione, nemmeno fosse in vacanza, lei che non ha mai lasciato casa se non per fare le commissioni: mercato, posta, cimitero vecchio, cimitero nuovo, casa della nipote, casa della vicina, casa di suo fratello, chiesa. Eccolo lì il suo cosmo, la sua sfera sociale. È stata a Lecce pochissime volte, per sbaglio, ma un giorno qualcuno l’ha portata da Padre Pio e quello sì che è stato un viaggio, come se io andassi in pellegrinaggio al Cristo Re di Rio de Janeiro. Con questo non voglio dire che andrei in Brasile per vedere il Cristo Re. Lo guarderei da sulla spiaggia di Ipanema, un’occhiata attraverso una piccola folla in bikini gli darei, senza fare tutti quegli scalini. Per carità.
Lei pia, discreta, non mi è diventata lussuriosa? A pranzo si fa due dita di vino ed è già brilla, e se la ride sotto i baffi per nessun motivo, con quella faccia sbirulina, magari perché mia madre le infila tozzi di pane nei fagioli quando lei non guarda. «Il vino mi sostiene», dice.

L’altra mattina è accaduta una cosa. È da un po’ che mia madre si è messa in testa di far scrivere alla zia due righe sulla sua eredità, ma lei non vuole. Un testamento esiste già, solo che a mamma non piace cosa c’è scritto. O meglio cosa non c’è scritto. Da nessuna parte su quel foglio incartapecorito compare il suo nome. Neanche in una piccola nota a piè di pagina. Ciò che vuole è mettere le mani sulla casa che la zia Loretta ha condiviso con sua sorella Anastasia fino al 1995, quando la zia Anastasia se n’è andata, per un cancro anche lei. Il guaio è che la casa non è destinata al nostro ramo della famiglia, ma ai figli dello zio Silvio, l’unico fratello delle zie, povero maschio tra quattro femmine. Il ragionamento di mia madre è tanto semplice quanto inappellabile: poiché siamo noi a occuparci della zia ora che sta male, e anche quando stava bene eravamo noi a farle visita ogni giorno – e ha presentato le sue sfide, lo immaginate, perché è stata una donna poco loquace, di scarsi mezzi espressivi, tuttavia assai concreta, come forse tutte le donne di quella generazione a cui la vita non abbia offerto occasioni lampanti per emanciparsi – considerato questo, bisogna pure che le si suggerisca un modo per manifestare la sua riconoscenza, o no? Questo sostiene mia madre.

La casa è incastonata in una corte nel sobborgo di Depressa, tutta rivestita in calce, pare una cartolina dalla Grecia, accessibile da un bel portone d’ulivo di un marrone sgranato, sempre aperto sulla strada, e un arco di tufo leccese color ocra. In fondo al cortile sta il guardiano della baracca: un elegante sedile in pietra dove succhiare il sole ai primi caldi di aprile e le sere d’estate chiacchierare al buio, con il calore che  da sotto riscalda le chiappe. È una strana scena: sentire le voci provenire dal fondo del cortile e non vedere le bocche da cui sgorgano, come se a parlare fosse una congrega di fantasmi,  quindi avvicinarsi, decifrare le sagome, intendere i timbri, unirsi a loro per commentare la giornata, i matrimoni più recenti, le scomparse. Ma farlo pesando le parole, usando pause e voci basse, per non turbare l’ipnosi del cortile e gli altri fantasmi che vagano nel buio. È quel rito ancestrale di riunirsi la sera e dirsi storielle che rischia l’oblio ogni volta che uno dei nostri vecchi parte per l’ultimo viaggio. In questa corte, la zia Loretta e la zia Anastasia appendevano le foglie di tabacco a seccare sui telai, e aspettavano. Dentro la casa, su un mosaico del millenovecentosei, c’è la camera nuziale dei genitori della zia, e un letto di bozzi, protetto da una coperta di seta, sempre intonso e sacro. Da piccolo fingevo di sedermici sopra e subito la zia lasciava partire una maledizione. Nella stanza a fianco stanno i due letti singoli delle zie, poi il salone arredato con mobili antichissimi e le foto di tutti gli avi defunti. Oltre una porticina ad altezza gnomo c’è il tinello. I pezzi forti sono un’antica cucina economica alimentata a legna, il catino per lavarsi il viso la mattina, i ripostigli a muro pieni d’olio, formaggio, pane e prodotti per la pulizia della casa ormai fuori commercio. I muri spessi un metro e gli infissi improbabili garantiscono l’effetto caverna: fresca d’estate e gelida d’inverno, condizioni ideali per la stagionatura di persone e formaggi. Dalla finestrina in alto della camera da letto all’alba filtrava un raggio di luce che spargeva la grazia necessaria alle preghiere della zia. Inginocchiata e a capo chino, sembrava potesse levitare da un momento all’altro e attraverso la finestra assurgere agli astri. La sera sedeva nell’aria di pece nera per guardare i «Soliti Ignoti» e la sua sagoma si stagliava come un ologramma sulle giacche elettriche di Amadeus.
Insomma questa è la casa. Ammettetelo, la vorreste anche voi. Chi di noi non ci dormirebbe almeno una notte d’estate nella sua fuga salentina,  ricongiungendosi alla sua storia di figlio e nipote, assorbendo nel sonno un’oncia di folklore mediterraneo? Io lo farei. Conosco un buon fotografo che saprebbe far apparire le stanze più grandi di come sono.
È da un mese che mia madre prova a convincerla a lasciarci la casa. La zia le ha risposto picche, le ha frignato contro, l’ha ignorata, gliel’ha detto in ogni modo possibile che sarebbe stato un peccato disonorare la volontà della sorella Anastasia. È questione di destino superiore, di dignità. Lo ha capito o no?

Una mattina, risorto da una notte insonne, la trovo seduta in cucina con un foglietto in mano. Ecco cosa ci ha scritto: Io, sottoscritta, desidero lasciare tutti i miei beni in eredità a mia nipote Annalisa Bisanti.  Il suo nome, finalmente.
La zia è seduta sulla poltrona, un po’ sonnecchia e un po’ sbircia la performance di Benedetta Parodi che prepara la solita cheesecake.
Mamma la fa sedere al tavolo, le mette una penna in mano e le sbatte il foglietto sul piano accanto a un foglio A4 bianco. Già solo il gesto scuote la zia nel profondo. Ha uno sguardo attonito che sembra dire: Aspetta un attimo, dov’è che mi trovo?, Cos’è una cheesecake?, E com’è che ai preti puzza sempre l’alito? Non si è nemmeno accorta di non essere più seduta sulla poltrona.

«Zia?».
«Eh?».
Mamma le porge gli occhiali da vista.
«A che mi servono?».
«Mettili. Devi copiare quello che ho scritto qui su quest’altro foglio. Allora, guarda: Io sottoscritta…».
«Che vuoi?».
«Che copi».
«Perché?».
«Ne abbiamo parlato, non ti ricordi? Mo’ copia».
«Dove?».
«Qui zia, in alto a sinistra».
«Cos’è?».
«Il testamento, zia».
«No, no. Non ne voglio sapere».
«E dai, hai detto che andava bene».

La zia ci pensa un attimo. Scuote la testa. Tace. Chiude gli occhi. Spera che mamma si sciolga e diventi una macchia sul granito.

«Zia?».
«Eh?».
«Allora?».
«E va bene, basta che poi mi lasci in pace».

Intanto Parodi sta chiarendo una volta per tutte quanto mascarpone va in una cheesecake.

«Brava, zia» dice, accarezzandole la gobba. La zia non lo sa, ma si è appena risparmiata uno scappellotto. E la prossima volta, oltre al testamento, è meglio che porti la tabellina del nove a memoria.
«Che devo fare?».
«Devi copiare quello che ti ho scritto sul foglietto. Dai, ti aiuto».

La zia ci prova, ma disegna uno scarabocchio che non somiglia per niente a una I. Le trema la mano, il tratto è leggero. Ha la grafia di un neonato ubriaco.

«No, zia. Devi scrivere bene, sennò il notaio non lo accetta. Impugni la penna troppo in alto».
«E comu minchia l’aggiu pijare sta cazzu de penna?».

Le fa scorrere le dita verso la punta.

«Così, ecco».

È già un miracolo che riesca a tenerla in mano. Non ha un dito che sia dritto, vanno tutti per fatti loro, tipo le braccia artritiche di un polpo ottuagenario, tipo dei ragazzini in gita a cui l’insegnante concedesse due ore di libertà: Ok, ora potete andare dove vi pare, ci vediamo qui all’ora di pranzo. Non perdetevi. E quelli scappano via, si dileguano e non tornano in tempo per pranzo. Le dita di mia zia si sono allontanate durante una gita e non sono più tornate. Si sono fatte una vita loro a Praga, si sono sposate e hanno lasciato dei figli di nome Bitorzolo e Artrite che ora devono scrivere un testamento.

«Non ce la faccio, scrivetelo voi».
«No, zia, non si può. Devi farlo tu».

La pazienza di mia madre sta crollando. Temo che sia arrivato il momento dello scappellotto. Fa un respiro profondo, di quelli che partono dalla milza e trasmettono ansia nel raggio di due chilometri.

«Porca vacca! Ora che s’era decisa, non ricorda più come si scrive. Mannaggia a quel porco di un diavolo!».

È a me che si sta rivolgendo, rompendo la quarta parete del suo show. Una tensione mi discende sullo stomaco, i palmi delle mani s’imperlano. Il cavallo dei greci è alle porte.
Significa che mi ha appena promosso da pubblico a comparsa.  Se continua così, presto diventerò un personaggio secondario con delle battute e delle opinioni che creano aspettative e quello va evitato a tutti i costi.
Ma rimango impassibile, anzi cambio canale per mostrare indifferenza.

«Proviamo con dei pezzettini».

Strappa un frammento di foglio e ci scrive Io e su un altro scrive so per sottoscritta.

Certo, perché non ripartiamo dall’alfabeto, penso.

«Dove devo scrivere?», chiede la zia Loretta. «Qui?» e fa  un segno al centro del foglio, a sfregio.
«No, zia, non lì. Qui!».

Ma lei non ci vede. Una talpa ha più diottrie.

«Uffa, così finiamo domani!» piagnucola mamma.

A me proprio non va di forzarla. Lo vedo come un invito a morire. Infatti non capisco, se è così affezionata alla zia perché già pensa al momento in cui morirà? le chiedo.
«Ma che c’entra, quello è inevitabile».
«Se è questo che vuole, allora pazienza», dico. Ma mamma dice che se non la supporto psicologicamente, se non «faccio squadra», sarò escluso dalla divisione del bene.
«Non possiamo lasciare tutto così com’è? Guardala, non vedi che non ce la fa?».

Ormai sono un personaggio secondario di quelli contro l’azione e a favore della stasi.

«Te l’ho detto, non devi aiutarmi per forza, se non sei d’accordo non avrai nulla».
«Questo è un ricatto. Devi proprio arrivare a tanto?».
«Un bacucco ingrato, questo sei. Come credi che abbia realizzato tutto quello che ho fatto? Le case? Le macchine? Le vacanze?».
«Non tutti vogliono case e proprietà dalla vita».
«Ma è chiaro che non le vuoi, le ho costruite io per te».
«Sai, questa ossessione è tutta italiana, in Germania la maggior parte delle persone vive in affitto. Pensi che così sarai più felice?».
«La felicità non c’entra, quella non ce l’ha quasi nessuno. Sono momenti che ti capitano e niente più. La vita è così, prima lo capisci e meglio è per te».
«Lo dici tu».
«Lo dico io, sì. Senti, non facciamo filosofia spiccia. Non hai neanche i soldi per pagare l’IMU, di cosa stiamo parlando. Ci sei andato al Compro Oro?».

Mia madre sostiene che sarebbe opportuno vendere una collana d’oro che ho ricevuto per la prima Comunione e pagarci la rata di giugno dell’IMU.

«No, ci vado oggi».
Ma già non mi ascolta. È corsa in camera, la sento frugare tra i cassetti. Torna con un’enorme lente d’ingrandimento e gli occhi sbarrati.
«Ecco!».
Appena mette la lente sul foglio la zia lancia un guaito che fa male al cuore. «Ahiiii, mamma mia», fa. Quando le fitte di dolore sono più intense lascia partire un lamento che ti atterrisce. La nostra gatta ne fa di simili quando è in calore ma non può uscire perché mia madre la serra in casa.

Dopo un po’ si calma.

«Zia, proviamo di nuovo con la I e la O».
«No, scrivete voi!».
«Zia, ti ho già spiegato che il notaio deve sapere che sei capace d’intendere, capisci?».
«Vattene!».
«Zia, ma sei impazzita?».
«Vaffanculo!».
«Ma non potrebbe dettare le sue volontà al notaio e lui le trascrive?» chiedo, implorando mia madre di lasciarla in pace. «Che cosa fa chi non sa scrivere? O chi è cieco?».
«Non lo so cosa fanno. Non ti ci mettere pure tu».

A questo punto entra Pino.

«Cosa state facendo?».
«Cerchiamo di farle scrivere il testamento».
«Ah, vedi».
«E tu?» fa mamma, non senza una punta di polemica, perché è da un po’ di ore che è uscito. Pino esce alle sei in punto ogni mattina, va al porto a «prendere aria di mare», quindi torna in paese e fa colazione al bar, lì scambia due chiacchiere, legge i giornali, e verso le nove torna a casa per vedere se mia madre ha bisogno di una mano. È la sua ferrea routine da disoccupato di mezz’età con minuscole possibilità di trovare un impiego dopo che la sua ditta è fallita un paio di anni fa. Una routine a cui lui tiene e interrompe solo per le commissioni ordinate dal capo, mia madre.

«Niente, non ci crederete ma torno da un colloquio di lavoro».
«E infatti non ci crediamo».
«Ma è vero».
«E dove l’avresti fatto questo colloquio?».
«È per un call center».
«Un call center? Non sarà uno di quei posti da dove chiamano per rifilarti una nuova offerta Vodafone o un prestito che non ti serve? Dillo, perché io ti ci mando subito a quel paese. Non aspetto mica che mi chiami. Ti ci mando qui e ora».
«No, no, è solo un posto dove puoi chiamare se sei vecchio e stai male o ti senti solo. Ci sono dei tizi che rispondono e mandano qualcuno a casa. A volte basta una chiacchierata».
«Una specie di telefono azzurro per i vecchi? Hai visto Mirco, abbiamo un angelo custode in casa e non ce n’eravamo accorti».

Annuisco, evitando di intervenire per non rimanere vittima del fuoco incrociato.

«E com’è andata? Sentiamo».
«Non so. Non è andata benissimo».
«Sei il solito cretino. Cos’è successo?».
«Non è colpa mia, quelli fanno domande stupide».
Tipo?
«Tipo “Come ti vedi tra cinque anni?” oppure “Cosa faresti se accadesse questo o quello…” e poi ti fanno ipotesi irreali».
«Mica sei un mago che leggi il futuro tu».
«È quello che gli ho detto».
«Lo fanno per sapere se sei uno che si pone degli obiettivi e lavora per raggiungerli», dico, pentendomi subito d’avere parlato.
«Uno che pianifica? Uno con una visione? Uno come me» fa mamma, usando il gancio per una magistrale auto-legittimazione.
«Che cazzata!» fa Pino. «Non so neanche se sarò vivo tra cinque anni. Quello che voglio è avere uno stipendio».
«Cos’altro ti hanno chiesto?»
«Il tipo fa: “Lei si è candidato per la posizione di Agente per chiamate Inbound, perché vuole questo lavoro?”».
«E tu che hai detto?».
«Che mi incuriosiva la parola inbound».
«Che minchia vuol dire?».
«L’ho visto su Wikipedia dopo. Significa che loro chiamano te. Non sei tu che rompi le scatole.
Dopo il tipo mi fa: “Se chiedessimo al suo ex datore di lavoro di descriverla con tre aggettivi: mi direbbe che è puntuale, scrupoloso, un team player?”. Io ho detto che ero io stesso il mio datore di lavoro. E che non mi è mai piaciuto vantarmi. Poi mi hanno chiesto come mi vedevo tra cinque anni».
«Ingrassato?».
«Vivo. Secondo te ho sbagliato?».
«Decisamente. Minchia ti hanno umiliato. Mi sarebbe piaciuto esserci! Va’ avanti».

Pino è entrato in una specie di trance e sta replicando il colloquio con una concentrazione assente in cui trapela tutta la sua rabbia. Al pari di un ospite di Marzullo si fa le domande e si dà le risposte. Ed è come se noi non fossimo più nella stanza con lui ma fosse solo in una campana di vetro per il quizzone finale di un programma televisivo. Solo che sta sbagliando tutte le risposte. E questa sua incapacità di essere allineato con chi gli sta di fronte, con il mondo che gli sta intorno, è sbalorditiva e deve lasciarlo, immagino, a corto di speranza. Guardandolo parlare da solo mi viene in mente di quella sera in cui ero rientrato a casa e uscendo dall’auto lo avevo visto passeggiare avanti e indietro nella piazzetta accanto a casa che borbottava tra sé: Faccio schifo, faccio schifo. Mi ero nascosto dietro a un albero e avevo aspettato che quel lamento si esaurisse. Io lo so che soffre perché la mamma non lo stima come uomo. A questo punto le sue frasi smettono d’avere senso.

«Da uno a dieci, lei quanto è ambizioso, efficiente, altruista?
Se questa domanda ha che fare sul perché mi hanno scartato alla visita di leva, allora voglio parlare prima col mio psicologo.
Se fuori piove ma dentro fa freddo, mette un maglione o prende l’ombrello?
È una giornata di merda.
Quando da piccolo si facevano le squadre per giocare a calcio: a lei la sceglievano per primo, dopo un po’, o per ultimo?
Dopo aver scelto la porta.
Se un cliente le dice che lei non sa fare il suo lavoro, lei cosa risponde?
Non me la sentirei di dargli torto.
Quante volte è arrivato in ritardo a lavoro negli ultimi mesi?
Non c’è un orario fisso per arrivare al bar. Di solito hanno sempre abbastanza cornetti.
Il test è finito».

Pino rimane pietrificato per un po’. Mamma si avvicina e gli scuote le spalle svegliandolo dal torpore.

«Insomma, il succo è che dovrò mantenerti per sempre. Be’, sai che novità. Cos’è questo odore, hai mangiato qualcosa?».
«No, no, solo il caffè ho bevuto».
«Giura».
«Lo giuro».

Intanto la zia ha mollato la penna e ha chiuso gli occhi. Vado a vedere se è ancora tra noi. Il petto si muove, per fortuna. S’è addormentata ed è meglio così.

Quella notte non fa che lamentarsi per i dolori. È difficile sapere dove le fa male. La pancia? La schiena? Entro nella stanza e mi accoglie la puzza di merda.

«Mamma, svegliati. Mamma!».
«Che c’è?».
«La zia…non senti niente?».
«Cosa?».
«Se l’è fatta addosso».
«No, ti prego».

Aspetto che si trascini fuori dal letto, poi insieme la solleviamo di peso e la portiamo in bagno. La reggo da sotto le ascelle mentre mia madre la spoglia. Trema come un budino.

«Minchia che cacata!» fa, seduta sulla tazza. Cerco di non guardare, sorreggendola dai polsi perché non è abbastanza forte per rimanere seduta senza aiuto. La spina dorsale sembra un fil di ferro piegato male. Non è facile pulirla, la roba è dappertutto, sulle gambe, tra le natiche, ha macchiato anche la camicia da notte. «Che cacata!» ripete, compiaciuta di questo successo contro la stipsi.

Mia madre strofina forte e la zia mugugna.

«Basta, vi prego».

Anche toccarla con una pezza bagnata le dà pena. Non solo soffre senza sapere per quale male, pensando sia per la vecchiaia, ma deve anche subire l’umiliazione che qualcuno la lavi e passi le mani dove nessuno a parte lei ha mai passato le mani. Una volta mi ha raccontato di almeno tre spasimanti che la volevano, ma lei ha detto no, che preferiva rimanere a casa sua. Sola e felice.

«Farai lo stesso per me?» mi chiede mamma mentre risciacqua la pezza nel bidè.
«No, pagherò qualcuno», rispondo troppo seriamente.

*

Da un paio di giorni mangia poco o nulla. Ogni volta che le avviciniamo un piatto protesta: «Che mi avete dato?» e lo spinge via, tirando indietro il mento. È dura farle mandar giù le pappette che prepariamo, tocca spingerle in bocca dei tarallucci bagnati col latte. In più è di pessimo umore, ce l’ha con mamma per quella storia del testamento.
Una mattina stiamo facendo colazione tutti insieme e mi sento felice mentre spalmo burro d’arachidi e marmellata di mela cotogna su una fetta di pane integrale.

«Sei stato al Compro Oro?» fa mamma.
«No».
«Devi andarci oggi. Non qui, vai in qualche altro paesino, se no poi la gente comincia a parlare».
«Non è da te preoccuparti delle impressioni degli altri».
«Sono seccature. Non ho il tempo per le stronzate. Vacci oggi, non rimandare».
«Che fretta c’è, non abbiamo la pensione della zia?».
«Che cosa credi che sia? Milioni di euro? Se ne va quasi tutta in medicine. Gliel’hanno anche ridotta.  Com’è che si chiama? La spendin reviù? E pensare che c’è gente che prende migliaia di euro senza aver mai alzato un dito in vita sua. Che paese orrendo. Maledetti, io gli spremerei le palle con un torchio a quegli omuncoli a Roma. Li appenderei sugli alberi a testa in giù. Allora ci vai?».
«Non può andarci Pino?».
«Puoi non rispondere a una domanda con un’altra domanda?».
«Lo hai appena fatto anche tu».
«Cosa?».
«Mi hai risposto anche tu con una domanda».
«L’ho fatto?».
«Non ti ascolti?».
«Sei uguale a tuo padre».
«In che senso?».
«Non combinerai mai niente nella vita. Devi fare i fatti, non le domande».
«Proprio non ne vedo di margine per agire».
«Per una volta vorrei sentirmi orgogliosa, vorrei dire “Ehi, quello è mio figlio. È uno che agisce. Un agente!”».
«Addirittura poliziotto».
«E invece mi tocchi tu».
«Per fortuna c’è Pino… Ci va lui dal Compro Oro allora, è deciso».
«No che non ci va, combinerebbe un casino».
«È bello sapere che il vostro rapporto si basa sulla stima reciproca».
«Perché, neanche lui mi stima?».

*

L’altro giorno sono nella stanza che uso come studio e sto chattando su Tinder con una tipa di una decina d’anni più grande di me, separata con due figlie. Il marito la picchiava, mi dice dopo dieci minuti in cui capisce che si può fidare. Avrei preferito non ne avesse parlato, ma l’ha fatto e questo cambia ogni cosa.
La zia mi chiama dalla cucina. Mirco, Mirco, fa con quella voce roca e puerile.

«Che c’è zia, vuoi qualcosa?».
«Voglio vedere lo zio Silvio».
«Cosa?».
«Sei diventato sordo?».

Questa non ci voleva. Cosimino, Biagetto e Dora, i figli dello zio non si fanno vedere da un po’. Un capolavoro di strategia da parte di mia madre. Ci ha litigato all’inizio della malattia perché collaboravano poco, loro se la sono presa, poveri piccini, e si sono difesi dicendo che hanno le loro vite a cui pensare e bla bla bla, allora mamma ha detto «Perché io non ce l’ho una vita?» alzando di brutto i decibel, infiammando la querelle in maniera irreversibile. Così, quando loro hanno smesso del tutto di collaborare, ha detto loro di non farsi più vedere, che se la sarebbe cavata da sola e fine della storia. Una mossa geniale. In questo modo avrà un pretesto a prova di bomba se più tardi l’accuseranno d’aver abbindolato la zia. «E voi dov’eravate?» dirà. «Ho pensato a tutto io», dirà. «Attaccatevi a sto mazzo», dirà.

Dopo aver ponderato i pro e contro della cosa, alla fine la zia da suo fratello ce la porto. È a due passi da dove abitava lei, eccoci alla porta, io alto, nella mia felpa grigia con la scritta LATIN LOVER, lei bassa in un golfino di lana più vecchio di me e i pantaloni della tuta.  Spero che la visita duri poco, non mi piace far visite, a meno che non siano amici intimi con del buon vino da offrire, e odio le frasi di circostanza che si usano nelle conversazioni con tizi che non frequenteresti se non fossero parenti. Ma lo faccio per la zia, glielo devo per tutti i panini col pomodoro e anche per quelli con la Nutella che mi faceva da piccolo quando mia madre parcheggiava me e le mie sorelle a casa sua e se ne andava a fare politica nella sede della Democrazia Cristiana, quei ladri maledetti.

Biagetto apre la porta. Ha la pelle lucida, cotta dal sole, un viso rotondo che ti fa pensare che stia sempre sgranocchiando qualcosa. Gli occhi sono piccoli e neri, la bocca impegnata in un ghigno perenne, non del genere simpatico, è più come se stesse ridendo di te. Quelli sono occhi che non lasciano trasparire nulla, scrutano e basta, come telecamere in un quartiere residenziale. Mi mettono a disagio. Non sono diversi da quelli della zia, a dire la verità. Vengono da quel ramo della famiglia. Noi altri ne siamo esenti, per fortuna, i nostri sono più grandi ed espressivi.
«Lo zio non c’è», dice. Manco gliel’abbiamo chiesto se lo zio c’era o no. Magari siamo venuti a vedere la sua collezione di caciocavallo, che ne sa lui?

«E dov’è?» chiedo.
«A Maglie».
«E che ci è andato a fare a Maglie?».
«È in una casa di cura».

Dice che da un mese lo hanno «affidato alle cure di una struttura specializzata». La zia mi tira la manica della felpa per chiedermi spiegazioni perché è quasi sorda.
Le spiego che lo zio Silvio non c’è e che l’hanno ricoverato.

«Sta male?» chiede allarmata.
«No, no», fa Biagetto.
«Dopo ti spiego, zia. Vieni, andiamo».

Per poco non mi sviene lì sull’uscio della porta, si fa pallida in viso, gli occhietti quasi scompaiono, annegati in un pozzo di sconforto. Salutiamo Biagetto e ce la filiamo da quel posto che puzza di formaggio. Si sente dalla soglia della porta, per dio.

«Zia, lo hanno messo nell’ospizio».
«Nello ‘spizio?».
«Sì».
«Quando?».
«Un mese fa».
«E perché?».
«Perché lì lo curano meglio, lo guardano sempre».
«E a casa non lo potevano tenere?».
«Così hanno deciso, che ne so io?».
«Ma su’ proprio cujuni?».
«Un poco, sì. Proprio coglioni… Forse avevano troppo da fare per stargli dietro».
«Non dire scemenze».
«Ci sei rimasta male?».
«Su’ rimasta fiacca, sì».
«E mo’ non ci pensare».
«Cose dell’altro mondo. Roba da pazzi».

Non è buono che la zia infili due frasi in italiano. Usa la sua seconda lingua quando vuole porre distanza tra sé e il fatto, che o non comprende fino in fondo oppure deve ferirla particolarmente.
In macchina non parla, borbotta. Sta metabolizzando la notizia. Ha uno sguardo truce che sembra preso da un film western. Me la immagino a cavallo nell’Ovest Americano dare la caccia ai cattivi, in particolare ai figli che mettono i genitori nelle case di cura, li fa fuori tutti con la sua pistola senza nemmeno scendere dal suo cavallo nero, poi va a bere due dita di vino rosso nel Saloon, solo che non arriva al bancone perché è troppo bassa, ma non c’è problema dice il barista, te lo porto io al tavolo, stai pure comoda, e lei neanche lo ringrazia, si liscia i baffi, dicendo che nella vita conta solo farsi giustizia ed essere serviti del buon vino, nient’altro. Lei ha un’ottima vita, dice all’oste del Saloon, anche se le hanno tagliato la pensione, le importa solo dar la caccia ai farabutti che mettono i propri cari negli ospizi, quei Ponzio Pilato che si lavano le mani. Quando li trova li minaccia con la pistola e li costringe a prendersi cura dei loro vecchi e se viene a sapere che dopo un po’ li rimettono in quei tuguri allora torna a fargli visita e gli spara alle ginocchia. Funziona sempre, racconta, intanto il tizio annuisce e strofina le mani sul grembiule sporco di grasso. Stai pure tranquilla, fa lui, ora ti porto del salame piccante messicano, offre la casa. E se c’è qualcuno nel Saloon che la deride per la sua stazza da mingherlina leggermente nana, lei gli spara da sotto il tavolo senza nemmeno guardare nella sua direzione. Insomma, è una giustiziera dei torti che i vecchi subiscono per mano dei giovani. Il suo nemico giurato è un ragazzino ventenne di Memphis, tale The Kid, che difende i giovani dalle storture e dagli inganni operati dalla lobby dei vecchi. Perché la società è gestita dai pensionati che sono la maggioranza e non c’è spazio per nessun altro. È un po’ la vecchia storia che sei considerato giovane fino a cinquant’anni e poi all’improvviso sei vecchio. The Kid lotta per questo, dal suo punto di vista i giovani fanno bene a disfarsi dei vecchi, se non lo facessero non potrebbero avviare le loro attività imprenditoriali o comprare le terre nel Nuovo Messico e ubriacarsi nei Saloon senza doversi preoccupare che alle sette di sera devono dar da mangiare a quei brontosauri dei genitori. Una volta si sono scontrati, la zia e The Kid. Erano in un saloon di Albuquerque, la zia lo ha sfidato a duello per strada, ma The Kid ha detto che prima doveva vedere una donna al piano di sopra, allora la zia si è lisciata il baffetto e gli ha sparato alla spalla destra, provocandogli una ferita superficiale. The Kid si è lanciato sotto un tavolo e ha restituito il favore. La zia era così magra che il proiettile l’ha mancata. Alla fine è intervenuto lo sceriffo e ha promesso alla zia che avrebbe chiuso la casa di cura di quel villaggio se se ne fosse andata in quel momento e non ci avesse più rimesso piede. La zia ha detto «Ok», con la promessa che sarebbe tornata a verificare e avrebbe conservato un proiettile per le ginocchia dello sceriffo. Poi è salita sul suo cavallo nero e ha cavalcato verso il tramonto.

«Mascalzoni!» dice a denti stretti. «Farabutti che non sono altro!».

Non la porto subito a casa. Voglio fare un giro al mare, anche se sta per fare buio, e darle il tempo di digerire la notizia. In queste terre desolate abbiamo il lusso del mare e va sfruttato. È  mosso, come accade da una settimana a questa parte, con le tempeste e la pioggia che si scagliano senza sosta sulla penisola. Aprile ci sta lesinando il benessere al pari di un dilettante qualsiasi. Hanno chiuso il bar per lavori, ma ci sono alcuni uomini fuori dal negozio di alimentari che giocano a carte sotto la tettoia. Il Comune sta ristrutturando l’antica cisterna che da sotto al bar scende al livello della banchina per dodici metri di caduta. È l’antico serbatoio per la raccolta delle acque piovane voluto dal Barone Gallone, il signore del feudo. Il bar si è trasferito nei locali della capitaneria di porto, il che aggiunge fascino.

«Zia, hai visto che il bar non c’è più?».
«Mascalzoni» ripete, fissando il parabrezza.

Veniamo sempre al mare, è la nostra valvola di sfogo, anche solo per guardare le increspature sulla superficie, sentire il vento dai finestrini e lasciare che i colori turbino quello spettro di geografie mentali fatto di tetti lichenosi, indumenti svolazzanti e strade strette che rubano l’aria.
Venire al mare apre la vista. Questo la campagna non sempre può offrirlo, fatta com’è di uliveti che bloccano l’orizzonte in ogni verso. Fa bene guardare in fondo una volta ogni tanto.
Da altre parti hanno di quelle pianure in cui ci perdi lo sguardo. Qui c’è il mare. Ma non bisogna pensare al mare come a qualche Dio, è solo una massa d’acqua e sale che ospita animali e ci dà ossigeno. Noi invece attribuiamo al mare volontà e agenzia. Solo che quello se ne sbatte di noi, tant’è che appena può ci risucchia volentieri.

«Pare nu cazzu de confetto», dice la zia.
«Che cosa?».
«Il bar, tutto iancu l’hannu fattu. Pare nu cazzu de confetto».
«Sì, è orrendo», dico, poco convinto. «Almeno gli infissi celesti potevano metterli. No, zia?».
«Certu».
«Ma ha deciso tutto la Sovrintendenza».
«E nu capiscene nu cazzu».

Una volta a casa, la zia spiattella la storia dello zio Silvio e dell’ospizio. A quel punto sembra aver accettato il fatto ed è solo giù. Mia madre invece va su tutte le furie. Chiama subito Biagetto e Cosimino per cantargliene quattro, dice che non avrebbero dovuto farlo,  che sono degli ingrati vigliacchi, e con singolare astio attacca Dora che, in quanto donna, avrebbe dovuto prendersi la responsabilità di accudire il padre. Ma quella, poveretta, è l’unica con una famiglia tutta sua e un lavoro a tempo pieno.

La mattina dopo mia madre mi sbatte in faccia il foglietto con la dichiarazione firmata. Ha gli occhi raggianti di un giubilo olimpico.

«Come ci sei riuscita?» le chiedo.
«Col sangue».
«Come sei drammatica».
«Dovevi vedere come scriveva, lettera dopo lettera».
«Non ci credo, dev’essere che la zia s’è decisa dopo la notizia dello zio Silvio. Il che suggerisce che ha sempre potuto scrivere e ci ha preso per il culo per un mese intero».
«Te l’ho detto, bisogna darsi da fare e alla fine i risultati arrivano».
«Ma perché vuoi così tanto quella casa?».
«Perché è la cosa giusta da fare, Mirco».

Questo suo caricare la faccenda di una giustizia superiore, questo incartare una furberia in una confezione di equità mi fa sentire meno colpevole. E attraverso quel sollievo divento suo complice.
Però un po’ mi piace. Sì, inizio a sentirmi bene in questa veste. Anche se mi sono opposto al piano, dentro di me, ora sento che questo piccolo successo sinistro è un po’ anche mio. E già mi vedo gestire quella casa. Già vedo un possibile ritorno dagli affitti. Già mi sento meno solo.

D’altra parte, non si può dire che la mia vecchia non lo meriti. È lei che ha tenuto in vita la zia, come una macchina per il supporto vitale. Durante gli episodi di stipsi le tira fuori la cacca con l’olio d’oliva. E l’ha portata fuori a pranzo, l’ha fatta  ridere, le ha fatto vedere il mare più spesso che negli ultimi tre decenni. Per lei quello che hanno fatto allo zio Silvio è inconcepibile, mandarlo in un ospizio in un paese anonimo. Lo aveva già fatto con mio padre, quando si era ammalato, sebbene fossero separati da anni, di caricarsi sulle spalle una persona cara che non poteva abbandonare quando la merda era vicina al ventilatore. L’aveva accolto nella casa al mare,  imboccato quando ormai non riusciva a reggere la forchetta.  Una notte di luglio aveva ripulito il sangue che papà aveva vomitato prima di crollare sul bidè. Quindi, dal suo punto di vista, lo merita eccome quel mosaico del millenovecento sei.

*

A me capita spesso di non dormire e per un periodo ho dato la colpa al caffè. Ho uno strano rapporto col caffè. Bevo sempre due caffè la mattina, il primo per svegliarmi, il secondo per la voglia di vivere. Poi lavoro un po’, o guardo video di arti marziali miste. Verso le undici ne prendo un altro per essere presente a me stesso. A quel punto però inizio a insultare tutti senza motivo, prendo a tremolare. Allora sono sicuro di trovarmi in una giornata di merda. La mia. Così bevo tanta acqua e una camomilla. Poi devo fare pipì ogni due minuti e dopo mi sgrullo un po’ troppo a lungo, e alla fine cedo, mi masturbo. Ecco, sono di nuovo calmo. È mezzogiorno e l’unica cosa che voglio fare è dormire. Per non dormire prendo un altro caffè. Così via, fino alle cinque del pomeriggio. Oltre quell’ora non ingerisco caffeina. Non mi ci spingo. Quindi passo il resto del pomeriggio a stancarmi, corro, faccio flessioni. La sera bevo un paio di birre per rilassarmi. A volte funziona, a volte no. Faccio tutto questo perché non ho una ragazza. Se ce l’avessi sostituirei l’intera giornata con l’amore. Starei a letto con lei, o sul tavolo della cucina, e questo basterebbe a pormi in uno stato di grazia attiguo alla felicità, o perlomeno mi regalerebbe una buona notte di riposo. Io non ce l’ho la ragazza. E la notte non dormo.
Una notte sono sveglio nel letto quando sento dei passi affannarsi nel corridoio, pantofole agitarsi a piccoli segmenti sul granito. La porta si apre, la penombra grigia del corridoio irrompe nel buio muto della camera, appare la zia.  Ho un sussulto che somiglia a un infarto. Mi sento così indifeso, per un attimo ho il terrore che sia venuta a spararmi alle ginocchia.

«Zia, cosa fai?»
«Mi sgranchisco le gambe».
«Ma che ore sono?».
«Non lo so».

Tasto il ripiano in marmo del comodino e afferro il cellulare.

«Sono le quattro di notte».
«Mi stavo annoiando».
«Per forza, vai a dormire alle nove».
«Che fai?».
«Dormo».
«Ma sei stai parlando…».
«Zia, va’ a dormire, ti prego».

Come sia arrivata fin qui senza rompersi in mille pezzettini lo ignoro. Accendo la lampadina. I capelli arruffati, la vestaglia troppo grande, il viso allibito, la pelle delle guance regredita nella bocca, la mascella minuscola, gli occhi piccoli e acquosi, il baffetto, tutto contribuisce a darle un’età che non esiste. Ma più che l’età è la sua forma a essere straniera, come se non fosse un essere umano, né un animale. È una pianta? Magari è una bambina aliena con un ghigno da clown che si diverte a parlarmi nel mezzo della notte mentre sgranchisce le gambe.

«Non vai ddhai?» chiede.
«Là dove?».
«Alla fatica, dove vai qualche volta».
«Sì, ci vado più tardi», mento.
«Perché non vai moi?».
«È ancora buio, guarda lì fuori».
«La serranda è abbassata».
«Zia, è buio».
«Quindi non ti alzi?».

Che cacacazzi, penso. Mi alzo e la raggiungo vicino alla porta.

«Dai, torniamo a letto».
«Mamma piange, dice a metà corridoio».
«Cosa?».

Nella loro camera il televisore è acceso sul solito CSI. Omicidi a manetta. La TV non è che tre cose ormai: CSI, talk show sui migranti e programmi di cucina. Aiuto la zia a mettersi sotto le coperte. Sale sul letto carponi e poi si lascia cadere sul fianco. Poco più in là mia madre se ne sta raggomitolata e piange.

«Mamma, che c’è?».

Non risponde.

«Mamma, cos’è successo?».
«Niente, non ti preoccupare. Va’ a dormire».
«Perché stai piangendo?».
«Non sto piangendo».

Faccio il giro del letto e mi siedo accanto a lei. Sembra una bimbetta triste.

«Lo sai che se non fosse stato per te e le tue sorelle, l’avrei fatta finita da tanto tempo?».
«Ma che dici?».
«Non so. Ho sbagliato tutto».
«Non è vero, cos’è che hai sbagliato?».
«Tutto».
«Mamma, tu sei la persona migliore che conosca. Anche se sei pesante a volte».
«Dici così perché non sai cos’ho passato».
«Tutti abbiamo passato qualcosa. Eppure siamo stati fortunati. Non ci manca nulla».
«Dici?».
«Dico».

Ride e singhiozza in brevi raschi e singulti. Piccoli rivoli le bagnano il viso gonfio dal sonno. Tira su col naso e tiene le dita vicino alla bocca. Ogni tanto ha di queste cadute. Le capita la notte, quando l’energia del giorno si è dissipata e non ci sono più cose da fare. È difficile dire cosa la faccia stare male, se pensa al divorzio da mio padre, alla sua stramba relazione con Pino, o se ha paura che qualcun altro che ama possa morirle tra le braccia. Forse è solo il bisogno di sfogare la rabbia che cova dentro, e che magari tiene a bada pulendo, camminando, accumulando cose, litigando con tutti e aiutando tutti, ma che a volte la farà sentire sola e inconsolabile. Credo che alla fine sia una di quelle cose per cui non c’è rimedio. La zia è lì accanto che dorme. Si è sgranchita le gambe abbastanza per stanotte. Rimango un po’ con mamma accarezzandole la spalla e il viso. Mi sento suo padre, un padre che non se n’è andato. È lei la figlia adesso. C’è qualcosa di struggente nel vedere la propria madre che piange, è come se la vita smettesse di esistere o la terra si spegnesse e precipitasse nell’universo. Non si sopporta. Uno non se lo aspetta mai di vederla così vulnerabile. Ed è questo che mi frega, mi frega sempre.

Il giorno dopo sembra essersi ripresa. Quando mi alzo sta preparando una pitta di patate e Pino è lì accanto che attende gli ordini del giorno. C’è una pace nella stanza, una tregua che capita una volta ogni due mesi. Mia zia è seduta sul balcone nella sua tuta e gli occhiali da sole gialli, ha l’aria di spassarsela.

«Mirco, ho innaffiato le piante e ora mi riposo».
«Brava zia. Brava».
«Hai mangiato?».
«Ancora no».
«Allora vai e mangia. E dopo esci. È una bellissima giornata».

Mia zia la rockstar mi invita a uscire in società.

Dopo una settimana Cosimino, Biagetto e Dora, eredi in pectore, vengono a sapere che non avranno una ceppa. Una ceppa lippa gli tocca. Vengono gobbi a sedersi sul divano. Mamma li ha convocati per sbattergli in faccia la sua vittoria.

Cosimino indossa un jeans sporco di terra e un cappello. Da sotto il cappello sporgono le ali dei capelli color ruggine, un po’ rigidi e un po’ malleabili come l’alluminio. Lavora in campagna e non sta benissimo da quando lo hanno licenziato dal calzaturificio e la ragazza lo ha mollato. Ma è un brav’uomo, di una mansuetudine spiazzante. Si toglie il cappello e si accomoda accanto a Dora, che tiene le mani giunte sulle gambe chiuse e sembra pronta per il Padre Nostro. Ha negli occhi cerchiati la serietà di una donna frustrata, inadeguata quasi, come se vivere fosse per lei una penitenza, un onere cui rinuncerebbe volentieri. Preferirebbe di no. Parla a bassa voce e con garbo. Insegna in una scuola materna e mantiene l’eloquio lento e paternalistico anche fuori dalla scuola. Aspira il finale delle parole, in una versione lieve della pronuncia calabrese. Si è emancipata solo grazie al matrimonio, ma anche da sposata passa la maggior parte del tempo nella casa natia. Il fratello maggiore, Biagetto, è piuttosto legato alla roba di famiglia e qualcosa se l’è già venduta. Già in passato ha accusato mia madre di aver esatto più di quello che le spettasse, di aver circuito la zia Loretta e la zia Anastasia per ottenere di più. Dal suo punto di vista tutto questo è già successo, dunque. Naturalmente mia madre nega tutto e rimanda le accuse al mittente con il vigore di un Viet-cong in uno scontro a mani nude con un marine americano. Biagetto, Dora e Cosimino, carnefici o vittime che siano, sono stati sconfitti ed ecco i loro corpi passare lenti sulle acque del fiume.

Quell’arpia mi costringe a rimanere nella stanza. Un po’ rimpiango di non averla appoggiata.
Dov’eravate voi nel momento del bisogno? chiede, secondo copione, al trio di parenti. La domanda retorica le scatena una scarica di adrenalina i cui riverberi sono visibili negli orli dritti dei tappeti del salone.

Al riparo nelle vostre bare di mattoni, probabilmente.

Biagetto si china in avanti, gomiti sulle ginocchia, schiarisce la gola. «Non è giusto», dice, «le zie avevano già deciso».
«Certo che è giusto. Sarebbe stato strano il contrario».
«Ne parlerò con qualcuno».
«Parlane con chi vuoi».
«Non è il caso di litigare ora, con la zia nell’altra stanza», fa Dora.
«Non è finita» si lascia scappare Biagetto, che deve aver visto troppi film d’azione.
«Sì, magari ne riparliamo con calma», ribadisce Dora.
«Siete liberi di riparlarne tra voi quanto vi pare, anche di vedervi la sera a discuterne a cena. Oppure fatevi un aperitivo in piazza e parlatene lì. A me non interessa».
«Mirco, tu che pensi?» chiede Cosimino.
«Penso che è la volontà della zia e che nessuno l’ha costretta, ci mancherebbe».
«Costretta? Cosa le avete fatto?».
«Niente le ho fatto, ma sei impazzito?» fa mamma.
«L’hai drogata?» fa Biagetto, scattando in piedi.
«Dovresti uscire la sera invece di rincoglionirti con CSI».

Mi scappa un risolino. Ha un gran sarcasmo, gliene do atto.

«Adesso vado di là e glielo chiedo», fa Biagetto.

In cucina la zia sta guardando «L’eredità».

«Zia, come mai hai cambiato idea?».
«Su cosa?».
«Sulla casa».
«Ah, quello. Non dovevi mettere mio fratello nello ‘spizio. E non è che dovevo chiedere il permesso a te. Mo’ vabbanne, m’aggiu vadire lu quizzi alla televisione».

Minchia, come l’ha liquidato. Contanti in mano!

«Proprio tu», fa mia madre a Biagetto. «Dopo tutto quello che ho fatto per te».
«Ma che c’entra, mica devo rinunciare alla roba mia?».
«Dovresti. Se non fosse per me tu manco saresti qui».

Non posso non provare stima per mia madre mentre blocca l’avanzata del nemico. Pino non c’è e sono io l’unico testimone di questa battaglia. Si perde sempre i momenti più fichi quell’inetto.

La mascella di Biagetto si contrae e lui fa uno scatto in avanti.

«Cos’è, vuoi picchiarmi? Me le vuoi suonare per bene? Hai visto Mirco? È  tornato il vecchio Biagetto».

Biagetto si sforza di ricomporsi, per un attimo scorgo lo sguardo buono e candido di quando tornava dalle sue scorribande ammettendo che si era fatto.

«Dai, andiamocene» fa Dora, poggiando la mano sulla spalla di Biagetto.

Oh, la smorfia di stress sul viso ingrato di Biagetto quando capisce che è tempo di andarsene. Non si aspettava niente di tutto questo. La svolta lo ha atterrito, pare un toro che si è beccato la terza lancia da un matador. Si trascina via bofonchiando. Senza salutare, i tre vuotano la stanza quasi avessero altre importanti delusioni da riscuotere altrove e noi non fossimo che una tappa nella loro privata via crucis. Andate andate. Via così, prego, da questa parte. Una Waterloo, signori. Un capolavoro di cura e potere. Di persistenza. L’ego di mia madre non sta più nella stanza, le è straripato fuori e ha preso le sembianze di un giudice di Forum. Uno che ha sempre ragione. Ha la superbia di un sultano che vive di petrolio.

Devo dire che mi sarei aspettato più scandalo dal trio, più sconcerto. A parte Biagetto, nessuno ha detto niente. Non gliene frega molto, si vede. Magari lo sapevano già che moralmente non erano loro i veri eredi. Moralmente gli eredi siamo noi. E poi siamo fatti così da queste parti, più remissivi di un vecchio setter inglese.
È andata così. Cosa ci vuoi fare? Si vede che era destino, si vede. E chi siamo noi per opporci al destino?  Nessuno. Passami una frisa, per favore.

Ecco quindi ogni cosa al suo posto. Eppure, sento un bruciore allo stomaco per la vittoria di questa piccola guerra intestina. Una parte di me prova un’enorme pena per gente come noi che, pur aggiudicandosi la terra, rimane orfana degli alberi.

Ultimamente la zia si sente meglio, mangia di più, segue con attenzione le puntate dei «Soliti Ignoti», anche se capisce ben poco dei mestieri dei concorrenti o delle battute del conduttore. A lei interessano più i sorrisi degli ignoti quando dicono Sì, sono io. Questo è il grande miracolo di cui sono testimone. È vero, ha sempre la faccia incavata e smunta che non appartiene ai vivi, trema ancora quando la sorreggo per accompagnarla in bagno, in quel viaggio di due minuti per tre metri, e dice ancora minchiate su come voglia scappare via da questa casa e tornare alla sua. E ogni tanto confonde ancora il letto col divano, la notte col giorno. Però sta molto meglio. Si è fatta pure la ceretta al baffo.

Fuori germogliano i fiori nei parchi e nei terrazzi. Vorrei tanto che l’aria fosse più calda di così, che la primavera facesse sul serio e il sole ci stordisse fino al mancamento. Vorrei non sentire più nulla.

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↔ In alto: foto Luisa Denu / Unsplash.