La Donna Che Divenne l’Orso

Francesca Matteoni

La metamorfosi teriantropica è un atto di amore.
Una prova di accoglienza della nostra parte più istintiva e primordiale. Per trasformare noi stessi bisogna accettare umilmente la nostra natura più oscura e profonda, il nostro abisso interiore. Lo esperiamo continuamente nei mondi onirici che visitiamo nella notte. Ce lo raccontano i miti, le vecchie storie, gli accadimenti antichi del mondo magico. In questi luoghi avviene l’analogia e ci ritroviamo animali, ci riconosciamo lupi, ghepardi, orsi grigi.
Vi è un evidente problema di incomunicabilità: come si può raccontare a qualcuno di essere stato nella mente tentacolare di un polpo, aver volato con le ali del corvo o di saper strisciare nella pelle di un cobra? Non è possibile, se non tramite la poesia, la parola analogica, l’evocazione sciamanica, l’esercizio di volontà dello psicopompo nel mondo sottile e invisibile degli spiriti. Oppure attraverso il mito, la fiaba, le storie antiche, dove i due mondi fluivano nel letto dello stesso fiume.
Siamo felicissimi di pubblicare sulla Teriantropica uno straordinario testo, un saggio sull’immagine archetipica del matrimonio tra esseri di specie diverse, che però finiscono per tramutarsi l’uno nell’altra, trovano un modo alternativo di esistere e cambiano, e questo loro atto d’amore è la loro condanna, il loro sacrificio eroico, per la salvezza di tutti.
Questo scritto viene pubblicato in collaborazione con le Edizioni Volatili che lo hanno incluso nella loro preziosa collana Isola e Isole. Edizioni Volatili è una casa editrice che sentiamo molto affine, il loro modo di fare editoria (esoeditoria) è un esempio virtuoso di come sia possibile cambiare il mondo cambiando noi stessi.

La Donna Che Divenne l’Orso
di Francesca Matteoni

per Lorenzo

Magici, ecco cosa erano
nelle vecchie storie, e se non quello,
erano guide e salvatori dei perduti,
dei solitari, dei ragazzi e delle ragazze in difficoltà
nella foresta che chiamiamo mondo.
Questo accadeva in un tempo
quando avevamo tutti una lingua comune.

Lisel Mueller

Insieme all’amore viene la paura. Perché l’innamoramento è la caduta di tutte le certezze a cui ci tenevamo, costruite come roccaforti intorno a noi: prospettive e sogni di successo, perfino le strutture in cui crediamo di poter dire l’amore. Coppia, famiglia, matrimonio, procreazione. Nell’incontro con l’altro decade ogni difesa, indipendentemente dalla nostra età. Siamo attratti e spossessati. Dobbiamo fermarci, perché tutto quanto è stato imparato risulta inconsistente: l’altro è come noi, almeno all’apparenza, ma non parla la nostra lingua. Ne parla una radicale, intuitiva, selvaggia: quel selvaggio che ci accoglie quando, mentre avanziamo in una foresta o in una terra estrema, ci accorgiamo che sono loro a camminare dentro di noi. Ogni aspettativa viene spezzata, ogni volontà è colta di sorpresa. L’altro davanti a noi è spaventoso e bellissimo. All’inizio, forse, non ne vogliamo sapere. Avrà senz’altro un brutto carattere e qualcosa di animalesco che ce lo rende inavvicinabile. Forse useremo parole per schernirlo e tenerlo a distanza. Pensando di fuggirlo lo inviteremo in una danza goffa che conduce al centro di un labirinto. A quel punto ci sentiremo in trappola. Nessuno fabbrica più ali per volare via da complicati labirinti e comunque, lo abbiamo già visto, le ali di cera sono pericolose così come lo è la luce del sole. Potremmo piangere tutte le nostre lacrime fino a spezzare gli argini del corpo e trasformarci in fiume che sorpassa o infrange ogni muro nel crescere informe dell’acqua. Oppure, potremmo fermarci e guardare chi abbiamo davanti. Guardare poi le nostre mani, le nostre vite. Uscire dal labirinto senza lasciare nessuno indietro, allora, sarà un fatto di fiducia. In noi stessi, ma attraverso l’altro.

Angelo Marinelli, Leaves of grass - A Woman waits for me, 2017

Angelo Marinelli, Leaves of grass – A Woman waits for me, 2017

Nella fiaba tutto questo si condensa in un’immagine: il matrimonio bestiale, dove la sposa o lo sposo compaiono nel sembiante di un animale. L’altro è una cerva, un orso, un toro, un falco, una foca: abita uno spazio ostile alle nostre abitudini, buio, dove i nostri sensi ordinari sono inutili.
Riecheggia il mito di Eros e Psiche: la sposa non può vedere con chi giace quando il sole tramonta. Il mito migra, si adatta al paesaggio. Viaggia verso una terra che manifesta la dura meraviglia dell’innamoramento, il nord delle lunghe notti invernali, quando il crepuscolo entra negli occhi, insegna a vedere oltre l’aspetto comune, sfumato nella poca luce delle cose.
C’è una ragazza, lassù, che acconsente a sposare un orso polare, trasferendosi nel suo castello oltre le foreste. Ma nella notte, quando qualcuno entra nel suo letto, non sa più chi sia il suo sposo. L’amore è il corpo dell’altro, un confine sicuro per non cadere nell’oscurità. Ma noi vogliamo vedere, sapere.
Gli occhi ingannano. Eppure, sono gli unici nostri appigli nella vastità di un sentimento in bilico fra la devozione e l’orrore.
Potrebbe essere un mostro, un troll!
Le dicono la madre e le sorelle, quando per pochi giorni la ragazza torna in visita nella casa paterna. Vacilla fra il potere del sentimento e quello della consuetudine. Dopotutto conosce i suoi familiari da sempre. Conosce l’orso da poche settimane, forse mesi. E chi le dorme accanto? Lo conosce? Di quale voce deve fidarsi? Accetta riluttante il dono materno di una candela, con cui cacciare i demoni notturni. Quando l’accende e si china sul volto del compagno, ne scopre la bellezza, causandone però l’immediata scomparsa. Ne scopre l’umanità, ovvero l’anima che è fragile, potente e in cerca dell’altro, proprio come la sua. La riconciliazione sarà difficile: la sposa dovrà percorrere una distanza impossibile, fino al luogo che sorge prima dell’alba del sole e dopo il tramonto della luna, A est del sole, a ovest della luna, una frontiera magica, dove i troll tengono prigioniero l’amato, vittima di un sortilegio.

Angelo Marinelli, Leaves of grass - Here the Frailest Leaves of Me #3 – 2017

Angelo Marinelli, Leaves of grass – Here the Frailest Leaves of Me #3 – 2017

E se l’orso non fosse soltanto il protagonista di un racconto di scoperta e maturazione personale? Nella fiaba o nel mito si stratificano e confondono epoche differenti: ciò che sembra parlare al singolo in passato racchiudeva i segreti e i tratti distintivi di una comunità. Ciò che lo sposo bestiale incarna può superare i timori e le aspettative individuali, riacquisendo il ruolo primitivo di antenato o creatura sacra all’interno di una tribù, un popolo. Gli altri animali e gli umani non sono sempre entità contrapposte, possono essere, o sono stati, popoli uniti per necessità e desiderio. Un tempo, accanto alla cultura degli umani, esistevano le culture degli orsi, dei cervi, delle balene oceaniche, dei gufi, delle donnole furtive. Queste culture si difendevano le une dalle altre, si cercavano e fuggivano, comunicavano. Sotto gli artigli dell’orso c’era una mano; sotto la sua pelliccia il volto di un vicino di casa. Così come nel pugno dell’uomo cresceva un artiglio; la sua determinazione mostrava le zanne.

«Suona un tamburo per la vista dell’orso che sorride
da dietro la mia maschera».

Maschera e animale si confondono, ciò che è visibile diventa illusorio, mentre ciò che è nascosto conferisce forza ed espressione. L’umano è una maschera per l’orso: fra i due si rivela una relazione ancestrale che continuamente muta il cacciatore nella preda e viceversa. Il corpo prende la forma dell’anima: se l’uomo desidera contattare l’orso, l’anima della bestia gli dirà come fare, se l’orso vuole parlare all’uomo, l’anima dell’umano lo guiderà. Le anime condividono l’essenza di un territorio, lo ridisegnano con l’immaginazione. Ogni caccia si apre con il sogno dell’anima, che corre e percepisce il territorio come preda. Ogni cacciatore indossa i simboli della preda, prima di cominciare. Non è un semplice camuffamento. Si cala nella preda, ne acquisisce il sapere e l’istinto, rendendosi a sua volta vulnerabile. La prossima volta potrebbe essere lui a dover fuggire. È questo il senso delle parole degli sciamani artici: di anime andiamo in cerca, di anime ci nutriamo. Per sostenere il corpo la nostra anima conosce l’attesa e la sofferenza della preda.
Dire che stiamo mangiando anime, invece che carne, significa prendere atto della vita che viene distrutta perché altra vita continui. Significa sapere che siamo gli attori di un’opera violenta, dove paura e colpa possono essere addomesticate da un pegno di mutua responsabilità fra le anime, qualsiasi sia la loro forma o natura.

Questo è stato dimenticato.
Fra noi e l’animale si è estesa la rete dell’industria alimentare, rubando lo spazio di prossimità fra la preda e il cacciatore: quell’uguaglianza davanti alla sopravvivenza. Abbiamo dimenticato l’altro. Dovremo compiere il viaggio nel racconto al contrario per liberarlo dai limiti del suo contesto, trovare, se possibile, qualcosa che illumini il presente. Non lasciare che il folklore sia un cumulo di stranezze per collezionisti, coglierne invece il seme poetico e transculturale.

La ragazza che sposò l’orso è una storia orale dalle molte varianti, diffusa fra le popolazioni native della costa nord-occidentale del continente americano. Narra della relazione fra la tribù e l’orso grigio, il grizzly, stabilita da un’antenata che visse sia come umana che come orsa. La storia è questa.

Angelo Marinelli, Leaves of grass-2016

Angelo Marinelli, Leaves of grass-2016

C’è una ragazza curiosa, che non rispetta i divieti. Tramite i tabù ogni popolo della terra, delle acque, del cielo, vive al sicuro dagli altri, si tutela dall’incomprensibile e dal selvaggio là fuori. Chi rompe un tabù porta caos, ma ricrea anche un nuovo equilibrio, uno stadio ulteriore dell’esistenza e della comunità, che non sono mai statiche, loro malgrado.
Questa ragazza è attratta o disgustata dagli orsi grigi. Un giorno, mentre raccoglie bacche con altre ragazze della sua tribù, scivola sugli escrementi di un orso, facendo rotolare via tutto il raccolto dalla cesta e cominciando a offendere l’animale. Le altre si spaventano, poiché l’orso potrebbe sentirla e infuriarsi: è sgraziato, lei dice, ha un cattivo odore. Lo sfida, lo chiama.
Non il corpo, ricordiamo, ma l’anima è la forma: negli escrementi dell’orso resiste un residuo animico che permette all’animale di udire la ragazza, di sapere che deve manifestarsi.
Lei si attarda a raccogliere bacche, o forse aspettando l’orso. Rimane sola nella foresta, mentre le altre fanno ritorno a casa.
Lui le appare come un uomo che, prima o poi, la rassicura, la riporterà al villaggio. Prima o poi. In alcune versioni l’incontro si trasforma in un viaggio di trasformazione che conduce da una società umana a una di orsii due superano sbarramenti naturali, vortici di vento, una montagna. Soglie spirituali fra i mondi. Trascorrono insieme la primavera e l’estate. Nell’autunno iniziano a preoccuparsi di svernare in una tana. L’uomo non dice mai chi è. La ragazza, tuttavia, vede la parte ursina passandosi una mano sul volto, come a pulirsi gli occhi dalla nebbia: un vecchio trucco. Quando caccia e scava il riparo per l’inverno, è orso. Quando la ama, è umano.
Lei per un po’ dimentica il passato, però, a volte, un sentiero o un albero le rammentano i fratelli, i genitori, l’accampamento.
Ho scritto che ci sono soglie fra i mondi. In realtà questa è una semplificazione di un concetto molto più complesso, appartenente alle tradizioni che definiamo sciamaniche: il mondo è uno soltanto. Cambiano le anime che lo percorrono.
La ragazza scorda la se stessa umana perché ora è più simile a un orso. I sensi in lei si risvegliano in altro modo. Un nuovo strato vitale copre l’altro, pelle e mente.
Presto rimane incinta.
«Suo marito la notte cantava e lei si svegliava e lo ascoltava. Vivendo con la donna, l’orso era diventato come uno sciamano. Il canto lo possedeva, proprio come uno sciamano».
L’avvicinarsi all’altro ha reso entrambi vulnerabili: lei ha bisogno di lui per sopravvivere, lui sa che i fratelli della ragazza verranno a cercarla e lo uccideranno; entrambi si preoccupano per i nascituri.

L’orso si prepara per la morte, la sceglie – questo fa di lui uno sciamano. Il bene delle comunità prevale sui desideri dei singoli.

La donna partorisce due figli, cuccioli e bambini. Supplica l’orso di non uccidere i fratelli, quando verranno: sono, dopotutto, i suoi cognati.

L’orso ha paura, senz’altro. Con i suoi artigli potrebbe squarciare i loro corpi, quasi fossero cortecce rinsecchite. La chiamata del destino, tuttavia, prevale su ogni desiderio. Non può scegliere di restare con l’insolita compagna e crescere i figli. Spiega alla donna che, quando lo avranno ucciso, deve essere osservato un certo rituale: se lo smembreranno e seppelliranno come lui chiede, la caccia sarà buona per la tribù, i bambini cresceranno sani, un patto sarà sancito fra gli orsi e gli uomini.

Devono onorare il suo corpo, perché lui possa rinascere e non serbare rancore. Il rituale è il segreto che l’orso condivide con la donna: si dona a lei, perché lei lo consegni alla morte. Entrambi sono consapevoli. Questa consapevolezza si incide nella donna come la sopravvivenza: la cicatrice di chi resta fra le soglie. Se i riti verranno rispettati gli umani non soffriranno la fame. Se all’orso sarà reso il suo spirito, egli sarà amico delle genti.

La donna e i figli tornano al villaggio, dove lei non riesce più a integrarsi. L’odore, che tanto la ripugnava nell’orso, è diventato il suo. Si trasferisce in una capanna ai margini.
Quando i fratelli cacciano e uccidono un’orsa e i suoi cuccioli, spingono (o costringono) lei e i figli a indossarne le pelli. La donna piange.
Non appena si coprono con le pelli si mutano integralmente in orsi. Scordano l’umano.
Lei uccide tutti i fratelli, tranne il più piccolo, che è sacro come un testimone, e che la ferisce, lasciandole nella gola una freccia, che si indurisce in un osso. Un osso inutile, solitario nella carne. Un osso che ricorda il doppio ruolo dell’orso, di vittima e carnefice.
L’osso magico della morte e della vita.
Da quel momento l’orso grigio sarà risparmiato nella caccia, in nome della ragazza che sposò un orso, che divenne sciamana di morte e poi Madre Orsa. In lei le due anime si fondono, sebbene il corpo resti uno. Sceglie con dolore cosa essere, perché il destino è continua separazione, continuo ricordo dell’anima che si unisce a un’altra.

Angelo Marinelli, Leaves of grass - Ample are time and space – 2017

Angelo Marinelli, Leaves of grass – Ample are time and space – 2017

La fiaba parla dunque di due comunità e i protagonisti sono gli strumenti designati per l’incontro. Oggi, molto del significato originario perde valore: ci sono i supermercati per il cibo. Le nostre case sono riscaldate. L’orso? Ha un sembiante di pezza e filo sui letti dei bambini. Ci sono gli individui, non le comunità.
Quello che è stato dimenticato deve essere riscoperto, sia per i singoli che per le comunità, mentre i ghiacci della terra degli orsi si sciolgono, le foreste ardono, il mare si alza inesorabile. La sparizione dell’orso è la nostra, anche se non lo sappiamo vedere. Ci riguarda, è una questione personale: come decidiamo di trattare l’altro e di recuperare noi stessi nell’altro.
L’amore, dicevo.
Dunque, immaginiamo. Immaginiamo una ragazza affascinata dagli orsi, ma senza tabù, senza regole sacre, in un mondo che a stento riesce a celebrare l’individuo. Vorrebbe convincere tutti che gli orsi hanno un’anima: sentono, soffrono, gioiscono nel loro linguaggio, intenso come il nostro.
Un giorno va nella foresta e incontra l’uomo che è un orso. Si innamorano. Lei non ha bisogno di passarsi la mano sul volto per vederlo nei suoi due aspetti, sa tutto di lui – o crede di saperlo. Sciocco presupposto del desiderio, e perfino della devozione! La ragazza scorda che l’altro ha il suo segreto, qualsiasi cosa accada, qualsiasi intimità possano condividere. Cacciano, corrono, si tuffano nei fiumi, si amano. Esplorano, si creano una dimora, si raccontano storie, si amano. Non possono avere figli, perché ogni matrimonio soprannaturale è stato bandito da questa terra.
Lei, come nella fiaba antica ha dei fratelli: vuole, convinta del potere conferitole dal sentimento, che essi sappiano della bellezza dell’orso.
Perché l’orso sta agonizzando. Non ha più molto futuro. Anni. Mesi. L’umano ha ridotto il suo spazio vitale. La ragazza decide allora di farsi messaggera. Quando i fratelli arrivano, è lei ad avvicinarli, per portare la verità. Non sa, non vuole sapere, che la sua verità non è la verità dell’orso, e nemmeno quella dei fratelli.
Loro la seguono.
Appena sono davanti all’orso lo attaccano, perché è uno degli ultimi orsi del nord: un trofeo che porterà ricchezza e fama. Questa è la verità dei fratelli. L’orso si difende: non ci sono più riti, sacrifici, alleanze da stabilire. Non ci sono lingue da condividere: le anime sono state chiuse rigidamente nei corpi e ogni corpo è per sé. Uccide quasi tutti i fratelli, ferisce mortalmente l’ultimo, ma anche lui sferra il suo colpo fatale. Mentre l’orso muore la donna corre al suo fianco: è colpa sua, dice. L’orso sputa un osso che era una freccia, tanto tempo fa, un tempo in cui le donne odoravano d’orso e le orse proteggevano i popoli. La ragazza lo preme sul petto. Lascia che l’ultimo fratello, il minore, il più amato, si dissangui. Grida finché il grido esplode nel ruglio dell’animale: l’osso si dilegua nella carne, le crescono la pelliccia e gli artigli e lei diventa un’orsa che fugge a settentrione. Non le resta niente dell’umano, non ha famiglia fra gli orsi. Sola, folle, con l’anima in pezzi. Dorme tutto l’inverno.
Poi, a primavera, un uomo la trova.
O forse uno spirito che appare come un uomo.
Vorrebbe aggredirlo, ma l’uomo non si lascia afferrare. Qualcosa in lei la spinge a portarsi una zampa davanti al muso: quando la sposta, cala una nebbia e poi vede, dall’altra parte, l’orso. Le cade la pelliccia, le cadono gli artigli: è di nuovo la donna che lui ha amato.
La pazzia le cade di dosso. Non possono restare insieme, perché questo è un sogno, e la morte il loro sciamano.
Lo spirito, che è un uomo, che era un orso, le dice che è il tempo della fine della storia: deve fare ritorno.

Angelo Marinelli, Leaves of grass - Here the Frailest Leaves of Me #2 - 2016

Angelo Marinelli, Leaves of grass – Here the Frailest Leaves of Me #2 – 2016

Lei ha paura, perché ora sa che la verità non può essere piegata al desiderio e nemmeno insegnata con le migliori intenzioni: è come un osso che entra nella gola e viene risputato, intero, dall’altro che amiamo. Con dolore. La verità può essere guardata. Cantata, forse, in una strana poesia che pochi capiranno. Ora lei conosce la strana poesia di cui deve farsi messaggera. Non sarà mai del tutto umana, ma avrà la voce degli umani per parlare. Perché l’anima torni a essere la forma dei corpi, che si cercano oltre ogni pregiudizio o convinzione. La forma perduta del nostro divenire. Dell’amare.


Nota bibliografica

Nell’apertura del saggio mi sono ispirata alla fiaba nordica «A est del sole, a ovest della luna», dove per la prima volta ho incontrato l’orso, in questo caso polare, come sposo.  I due versi sulla maschera e l’orso provengono dalla poesia «Shaman Song», scritta dallo storico delle religioni Ninian Smart e posta a introduzione del libro Shamanism and Culture (Helsinki: Etnika, 1998) di Juha Pentikäinen, acquistato molti anni fa nel museo sulle tradizioni sami di Karasjok, in Norvegia. Le considerazioni sulla caccia e sulle anime degli sciamani artici si possono rintracciare negli scritti di Knud Rasmussen. Soprattutto: Aua (Milano: Adelphi, 2018).
Infine, per la fiaba «The Girl Who Married the Bear» ho utilizzato le versioni raccolte da Catherine McClellan in The Girl Who Married the Bear. A Masterpiece of Oral Tradition (Ottawa: National Museums of Canada, 1970); l’articolo accademico di Georgina Loucks: «The Girl and the Bear Facts: A Cross-cultural Comparison» (in The Canadian Journal of Native Studies V, 2 (1985): 218-239); e, soprattutto, il libro di Gary Snyder, dove si trova la versione di Mary Johns, da cui ho tratto la citazione sull’orso che diventa sciamano cantando: La pratica del selvatico (Roma: Fiori Gialli, 2011).


Per la gentile concessione delle immagini si ringraziano Angelo MarinelliDavid Ellingsen.
La ricerca e la scelta iconografica sono a cura di Ngoc Lan F. Tran.
Teriantropica è a cura e responsabilità di Andrea Cafarella.

↔ In alto: David Ellingsen, «Architects of an Ending», Absent Presence. (2018)