Le pagine brevi della Welty: istantanee di un Sud spietato, onirico e sonnolento.

Omar Di Monopoli

Ritenuto a torto una forma letteraria «minore» dall’appeal commerciale pressoché pari allo zero, il racconto ha per troppo tempo in Italia dovuto fare i conti con una sorta di ghettizzazione autoimposta dal mercato, quasi un pregiudizio atavico che sin dai giorni di D’annunzio («non troverete un editore che oggi vi stampi un libro di novelle, sieno pure le novelle molto fini e argute»), ha impedito ai lettori di casa nostra di beneficiare delle eccellenze di un genere che invece altrove, soprattutto in area anglosassone, gode tutt’oggi di indiscutibile fortuna (lo testimonia il Nobel assegnato già nel 2013 alla canadese Alice Munro, per l’appunto autrice di meravigliose short-stories).

A favorire un pur faticoso sgretolarsi di questo immotivato muro di diffidenza stanno però contribuendo da un po’ di anni alcune giovani e coraggiose realtà editoriali, prima fra tutte la Racconti Edizioni di Roma, che, nomen omen, sin dagli albori si è occupata esclusivamente di opere dal passo corto e che proprio in questi giorni ha riportato in libreria un caposaldo del filone: Le mele d’oro, raccolta di racconti firmata dalla grande scrittrice statunitense Eudora Welty.

Nata nel profondo Sud, a Jackson, Mississippi, cittadina dalla quale non si è mai allontanata nemmeno nei momenti di maggiore successo, la Welty è diventata celebre proprio per la maestria nell’agglutinare in poche dense pagine momenti estremamente significativi di vita vissuta (anche se, a dirla tutta, il Premio Pulitzer in tarda carriera finì col guadagnarselo con uno splendido romanzo, quel La figlia dell’ottimista oggi venerato da plotoni di scrittori). Affiancata in patria senza troppa fatica a pezzi grossi come William Faulkner, Carson McCullers e Flannery O’Connor, assieme ai quali ha infatti non a caso plasmato una certa idea di Sud a stelle e strisce, la Welty è una scrittrice ancora misteriosamente poco frequentata in Italia e ritrovare tra gli scaffali alcuni dei suoi lavori più belli – la stessa casa editrice aveva già stampato Una coltre di verde nel 2017 – rappresenta un’occasione assai ghiotta per farsi un giro nel suo universo e lasciarsi ammaliare da una prosa suggestiva e millimetrica che non si perita di provare a raccontare, come diceva la stessa scrittrice, «il terzo personaggio che c’è tra l’autore e la storia che scrive».

Le mele d’oro si costituisce di una concatenazione di storie, sette, tra di esse tutte interlacciate poiché ambientate durante gli anni Quaranta nella medesima, fittizia cittadina di Morgana, sul Delta, un luogo appena lambito dalla tragedia dei conflitti mondiali e per il resto immutabile nei secoli: pura provincia sonnolenta in cui sono ceto e colore della pelle a imporre l’assetto sociale; «A Morgana non si sfugge. Non si sfugge proprio a niente, lo sai»: questa la verità che gli abitanti si passano di bocca in bocca da generazioni facendosi ora protagonisti ora comprimari di un elegante impianto polifonico che è al contempo collezione di vicende godibili singolarmente ma anche superbo affresco corale: senza perdere di vista la grande tradizione raccontistica europea, Le mele d’oro srotola tranches de vies in un microcosmo dove le aspirazioni, le inquietudini e le nostalgie di chi ci vive si toccano e si sfrisano sino a farsi mitologia, sostanza onirica, materia che scompare tra le fila dei racconti in frammenti di ricordo o deliri immersi in un tempo che «corre come un sogno»

Adottando uno stile aulico che vira senza forzature al colloquiale («La vecchia era sporca. Quando stava ferma tremava un po’ – le guance cascanti e le mani. E adesso Loch vedeva bene l’oggetto che reggeva come una lampada; ma non sapeva cosa fosse… una scatolina di legno marrone, a forma di obelisco. Con una porticina. La vecchia la aprì e l’oggetto fece un suono meccanico, che nella stanza chiusa a fare da cassa armonica lui sentì benissimo: faceva tic‐tac.») la scrittrice accompagna chi legge nelle esistenze del cast di figure da lei approntato e noi di botto siamo lì al loro cospetto nel caldo opprimente del Mississippi, nel lago dal fondo fangoso, nella camera da letto assieme a una figlia subito dopo la morte della madre, nel soggiorno ad ascoltare un recital di pianoforte, lungo le scogliere di San Francisco (nell’unica trasferta californiana concessa a uno dei personaggi) o ai confini dell’area urbana mentre abbandoniamo nostra moglie incinta e scompariamo all’orizzonte.

Tra visioni oniriche improvvise e un ipnotizzante profluvio di nomi («Virgie Rainey lavorava, e non faceva la maestra. Suonava il pianoforte al cinematografo, ogni sera a tutti e due gli spettacoli, guadagnava sei dollari la settimana e nessuno più se la filava. Già lavorava all’ultimo anno – appena finito – alla scuola unificata. Ma da piccole lei e Cassie avevano preso lezioni di musica insieme da Miss Eckhart, proprio lì a casa dei MacLain. Virgie Rainey suonava sempre Per Elisa, e Miss Eckhart le diceva sempre: «Danke schön, Virgie Rainey». Dov’era finita, Miss Eckhart? Abitava a pigione da Miss Snowdie MacLain.») ci si abbandona a un avvicendarsi di eventi disseminato di lunghi elenchi di toponimi e ariose descrizioni di paesaggi, ma anche di similitudini inaspettate («Una gatta color tartaruga in panciolle su un cesto di mele lo guardava dalla vetrina di un ortolano. Serrò gli occhi come tirandoli con un elastico.»), per perdersi nelle pagine di un capolavoro strutturale in cui lirismo e pettegolezzo confluiscono a trascolorare ogni tragedia – mariti che abbandonano le mogli, maestre di piano votate alla pazzia, bambine che rischiano di affogare – in inaspettate epifanie di tenerezza.

Dotata di una compassione rara tra i suoi colleghi, la Welty con questa raccolta ci ha lasciato una vibrante successione di istantanee esistenziali (era non a caso anche una eccellente fotografa: si consiglia di fare un giro in rete per apprezzare l’iconicità dei suoi lavori) volutamente sgranate quando non ambigue: un permanente gioco di chiaroscuri, di fantasime nel sole che casca a perpendicolo su assiti di legno scortecciato, di boscaglie intricate e fitte, di laghi paludosi e mulattiere sperse nei campi battute da oscuri individui dai nomi di re. Magistrale.