Avalovara, o un’allegoria dell’arte del romanzo

Marco De Laurentis

«Io che ho tradotto Osman Lins e sono stato amico di Osman Lins anche se le mie traduzioni non si sono mai vendute» Roberto Bolaño, I dispiaceri del vero poliziotto

Come afferma il professor Amalfitano di Bolaño, Osman Lins è un autore poco conosciuto qui in Europa, sebbene sia stato uno dei pilastri della letteratura sudamericana del secolo scorso. Brasiliano del Pernambuco, è stato accostato ai grandi nomi della sua generazione come Borges, Cortázar, Garcia Marquez e Lezama Lima grazie alla sua opera principe, Avalovara, pubblicata recentemente qui in Italia da Edizioni Lindau. Al contrario, Lins ha sempre preso le distanze da questi nomi, citando invece, come maggiori influenze per il suo romanzo-mondo, Dante e Rabelais. Un indizio ci viene dato proprio dall’autore all’inizio del libro, dove in epigrafe è citata una frase del critico Ernst Curtius proprio sulla Divina Commedia. In realtà potremmo dire che Lins attinge da entrambi le fonti, e non solo: come vedremo Avalovara è un grande pastiche, fortemente influenzato sia dall’epica medievale e dall’amore stilnovista, sia dalla costruzione degli iper-romanzi e dalla verticalità della tradizione latinoamericana. Partiamo dalle intenzioni dello stesso autore, che così spiega la genesi del romanzo:

«Volevo creare un testo che esprimesse la mia passione per la scrittura e le narrazioni. Un libro che fosse un’allegoria dell’arte del romanzo. Il progetto base dell’opera e la sua cornice sono legati all’arte del racconto e rimandano costantemente all’ambiguità della parola».

Lins dunque compie un percorso autoriflessivo all’interno del testo e l’esaltazione del puro atto di scrivere. Lo stesso nome dato al romanzo, Avalovara, non è davvero un personaggio del romanzo, ma un simbolo, rappresentato da un uccello immaginario che unisce e moltiplica diverse voci narrative, «un essere composto, […] uccello e nuvola d’uccelli». In particolare il termine deriva da una figura dell’Asia buddhista, Avalokiteśvara, un Bodhisattva che è la personificazione della compassione, che può apparire in molteplici forme, maschile e femminile; un dio misericordioso che ha fatto il voto di non entrare nel nirvana se non dopo aver salvato tutte le creature, portandole all’illuminazione. In questo caso è proprio l’autore del romanzo stesso a cercare una verità e al tempo stesso di trasmettere la sua esperienza. Ma per approfondire meglio, occorre rivelare la costruzione architettonica del romanzo, vero punto nodale per Lins.

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La Spirale e il Quadrato, tra Julio Cortázar e Christopher Nolan

Proprio la struttura del romanzo accomuna Avalovara ad altri romanzi latinoamericani, in particolare Rayuela di Cortázar. Dietro l’intento “giocoso”, l’autore offre al lettore altre possibilità di lettura oltre a quella convenzionalmente lineare. Nel caso di Lins, questo viene reso attraverso una spirale posta “virtualmente” nel quadrato del Sator. Per comprendere meglio, ecco l’introduzione al testo fatta dalla traduttrice Giuliana Segre Giorgi:

Avalovara_Spirale«Crediamo opportuno segnalare al lettore il piano del romanzo, che è basato sul rapporto spazio-temporale rappresentato dalla sovrapposizione di una spirale e di un quadrato suddiviso a sua volta in venticinque quadrati minori. Ciascuno di essi contiene una delle lettere di una frase latina palindroma: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS (che ha un doppio senso e può significare: «Il contadino mantiene accuratamente l’aratro nei solchi», oppure: «L’Artefice mantiene attentamente il mondo nella sua orbita»). A ciascuna lettera corrisponde una diversa linea narrativa. I temi si presentano nel romanzo nell’ordine in cui si incontrano procedendo lungo la spirale dall’esterno verso l’interno. La lettera N posta al centro rappresenta la conclusione del romanzo».

Aldilà della mera precisione/inventiva strutturale, è interessante comprendere la complessa metafora di questo “gioco” cui ci troviamo di fronte. La spirale e il quadrato sono due forze che interagiscono durante tutto il romanzo e danno vita e significato più profondo alle lettere che si trovano all’interno. La spirale è il simbolo della vita e della morte (quindi collegata al femminile), la forza motrice, lo slancio vitale del romanzo, la sua anima («L’Artefice»). Al contrario il quadrato è il simbolo del limite imposto («l’aratro nei solchi»), la base fissa, che non fa diramare la spirale all’infinito, è la struttura fisica del romanzo, il suo corpo (quindi di genere maschile). Qui si affrontano due temi dello scrittore stesso, l’immaginazione senza limiti della spirale, e i limiti della ragione del quadrato. La realtà che percepiamo secondo Lins è un cerchio, chiuso all’interno del quadrato, il finito, mentre procediamo nell’infinito della spirale, che inizia e finisce in nessun luogo, la cui coincidenza di inizio e fine ci dà l’impressione che sia un cerchio.

Come suggerisce la nota, il disegno geometrico però denota anche due variabili aggiuntive, il tempo e lo spazio; l’intera struttura del romanzo è dunque determinata dalla relazione tra lo spazio fisico dei quadrati e la progressione della spirale nel tempo sullo spazio. Dal romanzo si evince che solo l’uccello Avalovara può oltrepassare le barriere del tempo e dello spazio narrativo e aiutare il protagonista, Abel, scrittore e narratore della storia.

Eros e Thanatos

«Il romanzo è simile a una chanson de geste, e l’intreccio ne è in certo qual modo una agiografia». Paul Zumthor, Storia letteraria della Francia medievale

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Amor Sacro e Amor Profano di Tiziano Vecellio

Nel corso del romanzo assistiamo alle diverse storie d’amore di Abel, nella sua spirale di estasi e morte. Sappiamo che Abel è sposato, ma la moglie non compare, al contrario delle sue amanti. Il traduttore inglese di Avalovara, Gregory Rabassa, introduce qui il termine Yolyp, ovvero “una persona che ha due esseri fisici in uno”, una sorta di “doppelgänger interiore”, poiché tutte e tre le donne nel romanzo hanno una sorta di molteplicità dentro di loro.

Troviamo Anneliese Roos, la sua amante tedesca a Parigi, che viene inseguita da Abel per tutta l’Europa, di città in città; verrebbe da dire che sia un personaggio molto “cortázariano”, poiché si scopre nel testo che lei stessa è abitata dalle città che visita: «Innumerevoli, integre, ecco le città di Roos; che le si ergono sulle spalle, sulle ginocchia, sul viso».
C’è poi Cecília, l’amante androgina di Abel a Recife, donna e uomo nello stesso corpo, viene descritta così da Lins: «Cecília, maschio-femmina, forza e compassione, donatrice e beneficiaria». A fianco di Cecília troviamo due figure ambigue, le anziane Hermelinda e Hermenilda, indistinguibili fra loro («Gemelle? No. A pensarci bene non possiamo neppure affermare di esser state partorite e di esser nate»). A qualcuno potrebbero ricordare le gemelle Garmendia di Stella distante, ma Lins inserisce ciascun personaggio per uno scopo ben preciso. Come dicevamo prima, tutti i personaggi incarnano una metafora, un sentimento o un riferimento, magari tratto dall’epica. Nel caso delle due anziane, Lins le paragona alle Parche, le dee del destino, poiché causano l’incontro tra i due amanti, Cecília e Abel («Un filo guidato dall’ago son forse le vite? E la tua vita è forse un ago che cuce senza filo?»).

In questo continuo gioco di specchi, il personaggio più importante del romanzo è senza dubbio . No, non è un refuso. Lins usa un pittogramma (o un emoji, si direbbe adesso, ma Avalovara è del 1973!) per una donna senza nome, una Beatrice dantesca, come detto all’inizio, ma il cui nome non si può pronunciare. Non solo. Uno dei capitoli della storia di è intitolato “Nata e Rinata”. Non è un banale passaggio al trascendente da parte dell’autore, ma è il sunto del romanzo stesso. Per capire al meglio la sua figura, occorre un’ulteriore riferimento, ovvero il marito di , Olavo Haiano. Militare di professione, incarna il Male nel romanzo, l’Autorità e il conformismo, il potere opprimente nei confronti dell’amore, ma anche censore della lingua, della scrittura. Molti critici vedono infatti in questo personaggio una metafora della stagione del golpe in Brasile e la successiva dittatura militare. Ma per tornare a “Nata e Rinata”, possiamo affermare che è una donna che assume due significati: con Abel la storia d’amore non è solo carnale, ma anche mentale, e punto d’incontro con l’uccello Avalovara. La relazione con Haiano è invece pura soppressione, sia nell’identità che nel sesso.

«Olavo Hayano, appostato nella mia mente, ha l’aria di un intruso soprannaturale, che riunisce in sé il doppio significato di esca e di avvertenza. Dietro di lui si nasconde il mio destino, così come lui stesso si cela nell’opacità del suo nome. C’è un sì e un no, una scelta, incorporata nell’aura che lo avvolge».

I due protagonisti maschili, come due facce dello stesso processo letterario, si riflettono nella voce narrativa femminile. Di conseguenza, le immagini dell’amante e della moglie spiegano la doppia esistenza di questa donna il cui corpo diventa un’arena dove si confronta la sua immagine schiavizzata contro la sua immagine libera:

«Il compito di lui è quello di accerchiarmi, spezzarmi, demolire dentro di me ciò che vi è stato costruito, cercando di impormi il suo mondo, il suo modo. Un lungo combattimento. Allo stesso tempo non è previsto che qualcuno, di chiunque si tratti, mi obblighi o m’induca ad avventurarmi. Devo andarci da me, da me, con l’aria di non sapere che la catastrofe è certa e come se mi muovessero delle speranze. Io, uno scrigno leggiadro, e nel fondo una certezza ‒ l’ampolla di veleno».

Lo scontro finale sarà dunque, come la spirale, un ritorno alle origini, ovvero la lotta tra la ragione, misura dell’uomo, e l’immaginazione, che si eleva verso l’alto come un volo d’uccello.