Caro amico ti ascolto – Intervista a Lino Musella

Roberto Galofaro

Con Lino Musella – attore di cinema e tv, autore e regista teatrale oltreché interprete, Premio Ubu 2019 come miglior attore per The Night Writer – ho appuntamento dentro lo studio romano dove sta registrando il podcast Attendo tue, da lui ideato e curato, e prodotto da emons record. È la prima volta che metto piede in uno studio di registrazione, ma non appena entro in sala regia mi rendo conto che non è l’occasione adatta per curiosare in giro né per farmi un’idea chiara di come funzionino i microfoni da una parte e le spie sul monitor dall’altra. Siamo in quattro, tutti in mascherina, e gli spazi che dovrebbero essere comodi sembrano spaventosamente angusti, dovendo mantenere le distanze. Dentro la saletta, sotto una luce calda come un occhio di bue, Lino è seduto davanti al leggio, da solo: dovendo registrare, è l’unico che mostra il viso senza protezione. I protocolli di sicurezza impongono che io resti al di qua della porta a vetri, così ci salutiamo da lontano, la mia riconoscenza tutta consegnata allo sguardo.
Quella che state per leggere, quindi, è un’intervista realizzata in presenza ma in maniera del tutto particolare, perché mentre io parlavo in un piccolo microfono e vedevo Lino dall’inquadratura sghemba di una webcam, lui sentiva la mia voce senza corpo e rispondeva quasi alla cieca. Lo ringrazio in maniera speciale per essersi adattato a questo insolito esperimento.

Siamo qui per fare due chiacchiere su Attendo tue, un podcast i cui testi sono lettere, e già questo è abbastanza inedito, per di più tratte da epistolari diversi e messe in relazione creativamente tra loro. Un modo per far conversare, quindi, individui, epoche e sentimenti distanti eppure sorprendentemente vicini. Cominciamo da qui: com’è nata quest’idea?

È nata da un’attenzione e una passione che in fondo ho sempre avuto, ma che si è molto intensificata durante la nostra prima quarantena (non so più se questa che stiamo vivendo adesso sia la seconda o addirittura la terza). Trovo molto emozionante il fatto che la lettera sia una riflessione diretta da un io a un tu, che questa comunicazione sia così privata da diventare universale. E questa emozione, specialmente in un periodo storico di isolamento, mi è sembrata amplificata. Mi ero già interessato, per un lavoro teatrale [Tavola tavola, chiodo chiodo, n.d.r.], agli scritti politici e familiari di Edoardo De Filippo – in particolare avevo avuto a che fare con le lettere da lui indirizzate alle istituzioni – e più di recente mi è capitato di riprendere in mano alcune lettere di Rilke che già conoscevo. Ho parlato di questa mia passione con Flavia Gentili e Paolo Girella di Emons, e insieme abbiamo concordato che poteva essere interessante farne qualcosa.

Attendo tue

E per quanto riguarda la forma, invece, e i nomi da cui partire?

Inizialmente ci siamo chiesti che tipo di prodotto potesse essere, e abbiamo pensato a delle versioni più monografiche, per così dire. Prendiamo tutte le Lettere a un giovane poeta o, sempre di Rilke, le Lettere a una giovane signora e le Lettere su dio. Oppure esploriamo le lettere di Čechov all’attrice russa Ol’ga Knipper, che ho in un’edizione Einaudi vecchissima e da cui è stato tratto uno degli ultimi spettacoli di Peter Brook, bellissimo, Ta main dans la mienne. O ancora c’era un altro libro meraviglioso, L’amore è il cuore di tutte le cose, che raccoglie la corrispondenza tra Majakovski e Lili Brik. Alla fine però ci ha stuzzicato di più l’idea di creare una corrispondenza tra corrispondenze, di cercare all’interno di queste corrispondenze una corrispondenza. Così ci siamo divertiti, ci stiamo divertendo a creare un’associazione tra lettere esemplari, accoppiandole, in base a un principio di eco che non rispetta necessariamente gli originali mittenti e destinatari. Il titolo Attendo tue sta lì per questo: una volta scritta una lettera, ci si chiede a cosa corrisponderà questa proposta di riflessione o di augurio o di insegnamento o di fede, di coraggio, di morte. E poi ci siamo resi conto che già tra le prime sei c’è una corrispondenza trasversale. È davvero molto divertente, sta venendo fuori un progetto di cui siamo molto contenti.

Al cinema le lettere vengono solitamente sostituite dal voice over che le recita mentre scorrono immagini, ricordi, flashback. Lì la voce è quella dell’attore che ha interpretato il personaggio per tutto il film, tu invece ti ritrovi a leggere voci completamente differenti, nel breve spazio di una sola lettera. È stato una sfida attoriale complessa come sembra?

Devo dire che la cosa per me più sorprendente non è stata scoprire quanto le lettere fossero così diverse tra loro – cosa che avrebbe richiesto registri diversi – ma percepire un filo sottile che le legava tutte. Quindi è paradossalmente il contrario. È proprio la somiglianza che mi ha stupito. Sarebbe stato facile approcciarle con registri diversi, dicendo: ok, questo è san Paolo, un predicatore, e quello è Nicola Sacco, il simbolo di una grande ingiustizia. Invece ho potuto verificare che le loro due lettere in qualche modo si toccano, ho potuto sentire l’affinità che c’è tra i loro due mondi, così diversi.

Uno degli scambi in scaletta è reale, quello tra Simenon e Fellini. Lì assistiamo al crearsi di una confidenza nel modo peculiare della corrispondenza, in cui ci si racconta, ci si apre e allo stesso tempo si aspetta dall’altro un ascolto e un’apertura altrettanto profondi. Avete scartato invece le lettere di invenzione (penso a Le relazioni pericolose)? E, all’altro estremo della testimonianza di verità, avete considerato le Lettere dei condannati a morte della Resistenza?

Ci siamo resi conto che nel parlare di lettere si può parlare veramente di tutto. Perciò non abbiamo voluto escluderci la possibilità di utilizzare una corrispondenza vera. Simenon e Fellini, poi, sono due personaggi talmente forti di per sé, talmente irresistibili, che era impossibile non tirarli dentro. Tutte le corrispondenze politiche sono rientrate nel nostro database, che conta già, credo, una sessantina di lettere. Il fatto è che la lettera è di una disarmante semplicità: forse può suonare nostalgico, ma il tempo che una persona si prende per dedicarsi alla scrittura di una lettera non ha niente a che fare con quello che si dedica alle email o ad altri tipi di comunicazione a distanza. È veramente un’emozione speciale, che nella sua semplicità è insostituibile. E la cosa più intrigante è allora trovare questo A e B, questo botta e risposta, “Ti ho scritto una cosa” e “Attendo tue”. A questa lettera quale far corrispondere. Se questo è il gioco non è per nulla escluso che si possano tirare dentro anche delle corrispondenze letterarie, d’invenzione.

Nelle prime due lettere del podcast, quelle di Epicuro e Rilke, è come se chi parla si ponesse da un registro didattico, con le parole di un maestro. È qualcosa che poi mi sembra ritornare anche nell’epistola di san Paolo ai Corinti.

Le coppie di lettere si sono formate anche in relazione alla coppia precedente o alla successiva, cercando un equilibrio. Le prime sei che abbiamo registrato ci sembravano in qualche modo riuscire anche a presentare bene il progetto. Se dobbiamo cercare qualcosa in comune tra Epicuro, Rilke e la lettera ai Corinti di san Paolo, direi che questo qualcosa è: una febbre. Sono diversamente febbrili. Più che direzionate da un maestro a un allievo, le tre lettere sono innervate da una febbre, che poi in fondo è una fede: fede nel sentire per quanto riguarda Rilke, fede nella filosofia per quanto riguarda Epicuro, fede nella carità, nell’amore in quanto carità in San Paolo (che non è la carità dell’elemosina).

E c’è la fede nell’umanità nella lettera di Nicola Sacco, una vera e propria epistola civile, in cui vengono richiamati temi di fratellanza universale. L’anarchico giustiziato nel 1927 con Vanzetti, martire dell’ingiustizia, era già stato oggetto della tua attenzione, quando, nel 2009, insieme con Paolo Mazzarelli (per la compagnia Musella-Mazzarelli) avevi creato, diretto e interpretato Due cani ovvero la tragica farsa di Sacco e Vanzetti. Dev’esserti molto caro.

La sua figura mi è particolarmente cara, sì, così come anche quella di tutti i compagni anarchici che ho letto, studiato e frequentato. Mi è caro proprio quel tipo di punto di vista. E nello spettacolo che hai citato, oltre ad alcuni brani degli atti del processo, sul finale ho recitato proprio la lettera al figlio Dante. Nicola Sacco parla al figlio di fratellanza universale e di carità, gli dice di stare vicino agli oppressi e agli ultimi e gli dice anche: «la felicità dei giochi non devi tenerla tutta per te», in un invito a condividere con il prossimo persino la sua gioia personale. Prima di morire Sacco prova a fare spazio a qualcosa di profondo e non lo fa mettendo in piedi un discorso di semplice buon senso, lo fa perché pensa che sia l’unica cosa importante e l’ultima da poter dire al figlio. E io credo che scrivere in quella circostanza una cosa del genere si può fare solo se hai fede in quella possibilità lì, perché credi che quella sia l’unica salvezza, una salvezza non individuale ma universale.

Tu hai recitato i diari di Jan Fabre, nel suo spettacolo The Night Writer. Ora, a me sembra che tra lettera e diario ci sia una qualche affinità, perciò ti chiedo: ti è venuta qualche suggestione da quel tipo di scrittura intima, per quanto molto lirica e letteraria?

Da un po’ di tempo, soprattutto in teatro dove sono anche autore e non solo attore, mi interessa non solo la grande narrazione che procede per plot ma anche la non narrazione, quella che nasce da una scrittura di scena ed è fatta di frammenti. Ecco, mi interessano molto i frammenti, da ricostruire in scena. Prima ancora del lavoro di Jan Fabre (che è stato un lavoro di frammenti per me importantissimo) mi è capitato di fare un lavoro sui sonetti di Shakespeare: anche lì non c’è nessuna storia, nessun plot. Questo tipo di narrazione-non-narrazione mi interessa molto. Possono essere stralci lirici tenuti insieme in qualche modo, i diari che creano un autoritratto, come nel caso di Jan Fabre, o anche le lettere cucite insieme per uno spettacolo attraverso una scrittura di scena, o ancora nel caso di questo podcast la curiosità di scoprire quale lettera risponderà alla prima missiva. Potrebbe essere addirittura interattivo, a un certo punto potremmo anche lanciare la palla e aspettare che qualcuno suggerisca la risposta migliore a una data lettera.

Presentate all’ascoltatore al netto di tutto il lavoro di ricerca e selezione, restano solo le lettere giustapposte, con il loro contenuto, a dialogare tra loro. Proprio come in una corrispondenza naturale.

Esatto, In questo caso sono contenuti puri, ascolto puro, senza scritture di scena. E funziona bene così. Perché sono dedicate a qualcuno; siamo più disposti ad ascoltare le lettere proprio perché hanno un destinatario. Il diario, per esempio, è già più complicato. Se mi trovo ad ascoltare un diario è perché ti seguo da qualche tempo e voglio sapere dove stai andando a parare. L’aggancio è diverso. Invece basta un “Caro amico ti scrivo”, e mi sento già in dovere di ascoltarti. Questo è il mistero, la bellezza delle lettere.


L’illustratore della cover è Antonio Pronostico
Photo credits Joyce Hueting – © Emons Libri e Audiolibri