Il sentimento del contrario – Su Peanuts. Charlie Brown, Snoopy e il senso della vita

Alberto Pellegrini

Era un mondo adulto
Si sbagliava da professionisti
(P. Conte, Boogie, 1981)

 

La striscia disegnata da Charles Monroe Schulz dal 1950 al 2000, i Peanuts, accompagna la vita e le giornate di una miriade di gente e non è strano dunque che gli vengano dedicati dei libri di commento e di critica, anche per un largo pubblico, come Peanuts. Charlie Brown Snoopy e il senso della vita (La nave di Teseo).

A guardare i canali ufficiali in Italia, oggi, si nota che oltre alle edizioni da libreria fa ancora parte dell’offerta mensile di Linus e che, su internet, la striscia è ritradotta quotidianamente da Il Post. Ma limitarsi a questo sguardo sarebbe un errore ingenuo: le vignette e le strisce popolano le chat e i contenuti condivisi. Da una parte se ne può trarre un ragionamento propositivo, un po’ come quando si analizza la naturale permeabilità che esiste all’interno del mondo Marvel tra la periodicità del fumetto e quella delle serie: il formato-striscia nasce sulla carta stampata ma si adatta alla perfezione alla concisione della comunicazione contemporanea. Dall’altra se ne avverte l’anima pop, un’anima che, quantomeno per quanto riguarda il mercato americano, è stata autorizzata e fomentata dallo stesso autore a partire dagli anni Settanta.

È vero che il concetto di ‘prodotto popolare’ va preso con le pinze – i Peanuts da questa parte dell’oceano rimangono un riferimento medio-alto – tuttavia anche in Italia il mercato non è rimasto indifferente alla commercializzazione della striscia e, anche se i pupazzi dei personaggi non hanno popolato le nostre infanzie e i loro speciali televisivi non scandiscono allo stesso modo le festività (negli States l’episodio di Natale equivale al nostro Una poltrona per due), Charlie Brown & co. sono diventati delle maschere di cui è possibile appropriarsi, affibbiandogli frasi approssimative e sketch fasulli. Sfortunatamente la grafica di questo libro fa pensare proprio al mondo apocrifo appena accennato: in copertina vediamo Snoopy intento a scrivere, e cuccia macchina orecchie e sfondo sono colorati con un effetto pennarello veloce, divertente, infantile, un po’ pacchiano. La scusante? Imita fedelmente l’edizione americana. Lo stesso vale per il titolo, che ammicca e, nel farlo, presenta gli stessi difetti (…il senso della vita).

Chi cerca qualcosa di serio non si preoccupi: è uno di quei casi in cui l’abito non fa il monaco. Il libro raccoglie trentatré contributi e, anche se quelli illuminanti si contano sulle dita delle mani, raramentissimamente si pensa “ma questo che ci sta a fare?”, e l’insieme restituisce una simpatica e istruttiva sintesi di sentimenti, analisi e ricordi che dicono qualcosa tanto del fumetto quanto del pubblico e della sua evoluzione (qui, scorrendo lungo la pagina, si possono leggere i nomi degli autori). I diversi articoli (che poi sono anche poesie, fumetti, racconti) sono divisi in sezioni, e il percorso compiuto è chiaro e ordinato: nella prima metà, dopo alcune considerazioni panoramiche si passa all’analisi dei personaggi. Le attese non sono tradite e ognuno dei principali ha uno spazio dedicato, ed è divertente scoprire che gli psicanalisti si concentrino su Lucy o che frema un dibattito tra gli amanti di Charlie Brown (gli esperti, i fedeli alla purezza delle origini) e gli amanti di Snoopy (i faciloni, le vittime del consumismo).

La seconda metà comincia invece con due poesie, e lascia spazio a ricordi e impressioni personali, in cui i personaggi di Schulz si ritrovano sempre più sullo sfondo. Sono testi che testimoniano la pervasività culturale dei Peanuts, ma che soddisfano meno l’appassionato. Non si trascuri, però, che in questa sezione si trovano i contributi di Jonathan Franzen o Seth, per dirne due, e quindi nomi che in ogni caso suscitano interesse e sanno mantenere viva l’attenzione, e che si tratta d’altra parte di interventi che portano calore e aria di famiglia, che invitano il lettore a una reazione e che, nelle loro contraddizioni, mostrano come un’opera con un simile impatto culturale si presti a stati d’animo diversi.

Un’ osservazione editoriale: gli interventi sono ricchi di riferimenti, anche se a volte poco precisi. Più che l’assenza di note, tuttavia, l’aspetto che stupisce è che nel libro non sia presente neanche una vignetta striscia o tavola di Schulz. I motivi chiaramente devono esserci e devono essere sensati, ma fa una certa impressione.

Un’ osservazione editoriale: gli interventi sono ricchi di riferimenti, anche se a volte poco precisi. Più che l’assenza di note, tuttavia, l’aspetto che stupisce è che nel libro non sia presente neanche una vignetta striscia o tavola di Schulz. I motivi chiaramente devono esserci e devono essere sensati, ma fa una certa impressione.

In un programma del 1994 andato in onda sulla Rai, Pickwick, Alessandro Baricco proponeva come spunto della riflessione sulla lettura la sua connessione al viaggio in treno: da una parte, il libro rappresentava la possibilità di nascondersi e fuggire quella spaventosa velocità, una scusa per non guardare fuori dal finestrino; dall’altra, era un modo di occupare il tempo cercando di sfruttarlo come si deve, proprio per poi alzare lo sguardo e capire meglio quello che sta fuori dal finestrino. La dialettica è tradizionale, e tutto da sempre sta nell’equilibrio tra l’arte come fuga e come motore. Anche i Peanuts funzionano allo stesso modo. È infatti su questo rapporto che si gioca la doppia lettura della striscia, rifugio di bambini ed eterni bambini (Shapiro, Glass, Ware) ma anche divertimento colto.

È ormai accettato infatti che i Peanuts indaghino la condizione umana – d’altra parte quale opera non ci prova. Ma in che modo lo fa? Narrativamente, declinando questa condizione in un personaggio e in una situazione di volta in volta diversi, così da mostrarne le segrete corrispondenze, al di là della scorza. A livello formale, proponendola attraverso un’inquadratura teatrale e fissa, con sullo sfondo una scenografia minima (Rudick): Schulz vuole esprimere sentimenti precisi (espressi con “devastante espressività”, come scrive Bruce Handy), e così elimina il superfluo e lascia campo aperto al pennino fino e attento.

La prima lettura, più immediata e rassicurante, è quella di una barzelletta e di una freddura: se sono dei bambini a viverlo o pronunciarlo qualsiasi discorso serio è alleggerito e diventa cosa da niente (poco più che noccioline e ossi di seppia). Ma come ogni opera umoristica che si rispetti i Peanuts portano in loro il germe della riflessione: la compassione, la pietà, l’ammirazione. Questi bambini sono una moltitudine whitmaniana che di volta in volta ragiona sulle relazioni, e lo fa chiacchierando. C’è però un filo conduttore, dietro questa palestra emotiva (quotidiana) che non ha niente dell’autocompiacimento à la Fleabag, ma è più vicino a una confessione agostiniana. Quale? Il desiderio inappagato. La striscia di Schulz è un castello di Atlante, la prigione narrativa costruita da chiunque voglia raccontare all’infinito e far rincorrere ai propri personaggi qualcosa che è destinato a sfuggirgli: tutti desiderano essere ciò che non sono (Gopnik), tutti inseguono o aspettano, ma inutilmente.

Per fortuna, nonostante tutto, siamo dalle parti di Camus: la ginnastica emotiva ha valore perché questi piccoli sisifi, con la scusa del the show must go on e delle storie che devono accumularsi, non si arrendono mai. Niente dimostra che valga la pena insistere: Charlie Brown non calcerà quel pallone, Lucy non conquisterà mai il cuore di Schroeder, Linus non vedrà mai apparire il Grande Cocomero e neanche Snoopy nelle proprie storie inventate riuscirà a fingersi vincente. Ma non rinunciano: l’ottimismo della volontà in loro trionfa, sempre.

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Si ringrazia la casa editrice La nave di Teseo per la gentile concessione dell’illustrazione in alto (Illustrazioni di Charles M. Schulz – Design e colorazione di Chip Kidd).