Una cosa semplice – Parte 3 di 3

David Valentini

Uno spostamento impercettibile

 

Stiamo fantasticando sui nomi – Marzia Proietti, Lucrezia Proietti, quale ti piace di più? – come se questo nuovo giorno appena iniziato portasse con sé la nostra rinascita. Poi lo stridio acutissimo, quella specie di tuono metallico, le macchine che inchiodano tutto intorno a noi.
La mia prima reazione è affondare il piede sul freno, sopprimere una bestemmia e portare la mano alla mia destra, perché se c’è una cosa che ho imparato oggi è che la donna che ho accanto merita un uomo che sappia proteggerla. Non più un ragazzino. E poi, là dentro, sotto la mia mano, sta crescendo nostro figlio.
Stai bene? le chiedo.
Io sì, risponde.
Ma che cazzo è stato?
Un incidente, dice. Dietro di noi.

Quando scendiamo l’aria umida puzza di benzina, gomme e freni bruciati. C’è già un capannello di macchine con le quattro frecce intorno al groviglio di lamiere. Anche il tram che taglia la strada è fermo: il conducente è al telefono, i passeggeri farfugliano fra loro. Qualcuno si avvicina col cellulare, magari sperano di trovare qualcosa di interessante da riprendere: corpi martoriati, un braccio staccato dal resto o qualcosa del genere. È la prima volta che vedo un incidente stradale. Cioè, che lo vedo succedere. Il rumore, il metallo, il sangue.
Anna è scattata in avanti. Nonostante tutto, nel vedere i suoi ricci infiammati dalle luci intermittenti dei semafori, sono contento di poter pensare che siamo ancora qui, io e lei. È una cazzata, me lo dico da solo, una considerazione idiota che dovrei tenere lontana da questo momento, ma ero sicuro di averla persa per sempre. Che non l’avrei rivista mai più.
Mi chiama, mi dice di muovermi, che forse c’è scappato il morto. Muovo un piede, poi l’altro. Un tizio sta urlando che non è colpa sua, che quello è passato col rosso, lo giura su Dio. Qualcuno gli dice di calmarsi, qualcun altro gli passa dei fazzoletti per tamponarsi il sangue sulla camicia. Sarà la stanchezza, sarà questa giornata interminabile, ma non ho proprio voglia di infilarmi in altre situazioni. Voglio tornare a casa, addormentarmi con la mia fidanzata, lasciarmi dietro tutto. Posso chiamarla ancora così – la mia fidanzata – e questa cosa semplice mi pare tutto ciò che conta.
A terra, il corpo è coperto dalla figura esile di Anna. Gliel’ho promesso prima, quando ancora era giorno e stavamo seduti a quel bar davanti alla metro Pigneto, che avrei fatto di tutto per farmi perdonare. Le regalerò un anello nuovo perché l’altro, quello che ha gettato nel tombino, è il simbolo di una relazione precedente, qualcosa di vecchio. Sarò l’uomo perfetto: quello che lei ha sempre sognato. Quello che merita. Non più il ragazzino che ha conosciuto, ma il padre di suo figlio.

Mi inginocchio per darle un bacio sulla spalla e vedo Stefano. Se ne sta steso là, distorto, accartocciato. Pare un pomodoro esploso.
Andiamo, balbetto.
Anna si gira. È bianca in faccia. Ma sei serio?
Hanno già chiamato l’ambulanza. Siamo inutili qui, torniamocene a casa.
Ma non è il tuo amico questo?
No. Cioè sì.
Lo conosci o no?
Sì, però non siamo amici.
Non ti capisco, fa lei. Ma che ti prende?

Mi copro la faccia con entrambe le mani. Forse resta incosciente. Magari è già morto.
Invece Stefano si sveglia. Sarà la pioggerella, sarà tutto il bordello che stanno facendo qui intorno, o magari le mani di Anna hanno poteri lenitivi: ha il braccio – quello con cui mi ha colpito solo qualche ora fa – torto in una posizione innaturale, un occhio tumefatto e sputa pezzi di denti, però è vivo.
E mi guarda, con quell’unico occhio aperto. Guarda me, poi lei. Sembra perplesso. Incredulo, forse. Gli chiedono se sta bene, uno dice che l’ambulanza sta arrivando. Mi pare di sentire già le sirene, ma forse è solo la speranza che tutto questo finisca presto.
Stefano mi fissa. Sposta l’occhio su Anna. Sembra metterla a fuoco solo ora.
Laura? sussurra. Poi sviene.
Anna si volta a guardarmi, confusa. Sto per dire qualcosa, le parole mi scivolano sui denti ma ci pensa l’ambulanza – stavolta le sirene sono vere – a congelare l’attimo, e a questo punto è tutto un gridare, uno sferragliare di rotelle sull’asfalto, un chiedere cose. Stefano è talmente grosso che devono farsi dare una mano da uno dei passanti per caricarlo su. Resto impalato qui, a guardare quel braccio che penzola malamente prima di venire bloccato con un legaccio alla barella. Mi fisso sulle luci blu dell’ambulanza, che si gettano sui palazzi intorno, da cui la gente sta affacciata a commentare e indicare.
Poi è il tempo della municipale, del carro attrezzi, di un tram che si accoda al primo. Guardo l’ora: è mezzanotte passata ma c’è il mondo qua fuori. Ovunque c’è gente che brulica, comitive di ragazzini sballati, venditori di ombrelli. Questo incrocio è il centro dell’universo. Alla mia destra, Anna mi fissa. Ha la mano sul ventre e un sentimento negli occhi che non è disprezzo né fastidio ma qualcosa di indecifrabile. Solo un’ora fa, dopo quella discussione infinita e tutte le nostre urla, lì dentro c’erano tristezza, gioia, speranza, orrore. Me ne stavo con lo zigomo livido a tenerle la mano, a farle promesse, a dirle che l’amavo. Lei mi scattava delle foto. Sono brutto, le dicevo, e poi almeno facciamocela insieme. Voglio ricordarti così, mi rispondeva. Ingenuo, pentito e innamorato. Era così che doveva finire questa serata, a progettare il nostro futuro, non con Anna che si allontana da me per spiegare alla polizia cos’è successo. Vorrei fare qualcosa, rendermi utile. Invece sto qua, immobile, una specie di comparsa finita sul set sbagliato.
A un certo punto il poliziotto dice che non c’è più niente da vedere. Mi avvicino a lei, provo a toccarla. La sento ritrarsi di scatto.
Che c’è? le chiedo.
Sei serio?
Guardo la Punto blu, accostata ancora con le quattro frecce. Andiamo, dico muovendo un passo verso la macchina. Non diamo altro stress al bambino.
Non ci provare. Non provare a usare questa scusa.
Che scusa, voglio solo andare a casa.
Ma infatti sai che è da un po’ che me lo chiedevo, dice lei.
Che cosa?
Perché mi hai chiesto di rivederci qui, visto che abitiamo dall’altra parte di Roma.
Ero già in zona, avevo bisogno di bere.
Lei abita qui, vero?
Chi?
Anna, lo sportello già aperto, si blocca. Sei un bugiardo.
Faccio il giro della macchina, provo a prenderle la mano ma si scansa di nuovo. Guarda che non è successo niente, dico. Poi correggo: Nient’altro.
Però vi siete visti.
No.
Marco, dice in un lamento.
Sì. Però era solo per chiarire. Per dirle addio. Non guardarmi così.
Hai pure fatto a botte per lei.
Sto per dirle che non è vero, che non c’entra niente questo livido che ho in faccia, invece me ne resto zitto. Lei guarda verso l’incrocio ormai quasi sgombro, guarda me, scuote la testa. Dille qualcosa, testa di cazzo. Dille qualcosa, riprenditela! Ehi, bisbiglio.
Portami a casa.
Amore…
Marco, portami a casa.
Rientro e metto in moto. La macchina fa un sobbalzo, si spegne. Tolgo la prima, riavvio. Metto la freccia a sinistra, a destra, poi ricordo di togliere le quattro frecce. Vado piano, in silenzio, guardando tre volte da ogni lato. Questo incrocio mi ha sempre spaventato: la Prenestina, una consolare trafficatissima, e via di Portonaccio, con quel muro orrendo pieno di incisioni, di ex voto a forma di cuore, madonnine e tutte quelle scritte Per grazia ricevuta. Quando ero piccolo e passavo qua davanti con i miei non sapevo che erano i ringraziamenti di gente guarita dal cancro o salvata da qualche catastrofe. Nessuno ha salvato questo nostro amore. A nessuno posso rendere grazie.
Poi Anna parla, e sono costretto a chiederle di ripetere.
Portami da lei, dice.
Da chi?
Alza un sopracciglio.
Stai scherzando?
Secondo te?
Ma perché?
Voglio vederla.
Perché?
Per capire che persona è la stronza che si scopa il padre di mio figlio, che lo porta addirittura a fare a botte per lei. Dev’essere una tipa eccezionale.
Anna, non ho fatto a botte per…
Portami da lei.
Così, con lentezza, percorro la strada dritta. Passo davanti a benzinai self service, negozi chiusi, palazzi neri con poche finestre illuminate. Poi parcheggio. In testa ho un blocco di cemento. Non capisco che senso può avere tutto questo. E non ho idea di come potrà finire questa storia. Mi sembra di non sapere nulla, di aver perso qualsiasi controllo sulle mie scelte, sulla mia vita. Sei sicura? le chiedo. Mi ritrovo a parlare col sedile vuoto: è già scesa.
Esco con le mani nelle tasche, la testa bassa, la camminata lenta. In giro non c’è nessuno a parte qualche ubriacone con la sua bella bottiglia. In lontananza, oltre l’incrocio, le luci di un Mc Donald’s incendiano la notte. Cammino ma non sono qui. Sono a casa, con mamma e papà, a spiegargli perché io e Anna ci siamo lasciati dopo cinque anni. A raccontargli come ho mandato tutto a puttane per nulla, e come dopo aver recuperato giurando e spergiurando sono stato in grado di fare un altro casino. L’ho persa due volte in un solo giorno.
Ma perché dobbiamo fare tutto questo? le chiedo. Che bisogno c’è di umiliarci così? Non possiamo ricominciare?
Ancora una volta sto parlando a vuoto. Lei non è al mio fianco.
È rimasta indietro e sta guardando in alto, verso i balconi pieni di armadi, piante, tavolini anneriti dal fumo.
Alzo lo sguardo anche io.
Alla finestra, al terzo piano, Laura e Michele stanno affacciati. I loro sguardi si perdono nel vuoto, come se anche loro non fossero qui. Sembrano distaccati come statue dimenticate. Il baluginio rossastro avvampa appena quando lei porta la sigaretta fra le labbra di lui, che aspira con avidità. Si guardano come io e Anna ci guardavamo fino a qualche giorno fa. Ed è uno spostamento impercettibile, il bacio che Michele piazza sul collo della sorella. Mentre le palpebre di Laura si socchiudono nell’estasi più dolce, torno a guardare Anna. La vedo alzare il telefono, sorridere e scattare una foto.
Poi si gira verso di me, e ogni cosa che so sull’amore sembra sparire per sempre.

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↔ In alto: foto 1 Nikola Jovanovic, foto 2 David Watkis, foto 3 Gage Walker / Unsplash.