Tutte bocche di una sola voce: i romanzi di Andrea Esposito

Eleonora Daniel

Quando parla al vecchio che gli sta di fronte, dall’altra parte del fuoco, Giovanni ha poco più di vent’anni e potrebbe essere uno degli ultimi uomini rimasti al mondo. Voragine è quasi finito, il suo protagonista vorrebbe inchiodare la lingua al palato e invece continua a parlare, meglio sarebbe dire raccontare e ancora meglio ripetere, e ripetendo «racconta di una ferocia che è organismo e linguaggio». È una definizione che scalza il confine tra intento programmatico e mise en abyme, e che inquadra, accomunandoli, i romanzi di Andrea Esposito. Con Voragine (il Saggiatore) Esposito si è presentato per la prima volta ai lettori nel 2018; qualche mese fa, il 18 febbraio 2021, è uscito il suo secondo libro, Dominio, ancora edito per il Saggiatore. Sono due tra i romanzi italiani più sorprendenti degli ultimi anni, per cura e potenza, ed entrambi raccontano di ferocia, organismi e linguaggi.

La devastazione e la violenza

Entrambi i testi sono ambientati in due microcosmi ai margini della città. In Voragine, le coordinate che individuano la casa in cui Giovanni vive con il padre e il fratello sono uno sfascio, un acquedotto e dei binari. Il solo elemento che potrebbe assomigliare a un luogo pubblico è in realtà un luogo non-privato, un bar destituito della sua componente quotidiana e sociale: è «la casa dove la gente beve», e dove può bere purché resti in silenzio. In un primo momento la desolazione dello scenario sembra dovuta alla distanza dalla città – e il trascinarsi di Giovanni ha a che fare con lo squallore dei reietti biblici di Suttree –, ma la seconda parte della storia scarta questa ipotesi: sempre più uomini sono spariti e i superstiti hanno dovuto fare i conti con la devastazione e la violenza. Giovanni passa così dalla carriola con cui recuperava tubi di ferro e pezzi di lamiera per le sculture del padre al carrello con cui cerca di trascinare provviste – e il salto è da Suttree a La strada: il mondo degli edifici è un mondo disintegrato e apocalittico, dove morti e macerie si contendono lo spazio rimasto.

Simile, per certi versi, è il progressivo distaccarsi dalla città di Dominio. Il romanzo si apre in un avamposto-relitto: «Il palazzo non è la città eppure è ancora la città dove è il palazzo». Un’esattrice muore nei box dell’edificio mentre cerca di impedire che Cane, debitore, scappi. Da qui ha inizio la fuga dell’uomo: nel diluvio si incastra tra i rovi, guada fiumi, si inerpica e scivola nel fango, con la stessa cieca esigenza di moto che in Una questione privata spinge Milton a rovesciarsi e tossire senza mai smettere di sommare un passo al successivo. Se il protagonista di Fenoglio è però spinto dalla necessità di sapere e per questo rischia la vita, Cane è in pericolo e continuamente lotta contro il non-senso delle storie che gli vengono raccontate; da un lato un’indagine febbrile, dall’altro una fuga che non è ancora una resa. 

Mentre scappa dall’inquietante Serse, dai due scagnozzi Alba e Mulatto e da Catia, quindicenne orfana dell’esattrice, Cane incrocia un’umanità sempre più misteriosa e rarefatta: si intrufola a una festa di matrimonio in una centrale idroelettrica, cerca rifugio in un campo rom, riesce a riposare nella casa sperduta di un anguillaro. Con la stessa coerente opacità è a volte accolto e altre picchiato.

I due mondi descritti sono dominati dalla violenza, sia essa subdola e mitologica o esplicita e quotidiana. Significativi, in tal senso, risultano gli incipit dei romanzi: Dominio inizia con traffici, debiti e sangue; Giovanni fa la sua comparsa in Voragine a 11 anni e con un braccio bendato: è stato morso dal cane che ora deve uccidere a bastonate.

Esposito elabora l’apertura al mondo come continuo e spietato confronto con il disastro. Tutti i personaggi sono soli: tutti si guardano si ignorano si dimenticano allo stesso modo; tutti non capiscono. Tra di essi, la figlia dell’esattrice è la più sola. Costretta a seguire la caccia insensata di Serse «per vedere», Catia è un’ombra, e la sua presenza è talmente superflua da non costituire neanche un ostacolo per chi la circonda. Esegue alla lettera il compito che le è stato affidato: vede, osserva, scruta – riesce persino a riconoscere in Serse il vecchio e non il mastino. Eppure il suo rientro a casa non segna una vittoria, né collettiva né personale: Cane giace scomposto sul fondo di un burrone e non dovrebbe – c’è stato un malinteso, le cose andavano fatte diversamente; lei è costretta a rimettersi in viaggio perché, in sua assenza, è stato scoperto che la madre rubava parte dei soldi che era incaricata di recuperare. A Catia vedere non è servito a nulla.

Allo stesso modo è ingrato il percorso di Giovanni. La ferocia con cui fa i conti si sposta dal piano famigliare (il padre aggressivo e violento) a quello universale (l’apocalisse che lo circonda); i suoi passi sono guidati da un misterioso «io» che compare con frequenza sempre maggiore, cogliendolo alla sprovvista, animandolo, spaesandolo. Giovanni sospetta prima del padre, poi del fratello, morti entrambi. Ma la voce in realtà non è nulla; è solo voce:

«E crede che io sia suo fratello e crede che io esista e crede che io possa riposare. Ma io non posso riposare perché non sono nessuno […]. Non sono niente se non la voce che deve dire queste parole. Soltanto la voce che deve dire queste parole perché esistano queste parole».

Organismo: un corpo è un nome è un’azione

Nessuno dei personaggi di Voragine, né dei personaggi di Dominio, è padrone della (sua) storia; ciascuno è lasciato indietro dall’evolversi delle cose, ed è egli stesso cosa tra le cose. «Tutto è parte dello stesso dominio dove nessuno ha potere»: l’uomo, nelle pagine di Andrea Esposito, è un grumo di non-senso, è inappartenenza scomposta e disarticolata. E la vita e il corpo, il continuo «ripetersi senza sbocciare», acquistano forse il loro unico senso nel non-senso della decomposizione:

«Sembra quella la verità più vera e sembra quello il destino del corpo e sembra che prima la vita era una cosa che gli era capitata, ma che invece la verità è adesso che il corpo prosegue senza senso e senza storia, e adesso che è uno scarto e non finisce mai mentre si dissolve e non smette mai di dilagare e di continuare senza durare e di farsi abitare e attraversare e circondare senza opporre resistenza e senza opporre niente».

In entrambe le opere l’identità umana è affidata al ricalcare ossessivo di un circolo vizioso: siamo quello che facciamo, facciamo quello che dobbiamo fare e quello che facciamo ci dà nome. «Devi fare quello che devi fare», «uno fa quello che deve fare e alla fine non ha nemmeno scelto veramente»: sono dichiarazioni ricorrenti in Dominio, e sono allo stesso tempo un tentativo di rovesciamento in attivo dell’impotenza e l’ammissione rassegnata che esistere è sempre atto imposto ed estraneo – perché «tutto vuol dire altro. Tutto sempre vuol dire altro e senza di te tutto si trasforma».

Le scelte che riguardano la nominazione dei personaggi si inseriscono in questo meccanismo e ne rappresentano uno dei segnali più tangibili. Pochissimi i nomi propri; in Voragine è il ruolo/rapporto di parentela a definire (il padre è «il padre», il fratello è «il fratello»), in Dominio la definizione è lasciata ai soprannomi: Cane diventerà Omar solo dopo essere scomparso dalla scena, mentre Serse, in una lunga parentesi filologica, ricostruisce il modo in cui il suo nome è germogliato da Secco a Serse in circa trenta passaggi.

Archetipizzare è un procedimento tipico della narrazione di Esposito: il nome è metafora dell’esistenza come posizione (Voragine) e azione (Dominio). Per quanto anche Voragine sia fondato su peregrinazioni e riposi, è in Dominio che la trama si fa moto continuo, complice anche la durata complessiva del tempo della storia (di oltre 10 anni nel testo d’esordio, di qualche giorno nel secondo). Dominio è, in fondo, il racconto di un inseguimento e il racconto dell’inseguimento – non la somma di un inseguito e di un inseguitore, ma la loro intersezione.

Gli unici a svicolarsi con costanza da questo sistema sono, ancora una volta, Catia e Giovanni, i due infanti rotti, che non potendo rivendicare la loro innocenza distrutta rivendicano il loro nome proprio – poche le altre eccezioni. Giovanni è protagonista assoluto di Voragine, ma lo stesso non si può dire di Catia. Eppure, per quanto possa non sembrare corretto definire Catia la protagonista di Dominio, farlo non appare neanche del tutto sbagliato. Perché Catia ha un nome. Perché il suo avere un nome ed essere sempre presente come punto di vista limpido (Catia, si è visto, «deve vedere») fa di lei non il mondo, ma l’isolata a confronto con esso.

Tutte bocche di una sola voce: il linguaggio

Lo stile di Andrea Esposito è caratterizzato da un periodare ricco di anafore, ripetizioni, polisindeti. Ma questa ferocia linguistica à la Kristoff, fratta violenta allitterante, sa aprirsi sinuosa alla metrica – basti citare un paragrafo incorniciato da due (tre se si conta il penultimo) endecasillabi:

«Scolorano intanto le cose intorno. Le cose intorno si sovrappongono. Dov’è il faro c’è la notte. Gli alberi e la feritoia. Non devi chiudere gli occhi per vedere e non vedere. E le voci intorno dicono il falso. E quello che vedi è soltanto il falso».

I personaggi di Voragine e Dominio devono portare sulle spalle il peso di una voce tanto forte da essere onnipervasiva, resistendo al rischio di vedere la propria appiattita e allo stesso tempo elevandosi tanto da giustificare l’unico sguardo possibile nella narrazione, quello sub specie aeternitatis. Chi compare tra le pagine non dice (non crea la parola), ma racconta (la riporta): ha la stessa voce di tutti, perché ne esiste una sola. 

A spezzare questa monotonia – da intendersi nel senso più letterale del termine – interviene, in entrambi i testi, la scelta di introdurre senza preavviso un narratore in una persona diversa dalla terza: in Voragine una prima singolare, in Dominio una seconda singolare, che diventa a tratti seconda plurale. La frattura introdotta è sorprendente nel romanzo d’esordio e più pacata nel secondo, anche a causa del diverso scalino su cui Giovanni e Cane sono collocati. Quando Giovanni parla, è la voce che parla attraverso di lui; quando è Cane, invece, a parlare, la sua voce non sembra ergersi sopra le altre, ma si fa piuttosto ripetizione riassunto espansione di quanto già apparso in bocca ad altri.

«Un uomo è da solo e deve raccontare una storia a qualcuno»: se c’è un imperativo tra le pagine di Esposito è la necessità di narrare – il racconto è persino la botola tramite cui Voragine entra in Dominio: «Sognavo questi che avevano gli occhi cuciti e le labbra cucite». La pedanteria matematica del conto delle occorrenze prova questa esigenza sul piano lessicale: parole quali raccontare (nelle sue diverse diramazioni etimologiche e coniugazioni verbali) e storia/storie si ripetono con insistenza.1 Per giustificare lo sforzo e appagare la curiosità dei pochi feticisti: raccontare/racconto si ripete 35 volte in Voragine e 42 in Dominio; storia/storie appare 33 volte in Voragine e 31 in Dominio A conferma di quanto detto poco sopra, i personaggi di Esposito sono a tutti gli effetti strumenti della storia/voce che li sovrasta e li circonda e li sommerge; sono le sue mille bocche. 

Le storie che raccontano assomigliano a miti e parabole. Durante la fuga, Cane arriva a una centrale idroelettrica e finisce tra gli avanzi di un matrimonio. Gli sposi sono già andati via, gli invitati sono rimasti a ballare e bivaccare, e, più o meno a turno, iniziano a raccontare – in poco più di dieci pagine si alternano poco meno di dieci racconti. Uno suona così: giocando nel bosco nove bambini incontrano una volpe bianca che li minaccia di mangiarli:

«I bambini piangono e strillano. Allora mangerò uno solo di voi, dice. Sceglietelo voi e io mi accontenterò. I bambini dicono di no e piangono e pregano ma la volpe ormai ha deciso. Allora cominciano a discutere. E scelgono la bambina più piccola e più debole. La volpe dice: È magra ma mi accontenterò. La bambina piange mentre la volpe la inghiotte senza morderla. Parte dai piedi e risale per il corpo. Ma prima che inghiotta anche la testa la bambina maledice i suoi compagni. Potete andare, dice la volpe agli altri. E i bambini tornano al villaggio e non dicono niente ai genitori. Ma la sera non riescono a mangiare. Mettono il cibo in bocca e subito lo vomitano. E non mangiano per giorni e alla fine uno racconta ai genitori dell’incontro con la volpe. E ora tutti sanno della volpe e i genitori chiudono i bambini nelle case e vanno nel bosco con le fiaccole e i fucili. Trovano la volpe stesa su una roccia a riposarsi. È troppo sazia per muoversi e i genitori la prendono e la portano in piazza. Le urlano contro e poi la bruciano. Quando è morta guardano il cadavere e nella pancia trovano nove corpicini divorati e carbonizzati. A casa i bambini non ci sono più».

Poco dopo anche il segugio Serse e il suo seguito arrivano alla festa, dove forse non si è mai smesso, nel frattempo, di macinare storie. Il gruppo non ascolta, ma il racconto non cessa:

«[Due amanti] Sono stati maledetti dalle loro famiglie, racconta agli altri seduti intorno che non la ascoltano. Se uno dei due bacia l’altro la parte baciata scompare. Dopo un inverno senza baci una notte l’uomo si ubriaca e la bacia. Le bacia tutto il corpo e lei per il piacere non dice nulla e non lo fa fermare, racconta alla bambina che già dorme. E quando l’ha baciata dappertutto resta solo acqua appena tiepida. L’amante che resta beve con le mani a coppa, racconta agli altri che non la ascoltano».

La stessa storia sgorgherà a fine libro, più vasta, commovente e sontuosa, dalla gola di Cane, che nel suo viaggio tutto raccoglie e tutto ripete e sempre lancia nel vuoto la sua richiesta di spiegazione: «E questa storia che vuol dire». Ogni volta che in Dominio appare la parola senso, questa appare al negativo, come sottrazione e mancanza. Tutto è «senza senso», «non ha senso», «non significa nulla», «non vuol dire niente». È un’insensatezza che non solo domina le microstorie, ma che fagocita la macrostoria: Cane è morto e Serse muore mentre tenta di andare a recuperarlo. Tutto è stato un errore, tutto non è servito a nulla – è un destino simile a quello di Coll Coyle e John Faller in Cielo rosso al mattino.

La necessità di raccontare (e la condanna a non comprendere il racconto) è tema dominante nelle due opere. Dominio, tuttavia, esaspera questa caratteristica aprendo un secondo piano: quello del sogno.2 Già che ci siamo: la parola sogno compare 75 volte in Dominio, contro le 11 di Voragine. L’indecifrabilità si fa qui ancor più inquietante: non solo parla direttamente ai sognatori, ma li accomuna. Cane e Serse diventano prima un «tu» e poi un «voi», inseguito e inseguitore coincidono: entrambi hanno iniziato a morire nel momento in cui hanno iniziato a sognare lo stesso sogno.

Né il sogno né la parola dipendono da noi: siamo corde vocali e palpebre in prestito. «Noi parliamo per non essere inghiottiti dal buio. Poi tacciamo e aspettiamo il buio». È forse tra i passi più citati di Voragine, ma «tutto sempre vuol dire altro» (è sicuramente tra i passi più citati di Dominio): nell’attesa del buio sarà un altro a parlare, perché il silenzio è eterno e non coincide, e anche la parola è eterna e non coincide. E tutte le voci si sovrastano e si raccontano storie micidiali e inspiegabili e anche quando non ci saranno più bocche resterà la voce. Entrambi i romanzi si chiudono con una scia di luce. Altro che buio.

Note[+]