L’Ofelia contro il kraken

Claudio Conti

«I saliscendi sono più ripidi. La sinusoidale delle onde è cresciuta a tal punto che il respiro legnoso dell’Ofelia, con la prua dritta alla mareggiata, è tale e quale a un lamento». Lo osserva. «È così che è cominciata».
«Dai ma’. Tu neanche c’eri». Demi ha un’espressione scocciata. «Il babbo è affogato», le dice severo.
«Non rimproverarmi». Lei lo guarda e gli sorride con gli occhi, «forse le creature lo hanno preso, chissà, tu puoi dirlo?».
«Io sì, ero lì con lui».
La madre gli aggiusta le coperte, gli tira di lato un ciuffo di capelli che lui scompiglia di nuovo, di proposito.
«Ti vedo», continua lei, «sei piegato sopra alla battagliola come uno straccio appeso alla tormenta: bianco in volto, occhi pesti, la nausea che ti muove lo stomaco al pari del fortunale che monta il mare. Ti senti di morire».
«Ero convinto, di morire, se è per questo». La scruta cercando di decifrarla. «Perché fai così, eh, ma’? A che serve, eh? Non ho mica cinque anni. Le creature. Ma quali creature».
«Tu hai paura», lo ignora lei, «serri le mani sulla draglia d’acciaio per non finire fuoribordo, oltre il parapetto. Spalanchi la bocca e mordi il vento, hai fame d’aria. Dal poppiero del timone, sopra di te, il babbo ti urla addosso ma il nostro Demi», lo indica, «preso di traverso dalla bora, dalla pioggia e dagli schiaffi del mare sullo scafo, non capisce nulla di quello che il babbo tenta di dirgli. Giri il collo verso di lui, lo vedi sbraitare e ti pare come quei muti che abbaiano all’aria. Tenti di rispondergli, di fargli capire che no, fai cenno di no con la testa, che non senti nulla. “Non sento, babbo”».
«Il panico ti sale da dentro e si incastra qui, come un bolo nella gola; non respiri, non deglutisci. Di nuovo: la barca s’inclina con la prua a fendere l’aria, riecco quella vibrazione, lo stridere del legno che sale dalla carena, che emerge dalle acque e si ramifica lungo il fasciame su per la fiancata intera. “Ora si spezza”, pensi mentre s’impenna fino a piegarti le ginocchia. E di nuovo daccapo».
«Sei disperato, alzi lo sguardo in cerca di qualcosa in cui sperare, a cui consegnarti. “Dammi un chiarore, uno squarcio sereno cui affidare la mia paura”. Vedi un fulmine, il petto rosso d’una fregata che tenta di risalire oltre la tormenta, nient’altro oltre quel muro di pioggia. La nebbia e la spuma formano un’indistinta murata che sposa cielo e abissi, un mare verticale poggiato sopra a quello orizzontale, una dimensione d’acqua inclinata che incombe sopra di voi».
«Quasi vero», le fa Demi.
«Magari le creature lo hanno salvato, invece», gli dice la madre dopo una breve pausa, «o magari hanno salvato te».
«A me», le fa lui serio, «m’ha salvato il babbo».
La madre lo osserva con dolcezza. «Sei solo un ragazzino», gli fa, «cosa ne sai delle creature del mare tu? Cosa ne sai del misterioso kraken?».
«Del misterioso cosa?».
«Sei lì e il mare sembra l’immensa fumarola d’un vulcano. Gli schizzi di schiuma spiralano contro lo scafo lanciando il loro assedio alla barca, coi flutti delle onde spezzate dal legno che schizzano per l’aria, come scintille che vampeggiano. Ecco il tanfo del pescato che nella rete scivola sul ponte, molle e viscido. Ecco il mare, che col rimestarsi agitato sale dabbasso col puzzo salmastro. Ecco la nausea. Un conato. Urli e vomiti dentro al mare, vomiti sforzi e acidi gastrici, penzolante, con le dita rosse di sangue, sempre più strette sul parapetto, coi denti a digrignare promesse. “Dio, speriamo che il babbo la sappia tutta”, pensi, “e che tutto tenga”».
«- Non lasciarti! -, ti urla il babbo da sopra il balcone di poppa, con tutta la forza che ha: – Guarda l’orizzonte e ti sentirai meglio. Demi, ehi, ehi! -, mima il gesto di aggrapparsi, – tieniti forte, non mollare mai, mai, la presa. Per nessuna ragione. Hai capito? -».
«“Deve andare dentro”, pensa mentre impotente ti osserva, “deve andare sotto, in coperta, al sicuro”. Davanti a voi onde sempre più alte. “Come ho potuto trascinarlo in questa cosa?”, si chiede mentre pensa al da farsi. “Di battere a poppa ormai non se ne parla. Chiederò di nuovo soccorso, comunicherò il punto nave, metterò il motore al minimo, la prua a mare e amen. Questa è l’ultima”, pensa, “al Demi non ce lo porto più, basta, Cristo degli abissi te lo prometto che non ce lo porto più”».
«Io odiavo la pesca», le dice Demi, quasi con vergogna.
La madre gli sorride. «Sai che mi diceva sempre di ritorno dalle vostre uscite, sul letto prima di addormentarsi? Mi diceva – tuo figlio non è buono per il mare -».
«- E questo è un male? – Gli chiedevo io».
«- Questo è solo quello che è -, mi rispondeva».
«Questo è solo quello che è? E che significa?» Le chiede Demi.
«Sai com’era, era di poche parole, era un dono involontario, il suo. Ma che a te non piacesse andare per mare a lui non dispiaceva, stanne certo. Gli bastava specchiarsi: lui era un paio di mani che non venivano più pulite, rigate di tagli che non sanguinavano più e che bruciano per il sale. A te doveva andar diversa, questo voleva».
«Allora perché?», le chiede Demi.
«Credi che io non gliel’abbia chiesto? – Ma allora, testone -, gli dicevo, – scusa, ma perché te lo porti ancora dietro, che te lo porti a fare se sai che non gli piace? -».
«- Deve vedere quanto è grande il mare -, mi rispondeva». Lei prende un’aria trasognante. «Deve vedere quanto è grande il mare, era il campione mondiale di enfasi. – Come fai a farglielo capire? – Continuava a spiegarmi, – non si può mica, che ne so, disegnarlo, il mare. O spiegarlo. Come fai? -».
«- Che uomo senza cuore che sei -, gli dicevo io, per scherzare -. Sei come uno di quelle creature che ti piacciono tanto -».
«Allora lui si girava verso di me e salendomi sopra a cavalcioni mi bloccava e mi faceva la voce cavernosa: – Sono un mostruoso kraken! -, e nel dirmelo mi strizzava i fianchi e mi pizzicava la pancia».
Lei imita lo stesso trattamento a Demi, che ride.
«- Cosa cosa cosa -, gli tentavo di dire, – cos’è che saresti? – Cercavo di divincolarmi, – un cracker? – Ridevo da star male».
«Allora lui si bloccava di colpo, seduto ancora sopra di me. – Ma quale cracker, ho detto un kraken, una piovra gigantesca, un mostro marino -. E di colpo riprendeva a torturarmi. – Per tua informazione -, continuava a dirmi facendo vibrare la voce tra le labbra e il collo», lei fa lo stesso a Demi, «baciandomi e parlandomi assieme, – di cuori, mia cara, le piovre ne hanno addirittura tre -».
Lei avvicina il suo viso a quello del figlio e riprende il racconto.
«Nella tempesta il mare ha iniziato a ribollire sopra le onde già agitate, ogni bolla che sale contiene un pesce spada, da quant’è grande. E tu, tesoro, sei lì, aggrappato e meravigliato, e poi, all’improvviso, vedi un’ombra, una figura enorme e scura che nuota sotto il pelo dell’acqua».
«Il kraken!», fa Demi.
«Ecco emergere dalle acque degli enormi tentacoli, alti come palazzi, almeno tre piani, facciamo quattro. Tu urli ma non devi vergognartene, è la prima volta che ne vedi uno. Il babbo si gira di colpo, – maledetto kraken! – urla. Il corpo globoso del mostro emerge dalle onde e avvolge i suoi tentacoli intorno all’Ofelia e quasi la stritola, il legno geme, la stringe, la alza».
«Ma l’Ofelia resiste», dice Demi.
«Il babbo corre, inciampa, si rialza, va verso il cannoncino, scivola ancora, ci arriva, lo arma col rampone, punta e urlando spara. Bum! La cima uncinata della fiocina affonda nella testa molle del mostro che, rabbioso, stringe ancora di più la sua presa. Il legno scricchiola…».
«Il babbo gli spara ancora».
Lei si ferma a guardarlo con occhi sgranati. «Sapessi quanto ti voleva bene».
«Andare con l’Ofelia non mi piaceva», le dice Demi, «aiutarlo la domenica mattina però sì. Soprattutto a costruire i finali da bassifondi, quelli da triglia. Ero bravo».
«Il babbo era molto orgoglioso».
«Mi piaceva anche quando mi portava allo spaccio del porto a comprare le esche. Mi piaceva vederlo assieme ai suoi amici, avevano tutti le facce piene di righe, scure, le labbra tutte rotte. E poi il puzzo di sigari, questo mi piaceva. Andare con l’Ofelia no».
Demi osserva la madre, sfinita, seduta per metà sul suo letto, come fosse sul punto d’alzarsi.
«Non me l’ha mai detto però, il babbo».
«Cosa».
«Che mi voleva bene».
«Forse la luna deve dire al sole di tramontare?».
«Forse si, che ne sai se si parlano».
«So che è il momento: “Qui si muore” stai pensando mentre sotto gli stivali di gomma vibra tutto; ancora una volta Ofelia è in trazione. S’inerpica sulle onde di sette metri e quasi si lacera. La prua punta in alto, l’estremità prodiera, luogo d’antiche polene, guarda dritta il cielo. Ecco, “ci siamo ci siamo”, è sulla cresta, aldilà il vuoto, sono attimi di stallo e Ofelia pare trattenersi in quel sottile equilibrio prima di gettarsi nel vuoto, buttare il muso verso l’abisso che ruggisce dabbasso. La prua va alla schiuma. Ofelia è quasi verticale. Toglie il fiato. Fa paura. A te viene naturale cercare di arretrare e punti i talloni sul ponte ma la pendenza ti manda col culo in terra. È come precipitare dritti contro un muro, ecco, la prua impatta la superficie del mare e Ofelia si rimette sulla linea d’acqua imbarcandone a fiotti. Sei travolto, urli, le mani tengono la presa ma fanno male, sono deboli. “Respira, respira, respira”, ti giri, non è finita. Una nuova onda sta avanzando verso di voi. È ancora più grossa. È spaventosa. Urli più forte e mentre urli ti senti afferrare per il giubbotto salvagente, ti giri, è il babbo. Il muro d’acqua è su di voi, sale ancora. Il babbo ti trascina per il ponte, ti alza e in un attimo capisce che non farà a tempo ad arrivare sottocoperta, che non è laggiù la salvezza. Ti strattona con forza cambiando direzione, ti urla qualcosa e ti fa salire a forza nel canotto di salvataggio. Prima di esser travolto fa appena in tempo a sganciare le rizze che bloccano la scialuppa».
Per un po’ nessuno dice nulla.
«E le tue, quelle cose, quelle tue creature, dov’erano in quel momento? Di’, ma’». Le chiede Demi alla fine.
«Erano lì, stanne certo, al babbo lo hanno aiutato».
«E come?».
«Il puzzo, il fremere per la terra, le forme indistinte che guizzano sotto la pancia della barca, la bruma, l’acqua salmastra e la putredine dei porti; nulla di ciò ti mancherà, amore. L’unica cosa che ti porterai via dal mare è il tempo passato in sua compagnia. È l’idea che nei momenti difficili, per quanto complicata possa sembrarti, devi alzar la testa, guardare lontano e fissare l’orizzonte».
Lei gli dà un bacio, spegne la luce.
Mentre se ne va Demi osserva il tungsteno incandescente della lampadina che, fisso sulla retina, segna ancora il buio nei suoi occhi chiusi. Lo vede balenare in quell’oscurità, come quei fulmini sulla linea dell’orizzonte in certe notti di tempesta sul mare.
Poi il buio. Tutto è quiete. Nelle profondità del mare è pace. Freddo.
Di laggiù l’uomo vede la pancia d’Ofelia aprirsi, la chiglia spezzarsi e infine, per ultimo, vede il canotto. Poi più niente. “È fatta”, pensa, “questo è quanto”.
Ma ecco che, quando i polmoni sono ormai vuoti, quando ormai tutto è passato, una fluorescenza gialla si avvicina. Sembra il filamento di un’incandescenza, una lampadina che si accende. Lo circonda. Non ha una precisa forma, è una vaga figura che gli si fa attorno, che lo avvolge. Che lo scalda e lo rassicura.

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↔ In alto: foto Jonas Friese / Unsplash.