Non tutto il male. Cronache della terra inabitabile: il male come occasione

Giulia Valori

Si erano chiesti se sognando abbastanza forte avrebbero potuto edificare una terra dove non importa essere vivi o morti perché nessuno vuole abitare, un albero e una città sull’albero, una mappa di rami e radici, un fantasma per ogni uomo, una voce che racconta, scomporre la realtà e ricomporla in storia – e io che ora narro sono la città, sono l’albero, sono il fantasma sono tutte queste cose.

Non tutto il male. Cronache della terra inabitabile di Andrea Cassini, uscito per effequ edizioni, si inserisce nel filone dell’eco-distopia italiana.

La storia è ambientata a Tula, città costruita su un enorme albero ora in fiamme. A seguito dell’incendio, le coordinate temporali si sono vanificate, l’acqua è stata totalmente prosciugata e la popolazione è sterile. Gli esseri umani, tutti tormentati da fantasmi che si sono manifestati a seguito dell’incendio, vivono in un eterno presente, fatto di ripetizioni e gesti automatici, privi di coscienza e controllo sulle proprie azioni se non sulla volontà di porre fine alla loro vita. Zero, il protagonista e voce narrante, è diverso da tutti gli altri, non ha un fantasma che lo perseguita e, anche in virtù di questa mancanza, aiuta le persone a suicidarsi nella maniera meno dolorosa possibile, offrendosi di poter scrivere dei biglietti d’addio a ognuno di loro. La sua vita sembra prendere una diversa traiettoria quando un nuovo personaggio, il Cartografo, rifiutando l’iter prestabilito del servizio offerto, gli chiede di ucciderlo con le proprie mani.

«A ogni scatto del semaforo fiumi di uomini e fantasmi s’incrociavano senza toccarsi, e milioni di fiumi e milioni di uomini e milioni di mostri diretti in milioni di luoghi erano come nessun fiume e nessun uomo e nessun mostro diretto in nessun luogo, se nessuno vede il suo prossimo e ciascuno è solo.»

Tula è una città infestata, che siano gli uomini o i fantasmi i parassiti non cambia, lo stato allucinato di stasi e la ripetizione dei movimenti privi di uno scopo suggeriscono un’atmosfera onirica, più vicina al coma che all’incubo. La percezione è quella di un mondo chiuso, inabitabile e “irritabile”, che pur mutando la propria struttura interna risulta sempre troppo stretto ed eccessivamente sovraffollato. Zero continua a ricordare il mondo di prima, quello in cui si poteva vedere il cielo e non il fumo generato dall’incendio, in cui non c’erano fantasmi, ma solo esseri umani. Leggende, favole raccontate, storie tramandate e superstizioni che sembrano decretare un ordine neomedievale sembrano conseguenza e allo stesso tempo unico indizio per comprendere come si è giunti in questo luogo eternamente inclinato sul baratro, fuori dal tempo e dallo spazio.

Ripensando a due grandi romanzi della letteratura italiana che hanno segnato il genere del distopico ambientale, tra fantascienza e favola allegorica, ossia il picaresco Pianeta irritabile di Paolo Volponi e il tragico soliloquio di Dissipatio H.G. di Guido Morselli, sembra che il romanzo di Andrea Cassini tenti di rientrare all’interno di questo filone. Il racconto dunque post-apocalittico, del nostro o di un mondo altro, volto a indurre un’infrazione all’ordine antropocentrico, rovesciando gli schemi della realtà, ma soprattutto diventando chiave di lettura volta, attraverso l’alterità del paesaggio umano e naturale raccontato, a interpretare e condannare il presente. In questo tipo di narrazione la trasfigurazione letteraria e il fantastico sono appunto i mezzi usati per problematizzare l’attualità: in Morselli abbiamo una lunga riflessione sul male come prerogativa solo dell’uomo, parassita del pianeta, dopo il crollo delle ideologie politiche; in Volponi una lettura antropologica e sociale del trauma scatenato dal miracolo economico del secondo dopoguerra. Invece in Andrea Cassini l’ordine antropocentrico rimane, anzi si moltiplica e si irradia, con i fantasmi che riflettono il lato più nascosto e tormentato di ognuno di noi, ma non viene meno la critica sociale. La questione problematizzata, infatti, è quella del rifiuto contemporaneo di riflettere sulla possibilità di attuare sviluppi positivi cambiando il sistema attuale, l’idea di considerare quello che non è il migliore dei mondi possibili come un’occasione di cambiamento e non come una condanna da accettare con rassegnazione, appunto Non tutto il male viene per nuocere. Bloccati in un eterno presente, nella ripetizione apparentemente confortevole di ogni gesto e pensiero, fermi in una visione nostalgica, privata di ogni ricerca di senso, che preferisce guardarsi indietro che avanzare fiduciosa verso il domani, finiamo per assuefarci allo stato delle cose ed accettarne l’assurdità, così aumentando il grado di entropia interna e finendo per essere complici di quel caos infernale, appunto smettendo di ragionare, di relazionarci, di ascoltare chi e ciò che ci circonda.

Le narrazioni di questo tipo sembrano figlie del grande disastro che già Calvino, nel saggio «Una pietra sopra», aveva teorizzato:

«Gli anni Settanta ci hanno abituato a una visione della società come fallimento d’ogni progetto politico, caduta di ogni maschera di rispettabilità, improvvisazione economica, sgretolamento sociale, violenza sub-ideologizzata, riserve di vitalità elementare e spinte suicide.»

A cinquant’anni di distanza da queste parole, sembra che il tempo si sia congelato, permanga l’aria mortifera e deideologizzata di un ambiente sociale che rifiuta ogni presa di coscienza sullo stato attuale del panorama sia umano sia naturale, trovando nella ripetizione, nella depersonalizzazione, nell’appiattimento il mezzo di sopravvivenza, rinunciando a priori a qualsiasi tentativo di cambiamento e allo stesso tempo sfuggendo alla colpa di questa decisione presa e fissandosi su un ideale di purezza che non è merito, ma deresponsabilizzazione.

Permane però nella scrittura di Andrea Cassini una certa accumulazione dei dettagli, delle digressioni, il ricorrere costante di certi schemi narrativi che per quanto voluti, alla lunga portano a un’ipertrofia narrativa, amplificata da un certo gusto alla bella espressione, all’efficacia retorica riuscita a volte, ma così esasperata da risultare eccessivamente artefatta in altre, finendo per soffocare un intreccio di per sé molto esile che, poggiandosi appunto sulla ripetitività delle azioni e degli accadimenti, finisce per esserne totalmente sommerso. Il gioco tra verità e sogno, tra colpe e meriti, tra l’io e l’altro, si impone al di sopra del discorso ecologista che sembra diventare semplice scenografia e non più sostanza. Una volta terminato ammetto di essere stata spaesata, ma forse quello era lo scopo fin dall’inizio.