Sangue di Giuda di Graziano Gala

Filippo Reina

Nei suoi Entretiens avec le Professeur Y Cèline, auto-commentando il proprio stile, si sofferma sull’alto grado di lavorazione e artificio a cui è costretto a sottoporre l’argot, la parlata colorita e dialettale del francese popolare, per farlo risultare appetibile ed efficace sulla pagina: «L’emozione dell’argot si scarica svelta, due… tre strofette! due, tre imbonimenti… e il lettore si tira su subito!… tutto un libro in argot è più noia d’una “Relazione alla corte dei conti”». Rivendica quindi l’accanimento artigianale, la messa a punto di una «piccola tecnica», lo stile «resa emotiva», che possa restituire la viva e magmatica lingua popolare in una forma scritta a prima vista improvvisata, ma in realtà calibrata al millimetro: «Rifaccio ogni frase dieci, venti volte!… E i poveri cretini credono ch’io improvvisi!…».

Questo corpo a corpo con la lingua deve essere stato anche quello sperimentato da Graziano Gala in Sangue di Giuda, esordio tanto più sorprendente in quanto tutto scritto in una lingua altra. Non possiamo che partire da qui, dall’uso del dialetto, per parlare di un romanzo che fa della materia linguistica il motore narrativo di una storia avventurosa e rocambolesca. Ma parlare di dialetto è forse impreciso. La lingua con cui Gala dà voce al suo Giuda-Giudariè, vecchio-bambino di sessant’anni portati come una pena sorridente, è un impasto magmatico di dialetti meridionali (a dominante campana) innestati su una base italiana che non compromette mai la comprensione anche a chi con quei dialetti ha poca dimestichezza.

Il libro inizia con un flusso affabulatorio che non conoscerà pause, una cascata di parole irregolari dai tanti rivoli metaforici e immaginifici, imponendo da subito al lettore la conoscenza di Giuda. E il protagonista emerge come creato dalla sua stessa lingua, con quella forza di nominazione prima del mondo che il dialetto sembra conservare anche per chi, come noi, non ne fa più commercio quotidiano. Un grande poeta romagnolo del secolo scorso, Raffaello Baldini, diceva che alcune cose accadono in dialetto. E quante cose accadono in questa storia che nasce storta, quando «l’altra sera s’hann arrubbato ‘o televisore» e Pippo Baudo non può più annunciare per l’ennesima volta il festival di San Remo. Ma è la voce di Giuda, l’emarginato, il traditore reietto che tutti conoscono e sprezzano a Merulana, vero paese-pasticciaccio di lingue e di persone, a far succedere quella che sarebbe una serie di fatti all’apparenza banale. Perché è con il furto in casa del vecchio, ancora infestata dallo spettro del padre violento, che si alza il sipario su un’opera buffa e tragicomica come nel miglior teatro napoletano.

Tra i personaggi drammaturgicamente elencati a inizio libro, Giuda è la maschera principe, con il suo sorriso malinconico e la sua allegra tristezza, che potrebbe scoppiare da un momento all’altro in un pianto disperato come in una sonora risata. Giuda riempito di botte da un padre padrone, «chillu ca m’ha sfunnatu ’o cranio a botte quasi cinquant’anni fa», Giuda disprezzato dalla figlia e dal suo minaccioso marito, Giuda sbeffeggiato dai carabinieri durante la denuncia del furto, Giuda che si ritrova solo tra gli emarginati, i transessuali, i poeti pazzi come il vicino di casa americano Ferlinghetti, il piccolo e guizzante Saverio, il proprio gatto Ammonio, vecchio e dalla pisciata facile nelle situazioni meno opportune. Infine Giuda, la cui vita è «tut’ana miseria e na sconfitta», è proprio quello dell’imprecazione che dà il titolo al libro, un «sangue di Giuda!» esclamato in faccia alla vita e al mondo intero. E lo spazio in cui è costretto rotolare sono le strade di un paese dove la modernità è una pianta cresciuta male, tra sogni televisivi, luminosi centri commerciali, codici d’onore e malavita organizzata. È la caricatura ribollente del nostro sud e come ogni caricatura trattiene il dolore della verità con le maglie del comico.

Un microcosmo in cui ogni gesto, anche il più violento, è trasfigurato in farsa barocca, in capriola dell’anima per scongiurare il destino: dalla folla inferocita che insegue Giuda come in sogno per essersi ripreso senza pagare un televisore nuovo, agli scoppi di violenza dei tre malviventi che si stabiliscono in casa sua, trasformandola in base per traffici sessuali illeciti a favore del candidato sindaco Mammoni, il ricco proprietario della squadra di calcio Vesuviana e «chillu ca possiede pure l’aria ca respiri». La vicenda non si tinge mai di aperta satira sociale o politica, ma l’occhio pulito del protagonista e la sua prospettiva dall’ultimo banco della società fa emergere naturalmente tutta la follia e il marcio di un mondo dove «’a ragione è comm’a lebbra». Solo nei teneri momenti in cui si rivolge per iscritto all’amata moglie Angiolina, scomparsa non si sa dove, Giuda sembra sospendere per un attimo il baraccone impazzito della propria vita randagia e guardare verso una felicità fatta «d’attimi di dimenticanza».

Se volessimo far rientrare questo affabulatore del fallimento in una famiglia letteraria, sarebbe quella subalterna e carnevalesca dei personaggi ufficiosi, quelli che guardano la Storia dal basso. Potremmo addirittura risalire alle maschere rinascimentali e barocche di Ruzante e Bertoldo, con la loro fame atavica e il loro istintivo rifiuto dell’ordine, o a un Sancho Panza che farfuglia a lato del grande idealista. O forse ancora all’eterna e sempre nuova maschera del fou, del pazzo che dice la verità ma a cui nessuno crede. Più vicino a noi, anzi vicinissimo, è già un padrino nobile il Bonfiglio Liborio di Remo Rapino, anche lui battitore di questa strada alternativa nella lingua come nella visione delle cose, sempre sotto le insegne di minimum fax e del grande lavoro di cura editoriale che Fabio Stassi sta portando avanti.

L’impressione finale di Sangue di Giuda è che il segreto risieda nella sua lingua. Se togliessimo il lavoro stilistico di cui parlavamo all’inizio con Cèline, tutto perderebbe di senso, Giuda stesso si affloscerebbe come un manichino privato della sua imbottitura. Graziano Gala ha seguito le tracce di una linea meno frequentata della nostra letteratura ma sempre ben viva attraverso le epoche, quella che Gianfranco Contini chiamava del plurilinguismo. Come un Gadda in minore, il giovane scrittore pugliese ha rispecchiato il caos del mondo nel caos dei linguaggi, lo ha assunto come cifra stilistica che possa illuminare la nostra cognizione del dolore. E allora potrebbe essere questa l’occasione buona per ribadire come la letteratura, se vuole conservare la sua specificità in un mondo di segni esplosi e frantumati, sempre più diretti e non per questo trasparenti, quello che deve fare è continuare a puntare sulla potenza creativa e direi obliqua della lingua. Credere ancora, insomma, che dietro una metafora o un insolito giro di frase si nasconda una faticosa ma preziosa verità.