Nella storia della pandemia, tornare al testo

Emanuele Martino

Questo articolo è un estratto del contributo di Altri Animali pubblicato nella raccolta collettiva Fuga dalla pandemia a cura dell’Eco del Nulla, che ringraziamo per l’invito. 


Difficile tirare le somme di un anno schizzato come il 2020, rapidissimo agitatore di linguaggi e convinzioni. L’anno della scienza, di numeri e dati, persino di fatti, tutta roba che non ci riguarda. Che c’entriamo noi, sperduti italiani, col mero evento? Dateci uno storytelling a cui partecipare, polarizziamo un po’, così tanto per prender parte. Furono stracci bandiere panni e lenzuola a sventolare dai balconi, però tempo qualche giorno e s’erano ingrigiti; seguirono le cantate e le sonate di una volta, dei bei tempi, amatoriali appassionati, alcuni col violino altri con la chitarra acustica, alcuni più bravi altri meno, ma si fermava tutto quando passava l’ambulanza e giù lo scroscio di applausi. Orologi sincronizzati alle sei e battute sulla bilancia, era il periodo del lievito madre, cibo musica e canto, praticamente il nostro triangolo del fuoco.

Dopo arrivarono i sabotatori, questi maledetti commercianti perlopiù, ma fidati che è camorra, sta a vedere che non hanno dichiarato manco una Goleador; e poi gli illuminati riflessivi, uomini e donne di scienza, scienza qualunque ecco, cacciatori di negazionisti alla bisogna, detengono il monopolio della verità, in fondo dei troll che fanno anche cose buone. Tempi grami anche per chi ha divorato biopolitica per decenni e poi mema duro su Raf e Tozzi in prima serata lockdown a capodanno, eppure non fa una piega, è un’altra restrizione amore mio, torneremo più forti di prima, ne usciremo migliori. La lotta ora è sulla DAD, lì c’è mercato. E quindi gente che ha il terrore di andare al Carrefour ma ti spiega nel dettaglio estrema destra americana e suoi assedi, sono usciti di qui, entrati da là; radicalità dell’oggi a partire da Sanpa, al di là di tutto prodotto ben confezionato, ne parliamo in videoconferenza con qualche bolla, mi si sente, non vi vedo bene, dico davvero, dico fisicamente; e poi cinefili in overreacting contro Netflix il nuovo leviatano, assassino della settima arte, e menomale che ci pensa Mank a omaggiare il cinema, su Netflix appunto, così da scivolare sempre in contraddizione, ma intelligenti e patinatissimi.

L’anno comunque pareva destinato alla terza guerra mondiale, a un Call of Duty Iran vs resto del mondo, con gli incendi che radevano al suolo l’Oceania, ma alla fine poi ci siamo ritrovati a sviluppare tutta una branca dell’ermeneutica che mancava, quella dei dpcm, in cui le raccomandazioni della nonna venivano proclamate da un tizio svociato e in perenne ritardo che tutti attendevamo come la capra del racconto di Saunders. C’eravamo divertiti più col primo, il sequel ha arrancato, ma adesso esce forte alla terza stagione coi responsabili, i costruttori, i pontieri e altri manovali. Greta è tornata a scuola ma gli altri no, Paolo Fox s’è dovuto scusare che le stelle non ci avevano preso, ma ormai la first reaction non è più lo scioc. È certo tutto più complicato: il riassuntone delle Iene andato in onda a fine dicembre, Un anno di Covid, ha le musiche di Jóhann Jóhannsson ‎prese di peso da Sicario di Villeneuve, ultimo scampolo d’irrealtà targato 2020. I maya un po’ l’avevano detto, e pure Baba Vanga e Nostradamus debitamente interpellati nelle chat telegram di QAnon. Ma noi sordi, e alla fine ti ritrovi così, una scarpa e una ciavatta. È cambiato tutto, ma il campionato l’ha vinto comunque la Juve.

2020, come negarlo, votato a una sorta di “dispercezione” collettiva: s’indebolisce ancora di più la catena dei legami sociali, dei rapporti privati, qualsiasi sfumatura comunitaria si digitalizza; l’opinione pubblica spintona per prendere posto nel grande teatro del significante vuoto, sia esso movida, Natale e shopping, passeggiate e corsette.

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Si respira leggera depressione, un realismo malinconico capace di proiettarsi in un breve spazio di tempo, un paio di settimane al massimo. Sguardo fuori dalla finestra in tisana tazza grande, fuori brucia tutto, fuori il caos. Parrebbe al contrario fondamentale creare una degna grammatica del dolore. E su questo sarebbe ragionevole mostrarsi ottimisti. Come perché? Perché l’anno pandemico non si può smarcare dalla storia, verrà recuperato in continuazione, revisionato pure, di certo mai dimenticato. E allora riattivare la memoria avendo così tanto materiale inedito a disposizione significherà raccontare queste passioni tristi, ridisegnarle per un senso più alto, saperci ricordare disperati, spersi, incazzati neri.

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