Last taxi driver

Elena Longo

Treme è una bellissima serie TV degli anni Duemila ambientata in una New Orleans profondamente ferita dall’uragano Katrina e firmata da David Simon – lo stesso di The Wire, per intenderci. I protagonisti sono gli abitanti di Treme, storico quartiere di New Orleans e patria della musica jazz. Molti di loro sono musicisti squattrinati, come Antoine Batiste, trombonista senza una band fissa che si muove da un locale all’altro della città alla costante ricerca di un ingaggio. A scarrozzarlo in giro è sempre un taxi: Antoine non sempre ha i soldi per pagare la corsa all’andata e promette di saldarla al ritorno, quando avrà ricevuto il compenso per il concerto.

Leggendo le prime pagine di Last taxi driver, romanzo dello statunitense Lee Durkee in libreria per i tipi di Black Coffee, ho subito pensato a queste scene di Treme e ai tassisti che si vedono solo fugacemente, ma che tra i clienti fissi hanno sicuramente altri Antoine Batiste che cercano di non pagarli e che durante il viaggio li riempiono di chiacchiere sulla loro vita e le loro sventure.

Il libro ha poi un riferimento cinematografico molto più celebre, non solo nel titolo ma anche nell’esergo, che recita infatti un passaggio del celebre discorso del Mago di Taxi driver e fornisce una chiave di lettura per il romanzo e soprattutto per il suo protagonista.

«Un uomo fa un lavoro, vero? E questo lavoro… una cosa come questa… finisce che lui diventa come questa cosa. Voglio dire… che uno fa le cose nel modo come è fatto, no? Io, per esempio. Faccio il tassista da diciassette anni, vero? E dieci anni la notte. E non ho ancora un tassì io, lo sai perché? Perché non lo voglio. Io devo essere quello… quello che mi sento. Preferisco essere nel turno di notte, guidare il tassì di qualcun altro. Mi capisci? Voglio dire che… se uno fa un certo lavoro diventa quel lavoro. Per esempio c’è un tale che abita a Brooklyn, c’è un altro che sta a Sutton Place. Uno fa l’avvocato, un altro fa il medico. C’è un tale che muore, c’è un altro che guarisce e magari… c’è un altro che nasce. Eh, io ti invidio perché sei giovane. Va’ a letto con le donne, ubriacati. Puoi fare tutto quello che vuoi. E poi non puoi mica fare diverso. Siamo tutti fregati. Chi più chi meno».

Il protagonista di Last taxi driver, Lou Bishoff, è un traghettatore di vite marginali, un moderno Caronte che trasporta da una parte all’altra del Mississippi spacciatori, alcolizzati, malati terminali, tossiche in fuga da mariti violenti, studenti del college in cerca di una dose e donne sessodipendenti.

Per un’intera giornata viaggiamo a bordo del suo taxi, una Lincoln Town Car con le sospensioni andate e senza clacson che Stella – la titolare alcolizzata della All Saints, la compagnia di taxi per cui Lou lavora – non ha nessuna intenzione di far riparare.

«I clienti mi chiedono in continuazione come veniamo pagati. Io ogni volta lancio un’occhiata nervosa alla telecamera che registra la mia vita, poi dico loro che i taxi funzionano come la vecchia mezzadria, e a volte mi concedo perfino di citare Harry Crews: “L’accordo è che il padrone fornisce terra, fertilizzante, sementi, animali, finimenti, aratro e il giorno del raccolto si prende la metà di tutto”».

La voce di Lou è piena di ironia e dark humor, oscilla di continuo tra la rabbia, l’insofferenza per le chiacchiere e le richieste dei suoi passeggeri, e la comprensione per le loro vite spezzate. Lou si muove per le strade di Gentry, cittadina fittizia del Mississippi che sembra però assomigliare molto alla Oxford dove risiede Lee Durkee. «I personaggi che avete incontrato nel romanzo non esistono, e gli eventi narrati non sono mai avvenuti», precisa l’autore nei ringraziamenti in chiusura del romanzo. Ma le similitudini tra la sua storia e quella di Lou sono molte, prima fra tutte quella di aver guidato anche lui un taxi per diversi anni, e l’averlo fatto dopo la grande delusione seguita alla pubblicazione del suo primo romanzo, poco pubblicizzato dal suo editore e poi abbandonato al suo destino per una serie di sfortunati eventi.

L’alter ego di Lee Durkee è un buddhista neofita appassionato di UFO e di paranormale – allo specchietto retrovisore sono appesi i suoi amuleti: una navicella spaziale, Bigfoot e la faccia di Shakespeare; prima di mettersi alla guida della sua Town Car ha svolto molti lavori in maniera mediocre, e la sua vita ha cominciato a precipitare quando non è riuscito a concludere il suo secondo romanzo. Ha insegnato Shakespeare al college locale, ma è stato licenziato, e alla fin fine pensa che non sia stato poi così male:

«Sì, credo proprio che preferirei restarci secco nel Delta, piuttosto che trascorrere la vita a spiegare il complemento oggetto a universitari con la bocca ancora sporca di latte».

La giornata di Lou è seminata di imprevisti e deviazioni, e il ritmo della scrittura di Durkee segue questo andamento febbrile. I capitoli sono dei piccoli affreschi ricchi di riferimenti culturali che potrebbero funzionare benissimo anche da soli, ma che letti tutti d’un fiato danno vita a un’incredibile tavolozza di personaggi rappresentati nelle situazioni più rocambolesche ed esilaranti. Le persone che incontriamo assieme a Lou vanno a formare una sorta di bestiario del Mississippi, ma chi emerge con più forza è sempre Lou, che nonostante imprechi di continuo e si riprometta di dimenticarsi dei suoi passeggeri poco dopo averli lasciati a destinazione, non riesce a fare a meno di tenerli sempre con sé.

«Rimangono sempre con me, tutte le mie adorabili tossiche, e con loro ci sono il tizio che annusa la cena precotta per sentire se è ancora buona, il contadino duro d’orecchie coperto di cavallette, il centenario con la camicia da notte dell’ospedale, la ragazzina Goth, il neonato strepitante – sono assiepati sui sedili posteriori della Town Car, come nella foto di una squadra demenziale che mi compare davanti agli occhi, solo per un istante, ogni volta che guardo nello specchietto retrovisore».

Bonus Track – La musica di Last taxi driver

Last taxi driver è un romanzo profondamente americano. Non solo perché è ambientato sulla strada – nello specifico su quelle che attraversano il Mississippi – ma anche perché i riferimenti culturali sono ovunque, dalla pizza di Pizza Hut abbandonata in taxi da un cliente, al riferimento alla gestione privata del sistema carcerario, fino alle numerose vie e strade che portano il nome di soldati confederati. Quello che non manca mai nel taxi di Lou, però, è la musica. Le canzoni e i gruppi musicali anche solo citati sono moltissimi: questa selezione presenta alcuni dei brani che, in alcuni momenti del romanzo, diventano coprotagonisti della scena.

L. van Beethoven, Sonata no. 8 op. 13 in Do minore

Lou ama iniziare e finire il turno ascoltando delle sonate per pianoforte, e questa di Beethoven arriva dunque quasi subito, a una trentina di pagine dall’inizio del romanzo.

«Riguardo alla musica scelgo la Sonata n. 13 in Do minore, un brano pervaso da una triste e magnifica schizofrenia in cui i movimenti e le tonalità sono quanto di più variegato esista e ciononostante risultano fuse alla perfezione, come se Beethoven si fosse lasciato possedere da un demone dopo l’altro mentre componeva. Alzo il volume così da non dover fare per forza conversazione con il contadino, poi percorro dodici miglia di superstrada fino a uno sterrato di campagna sperduto in mezzo a un campo di cotone appena arato».

Bobbie Gentry, Ode to Billie Joe

Choctaw Ridge è una delle zone dove Lou si reca più spesso, ed è anche il luogo protagonista della canzone di Bobbie Gentry, che racconta la storia di un suicidio, in pieno stile Southern Gothic.

«A peggiorare le cose mi torna in mente quella canzone di Billie Joe McAllister. Capita ogni volta che vengo a prendere gente qui a Choctaw Ridge. […] Finalmente la maledetta canzone del Tallahatchie Bridge arriva alla fine. Dio, spero che non riparta. Povero Billie Joe. Si suicida a ripetizione ogni volta che mettono il pezzo in un jukebox. Credo si sia tolto la vita più di chiunque altro nella storia, perfino più di mio padre. […] La canzone che mi suona in testa si interrompe così bruscamente che sento quasi l’ago che gratta sul disco».

David Banner, Mississippi

Lou ascolta questa canzone quando, dice, ha bisogno di una terapia musicale. Dal risultato che ottiene, l’obiettivo della terapia non è certo quello di calmarsi.

«“Sai cos’è che ti rende un mississippiano DOC?” sbraito, o forse lo grido internamente mandando a fanculo la statua del confederato intrappolata nel mio specchietto. […] “Se non hai lacune mostruose in geografia – ad esempio Paesi interi che non conosci, o religioni con milioni di fedeli di cui ignori l’esistenza – allora no, non sei del Mississippi. Se hai avuto insegnanti normali capaci di usare correttamente la parola matricolato mi dispiace, vieni di sicuro da un posto di fighetti tipo l’Alabama. Se sei capace di moltiplicare per nove, di tenere il riporto nelle divisioni a più cifre o fare l’analisi grammaticale, se hai idea di cosa cazzo sia una tavola periodica o se riesci a dare un senso ad Assalonne, Assalonne! allora vieni da qualche altra parte, di certo non dal Mississippi […]”».

The Commodores, Brick House

Poche pagine più in là, Lou torna indietro nel tempo e fa visita ai luoghi della sua adolescenza, in particolare alla sua scuola superiore, dove ricorda un evento traumatico. In questo caso, la colonna sonora è Brick House dei Commodores:

«L’anno prima i ragazzi bianchi ascoltavano tutti i KISS, ma volete mettere vomitare sangue per un’ulcera con la voce flautata di Lionel Richie? L’album Commodores Live! aveva unito gli studenti, era l’unica cosa che ascoltavamo durante gli allarmi dinamitardi che venivano lanciati a cadenza settimanale, quando ci convogliavano nel parcheggio come bestiame concedendoci una lunghissima pausa sigaretta».