Mathias Énard e il contrabbando delle storie

Giorgia Sallusti

Raccontare storie non è un affare da poco.”
Tahar Ben Jelloun

Ai primi del Settecento un orientalista e viaggiatore francese regalava all’Europa dell’Illuminismo i fasti della novella orientale. Antoine Galland presentava alla corte del Re Sole una raccolta di fiabe chiamata Contes arabes traduits en français, con illustrazioni che fissano per sempre l’Oriente mitico e fantastico entrato poi nell’immaginario colonialista occidentale. Quel nucleo di fiabe noi lo conosciamo come Le mille e una notte, un opulento tesoro narrativo rimaneggiato da Galland e passato attraverso secoli di editoria (in Italia abbiamo la fortuna di leggere l’edizione Einaudi curata da Francesco Gabrieli), dove incontriamo la figlia del visir Shahrazād che grazie al suo ingegno e al potere della parola salva dal massacro le ragazze del regno dalla furia femminicida del re persiano Shahriyār. Shahrazād è il simbolo di chi inventa storie in tutte le letterature del mondo, narratrice non solo dell’Oriente ma della condizione umana: lei racconta le sue fiabe al sovrano durante la notte per guadagnare sempre un giorno in più di vita. Un «lavoro della notte», diceva Proust, come il mestiere di scrittore. Così Mathias Énard, scrittore francese, traduttore e arabista, è un contrabbandiere di storie, come si definisce lui stesso, qualcuno che, col suo scrivere in Europa di luoghi e persone che parlano dal mondo arabo trasporta racconti da un luogo all’altro, da un contesto all’altro: viene da chiedersi se non sia un caso che in lingua basca lavoro della notte stia anche per contrabbando. Mathias Énard stesso attraversa le lingue e riemerge da una sponda all’altra del mar Mediterraneo portandosi appresso suggestioni culturali che una volta toccate dialogano in modo costante tra loro; e la diversità di lingue bagnate dalla stessa acqua è simbolo della capacità di comprendere le culture, anche le più lontane, un esercizio che va mantenuto. «La posta in gioco è immensa: perdere una lingua, smarrirne la traccia, significa perdere parte dell’avventura umana», dice lo scrittore francese durante una conferenza nel 2019, riportata in J’y mets ma langue à couper (Bayard Éditions), e allora compito del narratore non è solo quello di spostare in avanti le lancette del tempo per guadagnare giornate di vita, ma anche quello di tenere viva una lingua, l’anima che innerva ogni cultura, alla base di tutte le storie. Il compito di uno scrittore come Énard allora è quello di far sì che queste lingue siano in dialogo fra loro.

Énard si trasfigura in ognuno dei suoi romanzi e la sua voce diventa quella di Shahrazād, racconta di uomini e di mondi che sembrano lontani, di frontiere che diventano porose, ponti invece di confini, storie inventate che si mescolano alla Storia, sulle rive di un Mediterraneo che placido osserva il viaggio umano da millenni. Fin dai tempi di Omero il «lago» dei greci ha osservato innumerevoli traffici, guerre e avventure. Lo sa bene Nikos Kazantzakis quando si chiede: «È la terra che spiega le vele, o il cervello freme / e la Necessità occhi neri intona ebbra il canto?» nella sua monumentale Odissea (traduzione di Nicola Crocetti, Crocetti editore), di quell’Ulisse mai domo di dantesca memoria, il primo e il più moderno degli eroi.

Mentre l’Europa è immersa dentro visioni esotiche di un molto favoleggiato Oriente, la vocazione degli orientalisti deve ancora quasi tutto ai sogni di vita coloniale, spezie, bevande forti e amori ancillari. Ce lo racconta bene Flaubert nel suo viaggio in Nord Africa quando dal suo incontro con una cortigiana egiziana fa nascere uno stereotipo letterario della donna orientale destinato a grande fortuna: Kuchuk Hanem non parla mai, è lo scrittore francese a farlo per lei, è sempre lui a possedere il suo corpo ma anche l’interpretazione della sua voce. L’orientalismo non è solo una fantasia inventata dagli europei sull’Oriente, ma è un corpus teorico e pratico nel quale, nel corso di varie generazioni, si investe materialmente rendendolo di fatto un filtro attraverso il quale l’Oriente entra nella coscienza e nella cultura occidentali. La principale componente della cultura europea è proprio ciò che l’ha resa egemone: l’idea dell’identità europea radicata in una superiorità rispetto alle altre culture. L’orientalismo è quindi intessuto in un insieme di testi poetici, eruditi, economici, sociologici, storiografici e filologici, elaborazione non solo di una distinzione fondamentale – il mondo come costituito da due metà ineguali, Occidente e Oriente – ma anche una serie di interessi che, attraverso università e ricerca, l’orientalismo stesso da un lato crea e dall’altro contribuisce a mantenere: l’Occidente che si costruisce sull’Oriente. Ma perché allora queste dolci illusioni d’oriente sembrano più diffuse tra i francesi e gli inglesi che fra gli altri? «I tedeschi, nell’insieme, avevano sogni biblici e archeologici; gli spagnoli fantasie iberiche di Andalusia musulmana e gitani celesti», scrive Énard in Bussola (traduzione di Yasmina Melaouah, Edizioni e/o), romanzo che straripa dagli argini della fabula per contenere un viaggio da fermo che parte da Vienna per arrivare alla Siria sui ricordi del musicologo Franz e della sua amata, lontana Sarah. Europei che come Fernando Pessoa tramite il suo eteronimo Alvaro de Campos cercano un «Oriente a oriente dell’Oriente». Se un tempo si riteneva l’Impero ottomano il «malato d’Europa», adesso l’Europa è il malato di se stessa, un vecchio corpo abbandonato appeso alla propria forca: «Giace l’Europa, sui gomiti appoggiata» scrive Pessoa in Messaggio (traduzione di Giulia Lanciani, Mondadori). Come Chateaubriand nel suo itinerario da Parigi a Gerusalemme, Mathias Énard si trasforma allora in spia per conto di superiori interessi della letteratura e dell’arte, e col suo Franz Ritter musicologo franco-austriaco in Bussola si misura con l’altro da sé, e in una tenda di beduini nel deserto siriano, toccando la violenza e la realtà della vita nomade, fa i conti con le sue stesse rappresentazioni e aspettative, che interferiscono con la possibilità di fare esperienza vera di quella vita. Resta un viaggiatore, impermeabile ai dati che possono scalfire i suoi pregiudizi, magari persino in grado di trasformarsi a contatto con l’alterità ma non di farne esperienza profonda: «la miseria di quelle donne e quegli uomini ci sembrava colma della poesia degli antichi, la loro povertà ci ricordava quella degli eremiti e dei visionari, le loro superstizioni ci facevano viaggiare nel tempo, l’esotismo della loro condizione ci impediva senz’altro di capire la loro visione dell’esistenza». Dobbiamo a Lucie Delarue-Madrus la frase «gli orientali non hanno alcun senso dell’oriente. Il senso dell’oriente siamo noi rumi ad averlo», queste righe hanno il dono della sintesi: sigillano la trappola dell’orientalismo come sogno, come rimpianto, come esplorazione sempre delusa, come proiezione imperialista del desiderio. I rumi – i romei di arcaica memoria, noi, l’Occidente – si sono infatti impadroniti del territorio del sogno e sono stati loro, dopo i narratori arabi classici, a sfruttarlo e a percorrerlo al punto che tutti i viaggi si misurano con quel sogno. Prendiamo Kafka, scrittore boemo di lingua tedesca, è intimamente legato alla sua identità-confine, in un Impero austriaco al tramonto ma soprattutto alla necessità dell’accettazione, dell’alterità come parte integrante del sé, come contraddizione feconda. L’ingiustizia coloniale stabilisce con i saperi orientalisti lo stesso rapporto che c’è tra gli sciacalli e gli arabi nell’omonimo racconto di Kafka, la ferocia degli sciacalli necessaria alla sopravvivenza contro la sopraffazione; forse sono inseparabili ma la violenza degli uni non può in alcun caso essere attribuita agli altri. D’altra parte, dice Énard, è lo stesso Danubio che corre a est a collegare cattolicesimo, ebraismo, ortodossia e islam, è un mezzo di trasporto, la possibilità di un passaggio. Nel momento di massimo sviluppo territoriale l’Impero ottomano si estendeva oltre il Medio Oriente su un territorio che andava dall’Africa del Nord all’Europa sudorientale, e comprendeva Grecia, Ungheria, Balcani, Romania, Bulgaria. Non è strano allora che il principe Klemens von Metternich, mentre è cancelliere di stato e di corte, dichiari: «l’Asia inizia alla porta orientale di Vienna». In questa insospettabile Austria di confine c’è pure il castello di Hainfeld, la dimora di Joseph von Hammer-Purgstall, il primo grande orientalista austriaco, traduttore delle Mille e una notte e del Divano di Hafez, storico dell’Impero ottomano e amico di Silvestre de Sacy e di tutta la cricca di orientalisti dell’epoca. Hammer-Purgstall è un tassello della grande storia che Énard come Shahrazād ricama: nel suo castello soggiorna perfino Balzac, perché l’Austria, secondo la Sarah di Bussola, è la terra degli incontri, una frontiera porta d’oriente dell’Europa cristiana e fulcro di un impero multiculturale, decisamente più ricca di contatti e mescolanze di quanto non lo sia la Germania che invece nasce e si sviluppa cercando di estirpare l’altro dalla propria cultura, «di immergersi nel profondo del sé […] anche se questa ricerca deve approdare alla violenza più estrema». Secondo Franz la rivoluzione nella musica europea del XIX e XX secolo deve tutto all’Oriente che introduce non esotismi bensì alterità in un vasto movimento che vede Mozart, Schubert, Debussy, Bartók, centinaia di compositori in tutta Europa: «tutti questi grandi uomini usano ciò che viene dall’Altro per modificare il Sé, per imbastardirlo, perché il genio vuole l’imbastardimento».

Nel 2008 lo scrittore francese dà alle stampe il capolavoro Zona (uscito in Italia due anni più tardi con la traduzione di Yasmina Melaouah, Rizzoli) in cui la sua voce è prestata a Francis Servain Mirković, spia franco-croata alla sua ultima missione prima di scomparire con l’identità rubata a Yvan Deroy il pazzo. Francis ci racconta storie dalla sua Zona, quella navigata per lavoro che passa dal Marocco all’Egitto fino al Libano, e quella dei Balcani, attraversata col mitra in mano negli infuocati anni novanta . Francis racconta Trieste la bianca, porto dell’Austria, dell’Italia, della Slovenia e della Croazia, «nel 1992 io Vlaho e Andi in giro a far bisbocce non avevamo visto niente della città, solo locali locali vento gelido pioggia pesce fritto uno sterminato lungomare», a Trieste Francis si sente più croato che francese, trova sollievo, dimentica per un po’ i compagni morti in Bosnia. Quarant’anni prima i membri dell’Einsatz R. si ubriacavano allo stesso modo in quella stessa città, aspettando la morte e la sconfitta, come gli ucraini stanchi sparpagliati tra Udine, Fiume e Trieste senza parlare mai di Treblinka o di Sobibór. Francis allora ci ricorda di Stangl, ufficiale delle SS a capo di questi due campi di sterminio. Quel Franz Paul Stangl che sognava un’improbabile vittoria del Reich mentre continuava a mandare a Treblinka un numero spropositato di vittime, aggrappato all’illusione di aver nascosto i propri crimini in caso di sconfitta. A Trieste l’Einsatz R. proseguiva nel suo tentativo di eradicare i partigiani slavi e gli ebrei, un rastrellamento dopo l’altro finché la piccola comunità di Trieste fu spedita a Auschwitz o a Dachau passando per la Risiera di San Sabba. Addio allora a Trieste porta di Gerusalemme da dove partivano le navi della Lloyd’s che traghettavano i primi emigrati in Palestina, città d’incontro degli ashkenaziti del nord e dei sefarditi del sud, città che affaccia a Oriente e guarda alla Mitteleuropa. Proprio qui Francis incontra Rolf Cavriani von Eppan, cugino degli Asburgo Lorena nato a Trieste durante la guerra, qui Cavriani ha una villa a picco sul mare nella quale la madre riceveva gli ufficiali della Wehrmacht a cena, i Globus e i Globocnik, Rösener e Kalterweg, che bicchiere di cognac alla mano lavavano via la fatica della giornata passata a eliminare operosamente i reclusi di San Sabba.

Varcati i cancelli a Venezia, una volta di fronte alla panetteria prima della grande sinagoga, Francis si perde nei ricordi, «impossibile non pensare a Łódź a Cracovia a Salonicco e ad altri ghetti di cui non resta nulla». Pensa alla guerra mentre percorre il Canal Grande in notturna, si accende una sigaretta e bazzica le calli giocando ancora al soldato «per ore per notti intere ossessionato dai ricordi». È facile nella penombra di Venezia abitare i propri incubi in solitudine perché attorno non c’è nulla che sembri vivo «a parte le ombre morte della nebbia e l’urlo delle sirene» e la sua Marianne che sprofonda nella mestizia dell’appartamento del ghetto. Quella Marianne che gli chiede della guerra e non riceve risposta mentre Francis ritorna alla vita attraverso le notti e le sbronze con Ghassan, il compagno d’armi. Marianne che è una presenza più solida nei ricordi di quanto non sia nel presente di Francis in cui tutto è deserto. In questa Venezia spettrale il vento sembra spazzare le calli quasi a sussurrare il verso di Mandel’štam come un talismano: «Ancora non sei morto, ancora non sei solo». Tutto chiude presto per le norme antirumore perché «le città morenti cominciano a regolamentare la propria agonia anticipando sempre più l’orario di chiusura dei luoghi di perdizione».

«Dalla fortezza bianca
fino all’Holiday Inn
si estende Sarajevo dai mille ponti,
dai cento minareti.
Reggo il mio bicchiere di rakija,
l’odore di grasso
e di polvere sulle dita.»

Siamo sempre in viaggio, accompagnati dalla strofa finale di Park Princeva (in Ultimo discorso alla società proustiana di Barcellona, traduzione di Lorenzo Alunni e Francesco Targhetta, e/o) ma stavolta ci muoviamo sulla dorsale dei Balcani. Di nuovo in Zona, Francis ha lasciato Venezia e anche la sua Marianne. C’era forse da attenderselo da un irrequieto, dopo il suo lungo apprendistato all’arte della violenza, «cresciuto nell’idea di Dio e della nazione oppressa dalle lagne della madre». Francis si ritrova quindi nei pressi di Osijek con un fucile d’assalto, convinto dall’appello di Fanjo Tudjman il Salvatore, presidente della Croazia indipendente poi condannato post mortem dall’Europa come sterminatore di serbi, la cui fotografia faceva compagnia a quella di Ante Pavelić in casa Servain-Mirković. La Croazia rinasce armata dai discorsi di Tudjman, che come i fulmini dell’arciere Apollo protettore dell’Oriente infiammano i croati spingendoli a pugnare, ed ecco allora il nostro Francis che si getta in due anni di guerra e ne esce come un poilu, uno di quei soldati del 1914, con un ricordo delle retrovie in gola, troppo amaro da raccontare. In fondo tutto è partito da Gavrilo Princip a Sarajevo che come uno starter ha avviato con la sua pistola la corsa all’orrore. Princip, serbo di Bosnia che crede nella Grande Serbia – la stessa che Francis contribuirà a distruggere – segna la fine dell’arciduca Francesco Ferdinando e della bellissima Sofia. Gavrilo Princip morirà a sua volta a Theresienstadt, la ceca Terezín, lentamente e di tubercolosi nella cella del castello, la prigione della città dove nel 1941 il Reich creerà, aggiungendo morte alla morte, un campo di concentramento modello per artisti e intellettuali assimilando la messinscena all’orrore. Terezín è il modello per la coscienza tranquilla del mondo, un recinto per gli animali su cui la Croce Rossa non ebbe nulla da eccepire: le immagini furono diffuse in tutta Europa «mostrando senza mostrarlo ciò che il mondo sapeva senza saperlo, che il concentramento era il preludio alla distruzione», dove si separava il buono dal cattivo, si estirpava l’altro per costruire se stessi. Anni dopo, nel carcere penale di Tolone, muoiono di tubercolosi come Princip due ustascia, Mijo Kralj e Ivo Rajić, colpevoli dell’assassinio di Alessandro I di Iugoslavia. Lo hanno ucciso per ordine del poglavnik Pavelić. Sempre Francis ci racconta la storia di come Ante Pavelić venga incarcerato su ordine di Mussolini per essere messo al riparo da rappresaglie. E mentre Kralj e Rajić muoiono lentamente, il terzo assassino, Zvonimir Pospišil, viene condannato all’ergastolo e poi consegnato come regalo di Vichy alla nuova Croazia nazista, per la gioia del nonno materno di Francis, Franjo Mirković, ustascia della prima ora costretto poi a fuggire in Francia nella direzione contraria a quella che porterà lo stesso Francis verso la Croazia attraverso Trieste, passando la frontiera slovena alla volta di Zagabria. Tout se tient.

Fugge Francis dalla vita come agente della difesa sotto copertura, l’aria che lo circonda è ormai viziata, e allora si allontana dalla lingua del padre, il francese, così come dal croato, la lingua materna, e scende a sud percorrendo l’Italia in treno. Lo ha già fatto, quando ha raggiunto la Grecia passando da Parma pur di sfuggire qualche giorno almeno all’orrore: «attraversavo l’Italia il paese apparentemente più civile del mondo per prendere un traghetto a Bari», raggiungere l’Egeo tra i riflessi delle lampare. Pensa ad altre navi, come a Lepanto, con i ponti delle galee sbriciolati dalle palle di cannone quel 7 ottobre del 1571, quando la mano sinistra e il torace dell’archibugiere Miguel de Cervantes Saavedra vengono sforacchiati dalle schegge di legno sulla Marquesa, collocata di riserva nello schieramento cristiano. L’attacco di Ali Pascià il Prode contro Giovanni d’Austria proseguirà, finché Venezia non negozierà la pace separata con gli Ottomani mettendo fine alla Lega Santa comandata dal bastardo di Carlo V. Intanto sulla Marquesa Cervantes è febbricitante e con la mano sinistra inutile col nervo reciso «a maggior gloria della destra». Sarà la mano superstite a vergare il Don Chisciotte della Mancia. L’Armada Cristiana riesce vittoriosa a Lepanto, il Turco è vinto e si celebra un Te Deum nella notte in onore di quel figlio venticinquenne dell’imperatore che esulta alla fine della battaglia navale più importante dai tempi di Azio nel 31 avanti Cristo. Quella Azio che sta appena sopra Lepanto, in «acque governate da Poseidone, il destino del mondo si è già giocato una volta, il divino Antonio e Cleopatra l’Egizia affrontarono Ottavio il campagnolo». Iside e Anubi contro Venere e Nettuno, di nuovo la battaglia tra Est e Ovest.

Istanbul che prima di Istanbul era Costantinopoli, la città ponte se ne esiste una, «una Venezia invasa dai sette colli e dalla potenza di Roma» che sarebbe poi fiorita tra le mani amorevoli degli ottomani; è in questo gioiello del Bosforo che arriva il franco-austriaco Franz, il protagonista immerso nella notte di Bussola. Voleva dare di sé l’immagine dell’avventuriero e dell’esploratore, imbarcarsi in un’impresa, e invece la penna impietosa dello scrittore lo trasforma in «un cocco di mamma pieno di medicine per la diarrea, di bottoni e di filo da cucito, perché non si sa mai».In questo suo viaggio a ritroso e da fermo Franz ricorda anche i tempi del Bosforo, un happy place per uno che si vorrebbe sistemare in «un minuscolo appartamento in cima a uno stretto edificio di Arnavutköy o di Bebek» a guardare le barche che passano e la torre di Leandro in mezzo allo stretto. Ma Istanbul è anche le cartoline da Santa Sofia e le vedute del Corno d’Oro, «il mondo intero non offre probabilmente nulla di comparabile», lo scriveva nei suoi diari il drammaturgo viennese Grillpanzer, un altro Franz di un altro tempo. Arriva a Costantinopoli nel 1843 dopo aver visitato Atene: la città ottomana lo soggioga col suo susseguirsi di monumenti, palazzi, villaggi; la medesima potenza che colpirà anche il Franz enardiano. Istanbul è una ferita marina, «una faglia dove si infila la bellezza». Passeggiare per le sue vie affollate, quale che sia la meta, è uno squarcio di bellezza lungo un confine, che si consideri Costantinopoli come la città più a est dell’Europa o quella più a ovest dell’Asia, come una fine o come un inizio.

Michelangelo Buonarroti arriva al porto di Costantinopoli giovedì 13 maggio 1506, o forse non mette mai piede nel Corno d’Oro e questa è solo un’altra storia che ci racconta Énard per tenerci avvinti finché non sorga il sole: la racconta infatti in Parlami di battaglie, di re e di elefanti (traduzione di Yasmina Melaouah, e/o). La Costantinopoli che trova è la città di Bayazid il Santo, Ombra di Dio sulla Terra, Baiazeto per i veneziani e i fiorentini o il Gran Turco, nonno di Solimano il Magnifico. Siamo solo all’alba della grandezza che le sarà data qualche anno dopo dalla mano dell’architetto più famoso dell’Impero, Sinān. Santa Sofia troneggia da sola ancora orba della Moschea Blu, la città conta ottomani, greci, ebrei e cristiani d’Occidente. Michelangelo alloggia in una stanzetta al primo piano dei magazzini del mercante fiorentino Maringhi. La camera affaccia su un loggiato e la luce è spezzata da una doppia fila di finestre, «diffranta dalle gelosie del legno». Ha un tavolo e un letto, un cassone e un candeliere, e «una piccola porta cela una stanza da bagno rivestita di maiolica multicolore, che a Michelangelo non serve poiché non si lava mai». Bayazid affida al fiorentino il progetto di un ponte che unisca le due sponde sul Corno d’Oro e Michelangelo accetta perché già vede un’opera grandiosa, non una passerella ma il cemento di una città, della città degli imperatori e dei sultani, «un ponte politico». Ma le due sponde non si incontreranno per mano di Michelangelo.

Un’altra stella giungerà a Costantinopoli, un genio che l’Europa conosce bene: dopo l’ennesima interminabile tournée nell’Est europeo, fra Leopoli, Černivci e Odessa, Franz Liszt il belloccio – ancora, un altro Franz, un altro tempo, lo stesso luogo – arriva a Costantinopoli nel maggio del 1847 proveniente da Iași, città segnata sulle mappe per i pogrom più sanguinosi. Nessun altro musicista ha battuto palmo a palmo il vecchio continente, a ovest e a est fino allo stremo, sempre annunciato dall’arrivo del suo pianoforte Erard. Nella capitale ottomana, la Costantinopoli di una grandezza sterminata divisa in due parti dall’acqua – così la descrive Ibn Battūta nei suoi Viaggi (traduzione di Claudia M. Tresso, Einaudi) – è accolto da Donizetti, mandato appositamente dal sultano a riceverlo. Si ricorda poco della visita di Liszt a Istanbul a parte una targa commemorativa a Beyoğlu, ma dopo il soggiorno stambuliota il compositore crea la sua Benedizione di Dio nella solitudine e Ritter, in Bussola, si convince che la luce sia quella orientale, la stessa che attraversa la moschea Süleymaniye costruita da Sinān per Solimano, con le sue proporzioni divine.

Da Istanbul passa il ramo sud della Baghdad Bahn, che dal 1913 collega in una settimana Aleppo a Vienna passando appunto per Istanbul e Konya. Le immagini di Aleppo scorrono attraverso le specchio della memoria di Franz Ritter, della stanza all’hotel Baron che si affaccia sulla via omonima, la strada chiassosa a due passi da Bab al-Faraj e dalla città vecchia «attraverso vicoli cosparsi di olio motore usato e sangue di agnello». Per chi viene da Damasco, Aleppo sembra esotica, forse più cosmopolita, più simile a Istanbul – araba, armena, turca, curda, a poca distanza da Antiochia, patria di santi e crociati. Aleppo vive nei ricordi di Franz: «impossibile, a Parigi nel 1999, davanti a una coppa di champagne, immaginare che la Siria sarebbe stata devastata dalla peggior violenza, che il suk di Aleppo sarebbe bruciato», impossibile anche oggi pensare all’ampiezza del disastro e alle dimensioni di quel dolore, specie dal confortevole appartamento viennese in cui Franz indulge nelle sue fantasticherie, circondato da feticci d’orientalista.

In Siria gli orientalisti pullulano come topi in un porto, si trova di tutto, «dalle specialiste svedesi di letteratura femminile araba agli esegeti catalani di Avicenna», la maggior parte di costoro legata in un modo o nell’altro a uno dei centri di ricerca occidentali con sede a Damasco, come l’Istituto francese di studi arabi, una delle istituzioni gargantuesche frequentata dagli europei nella più pura tradizione orientalista: «futuri studiosi, diplomatici e spie erano seduti fianco a fianco e si abbandonavano insieme alle gioie della grammatica e della retorica arabe», e tutti frequentano l’enorme biblioteca fondata durante il mandato francese in Siria, su cui stendono la propria ombra coloniale Robert Martagne e Henri Laoust. Franz e la sua amata Sarah sono all’hotel Baron, entusiasti si mettono sulle tracce di avventuriere come Annemarie Schwarzenbach e Marga d’Andurain nel Levante francese. La Siria è un luogo d’incontri, anche nel deserto di pietra non è difficile imbattersi in nomadi o soldati; d’altra parte sono terre abitate dal terzo millennio prima di Cristo, le stesse terre che hanno visto Marga fra Palmira e Deir el-Zor, la conturbante Marga regina di Palmira, la direttrice dell’hotel Zenobia costruito grazie alla rovine lungo la via delle carovane. Franz narra dell’hotel a un solo piano creato da un architetto ormai dimenticato, tal Fernando de Aranda figlio di Fernando de Aranda musicista alla corte ottomana di Abdülhamit e successore di quel Donizetti che aveva incontrato Liszt nella stessa città. L’hotel Zenobia era stato edificato come «Kattané» dal nome della società che l’aveva commissionato e poi era stato abbandonato e ceduto, ancora incompiuto, alla guarnigione francese di Palmira che si occupava degli affari beduini e del territorio che andava dalla Siria all’Iraq fino alla Giordania, terreno dei britannici. Diverrà un favoleggiato crocevia di avventurieri sotto la direzione della sedicente contessa d’Andurain.

Una terra di pace difficile e mai duratura, in cui la morte incombe e il sangue spunta a ogni angolo: «nessuno poteva fingere di non sapere che la carne tenera degli spiedini proveniva da un mammifero sgozzato, un mammifero lanoso e belante le cui viscere erano in bella mostra fuori da ogni macelleria». Una terra senza nome che si ritrova nei palazzi diroccati dove si nasconde il cecchino protagonista ne La perfezione del tiro (traduzione di Yasmina Melaouah, e/o), sempre sotto il colpo dei mortai coltiva l’illusione che la vita sia altrove, ma esiste solo una cosa: la scintilla del tiro, la velocità del proiettile e del desiderio di bersaglio. «La maggior parte di quelli che ho ucciso hanno vissuto solo nei tre secondi in cui li ho guardati. Sono fantasmi, personaggi, maschere incapaci di vedere» e il protagonista senza nome racconta le loro storie cristallizzandole nel momento della morte, fissandoli nell’eternità del ricordo, li guarda e li fa vivere, li uccide e li anima. D’altro canto, «se vuoi dedicare la tua vita alla distruzione e agli artifici, devi trovare qualcosa con cui riempire il vuoto e il silenzio che seguono all’esplosione»: è così che l’anonimo Maestro spiega a Virgilio, lo schiavo nero, l’arte dei bombaroli in Breviario per aspiranti terroristi (traduzione di Alice Volpi, Nutrimenti), breve pamphlet contro il razionalismo occidentale e l’integralismo religioso in cui Énard, oscillando tra Voltaire e Swift ma prendendosi gioco di Defoe raccomanda agli attentatori non solo come collocare gli ordigni, ma anche e soprattutto come «dare un nome al vuoto che questo crea» dopo la deflagrazione. È una legge sempre valida: «La natura ha orrore del vuoto, non dimenticarlo».

La vita rude nel deserto siriano è un assaggio piccolissimo che il gruppetto di contemporanei orientalisti di Bussola prova in un accampamento vicino Palmira, con fuochi e carne d’agnello ma col fuoristrada parcheggiato poco lontano. Proprio intorno al fuoco nella stellata notte siriana è il momento delle storie, come quella di Lady Hester Stanhope, prima regina di Tadmor, esploratrice d’acciaio: la sua tenda, si racconta, aveva bisogno di almeno sette dromedari per essere trasportata. Vi riceveva gli emiri di tutte le regioni siriane in leggendarie cene di gala da consumare rigorosamente a Palmira, «in cui le stoviglie e i cibi più raffinati furono estratti dai bauli con somma meraviglia dei commensali». La Lady inglese dirigeva nello Shuf, tra drusi e cristiani, una piccola tenuta; veniva ritratta già anziana «seduta in una postura nobile, ieratica, la postura di un profeta o di un giudice, con in mano una lunga pipa». Sarah racconta la passione che Hester ha suscitato in Lamartine, il poeta oratore amico di Liszt e Hammer-Purgstall, in un Oriente ideale che ritorna sempre, la chiama «Circe dei deserti», perché Lady Stanhope si offre di leggergli il futuro, senza saper vedere il suo: troverà la sua fine tra le montagne libanesi nel 1839, prosciugata della salute e di tutte le sue vaste ricchezze.

«All’alba a Beirut non c’era odore di fumo ma di immondizia che brucia» scrive Rafaël Kahla in un racconto senza titolo sulla storia di Intissar e Marwan, combattenti palestinesi in Libano. Francis lo legge durante il viaggio in treno in Zona, cucito nell’ordito del romanzo enardiano con precisione dallo stesso autore, perché Kahla non esiste, è un’invenzione di Énard all’interno della finzione della Zona, un gioco di specchi celato entro un altro di ombre per raccontare la guerra e la città e la morte. La giovane Intissar attraversa Beirut per andare al fronte, la parte meridionale della città è disseminata di rifiuti, di auto carbonizzate e il calore delle esplosioni ha disegnato onde sull’asfalto. Intissar è nata in Libano nel 1951, i genitori originari di Haifa vivevano a Beirut prima della nascita di Israele e da quelle parti «ognuno porta come può la propria parte di ricordo».

«La prima cosa da osservare in questa città è la bellezza della sua struttura e l’estensione dei suoi edifizi, tanto che noi non ne abbiamo mai vista alcuna che avesse le vie più larghe di questa, né edifizi più elevati, più antichi e più superbi. I suoi mercati sono bellissimi.» Così descrive Alessandria d’Egitto Ibn ǧubayir che vi giunge nel mese di marzo 1183 e lo racconta nel Viaggio in Ispagna, Sicilia, Siria e Palestina, Mesopotamia, Arabia, Egitto (traduzione di Celestino Schiaparelli, Sellerio), quella stessa Alessandria in cui la spia Francis incontra uomini d’affari egiziani, libanesi, sauditi, tutti educati nei migliori college britannici, e tutti insieme con un bicchiere di vino Rubino a intendersi di traffici nella regione che loro stessi chiamano the area, «la zona», senza mai pronunciare la parola «arma» o figurarsi, quella «petrolio». Ma la Zona è ricca di opportunità, è una danza sanguinosa, una faida eterna, movimenti di esuli che ne cacciano altri a seconda delle vittorie e delle sconfitte, «che siano repubblicani in Spagna, fascisti in Francia, palestinesi in Israele, tutti sognano il destino di Enea figlio di Afrodite», gli sconfitti delle città distrutte che vogliono riscrivere la propria storia e trasformarla in vittoria, in fondo «cosa importano le ragioni per uccidere sono tutte buone in guerra». Nella Zona il disordine fa comodo, favorisce gli intrighi, le razzie nella notte dell’anima, dove l’Europa non ha altra scelta che sostenere regimi moribondi contro la barbarie e l’estremismo per proteggere il petrolio, le miniere, gli abitanti dei villaggi, gli operai, i laici, i miscredenti: «bisognava resistere, i Troiani erano presso le mura, in procinto di invadere l’accampamento e di spingerci in mare nelle nostre navi ricurve». E in Egitto, ripensando a Heinrich Schliemann lo scopritore di Ilio dalle solide mura e di Micene dorata, Francis si ritrova archeologo con pennello e spazzola e scava e trova cose sepolte, riporta «alla luce cadaveri, scheletri, frammenti, pezzi di racconti ricopiati su tavolette cifrate, i miei personali Scripta Minoa, cominciati con lo scavo di Harmen Gerbens il brutale stupratore alcolizzato di Garden City», l’olandese che viveva al Cairo dal 1947 e forse ora – chi può dirlo – è morto. Gerbens è un’altra storia che Francis raccoglie e testimonia: è nato a Groningen nel 1921, viveva in un lugubre appartamento a Garden City, quartiere residenziale del Cairo sul viale Qasr el-Ayni, aveva una piccola pensione egiziana da «ingegnere», parola ridondante per uno arruolato nel ’43 come meccanico nella 4a brigata Panzergrenadier SS «Nederland». Arresosi agli americani finisce sempre come meccanico al porto di Alessandria e poi a Helwan, vicino al Cairo, nella fabbrica di armi che produceva i fucili Hakim. Ma dopo la rivoluzione di Nasser «tutto ha incominciato ad andare di storto,[…] ero l’unico straniero rimasto nella fabbrica, tutti se ne andavano, i greci, gli italiani, i britannici e un giorno è scoppiata la guerra». Gerbens viene arrestato per spionaggio nel 1956 e rinchiuso nel «quartiere per gli stranieri» della prigione di al-Qanater, ci rimane otto anni senza accuse precise, forse soltanto perché era il meccanico personale del direttore della prigione. Aggiungiamo anche Harmen Gerbens, anche la sua storia, un’altra in calce alla lunga lista di nomi cose e traffici nella valigetta di Mirković che scappa a Roma nella sua ultima missione.

Ricamando sulla costa meridionale del Mediterraneo, Énard si spinge col suo Francis fino a Tunisi, e lo fa sedere vicino alla Bab el-Bhar, la porta del mare che nel suo passato coloniale è la Porte de France. Siamo nel 1996, lì seduto incontra gli esuli algerini mentre cincischia pensando a Cartagine, dove oramai sorgono solo ville lussuose sui cocci, proprio nello stesso punto in cui si abbatteva il furore del senato romano. Ceterum censeo Carthaginem delendam esse, e anche il fondamentalista algerino informatore di Francis «che arrotonda lo stipendio denunciando, in nome del Bene» e fa i nomi dei suoi vecchi compagni, ha qualcosa da distruggere come Catone, ci sono sempre Ilio da annientare in questa marea che si alterna dando la vittoria a Costantinopoli, a Roma, a Cartagine.

Perché Francis raccolga tutte quelle informazioni forse non lo sa nemmeno lui, per conquistare un posto nel mondo che si sgretola magari, chissà. Altri ci sono passati prima di lui: a Tangeri Burroughs ci provava a furia di oppiacei e alcol e fumo. Lowry andava piuttosto di acquavite. «Tangeri città della deriva della grande illusione e del contrabbando, sperduta sola sullo spesso labbro inferiore della Zona» dice Mathias Énard seguendo le tracce di William Burroughs. Se ne sta a Tangeri, ha quarantun anni, ogni tanto va a prendere un caffè al bar Baba che ha l’aria di essere sempre stato lì anche se forse non esisteva ancora, magari seduto accanto a lui c’è anche Rafaël Kahla lo scrittore inesistente con tutte le leggende della città. Burroughs, Jean Genet, Paul Bowles, Tennessee Williams e soprattutto «Mohamed Choukri il morto di fame» o il santo. Stanno tutti allo stesso tavolo. Mentre Francis legge Il pasto nudo, che è in realtà il romanzo di Choukri Il pane nudo (traduzione di Mario Fortunato, Bompiani), incrocia il santo: «un vecchio abitante del Rif dalla folta chioma grigia e riccia, dai baffi quasi bianchi, che beveva birre in un caffè strapieno e rumoroso». «Eravamo in tanti a piangere», attacca l’incipit profetico di un’opera che occupa un posto speciale nella letteratura araba. Énard incontra lo scrittore marocchino attraverso Mirković, il vecchio dal nome Mohamed Choukri era noto come il lupo bianco a Tangeri, la percorreva su e giù da quarant’anni e «conosceva tutte le bettole tutte le puttane dal ventre purulento tutti gli stranieri attratti dall’esotismo dalla dolcezza conturbante di queste regioni perverse aveva frequentato Bowles e Genet». Quel vecchio fa un po’ pena col suo borsone di plastica, lo stesso vecchio scrive però un capolavoro, che viene censurato in Marocco e dovrà essere stampato fuori dai confini patri in francese. È sempre lo stesso vecchio che si era mangiato il cuore della madre tanta la fame nel Rif, che ha braccato Genet per la sua amicizia, per interesse; si chiama Choukri, quel vecchio che «si innalzava verso la luce su quei celebri vegliardi per i quali non nascondeva del tutto il proprio disprezzo». Choukri racconta i morti del ’52, e Francis va ancora più indietro, ai disastri del protettorato spagnolo che permise la creazione della prima Repubblica indipendente dell’Africa, la Repubblica del Rif di ‘Abd el-Krim el-Khattabi «di cui si trovano ancora le banconote stropicciate e ingiallite dai rigattieri di Tétouan», di quell’el-Krim affossatore di spagnoli che quasi conquistò Melilla nel ’21 quando morirono diecimila soldati della corona di Spagna male armati e peggio nutriti; un clamoroso errore militare che farà scricchiolare la monarchia di Alfonso XIII poi esule a Roma. Il cadì berbero suo nemico troverà invece asilo al Cairo, alla corte di re Faruk.

«A Tangeri facevo cinque chilometri al giorno per andare a guardare il mare, il porto e lo Stretto, anche adesso cammino tanto, e leggo, sempre di più, un buon modo per ingannare la noia, la morte»: a leggere così tanto è Lakhdar che in Via dei ladri (traduzione di Yasmina Melaouah, Rizzoli) attraversa la città per osservare il lento viavai dei traghetti da Tangeri a Tarifa e ritorno, e poi le turiste spagnole con le gonne corte da rimorchiare, anche se «l’unico culo che ho visto prima dei diciotto anni era quello di mia cugina Meryem». Lakhdar viene cacciato di casa e la sua vita diventa dura come la lingua di Choukri, dura come le mazzate che prendeva dal padre, scarna come la fame. Eppure il marocchino si innamora della spagnola Judit che studia arabo a Barcellona, e attraverso di lei si costruisce un’idea di Europa e degli arabi riflessi in questo sguardo occidentale: «cominciavo a odiare quegli arabisti in bermuda coloniali che rimpiangevano ogni giorno che la Spagna fosse stata per qualche secolo araba». Grazie alla corrispondenza con Judit, Lakhdar scopre Choukri, legge i suoi capolavori, Il pane nudo e Il tempo degli errori (traduzione di Maria Avino, Theoria), e ritrova una lingua nuova e rivoluzionaria, senza paura; «raccontava senza dissimulare niente, né il sesso, né la violenza, né la miseria». Il pane nudo viene pubblicato in traduzione, proibito in Marocco per oltre vent’anni, però «il vantaggio è che oggi i libri hanno così poco peso, si vendono così poco, si leggono così poco che non vale nemmeno più la pena proibirli». E infatti Choukri ha avuto un funerale grandioso a Tangeri, con ministri e rappresentanti del Palazzo, forse festeggiavano tutti la sua morte, lo perdonavano del disprezzo sorridendo nel giorno della scomparsa.

Lakhdar trova lavoro su un traghetto Tangeri-Algeciras, tutti i giorni si avvicina alla costa andalusa come nella spedizione di Tariq ibn Ziyad, il conquistatore della Spagna, o come i berberi che sconfiggono i visigoti; ma il suo è un esercito illusorio di camion e vecchie Renault, e comanda i suoi catorci in processione dal porto all’Alhambra in una Spagna che sarebbe tornata marocchina «come non avrebbe mai dovuto cessare di essere». La frontiera è uno spazio violento quando si chiude sul bisogno e sul desiderio di attraversarla, ma al tempo stesso incarna la possibilità del cambiamento e dell’incontro, contraddizione di un luogo che separa e unisce al tempo stesso. A volte Lakhdar pensa a Parigi, o a Venezia, ma quanto vale un passaporto, ha lo stesso valore in ogni parte del mondo? Mai nei suoi viaggi Ibn Battūta parla del permesso di soggiorno, «sembra viaggiare come gli pare e non temere altro che i briganti».

Barcellona non è la ricchezza sognata, un quarto della Catalogna è a spasso, famiglie sfrattate, mutui insoluti, cresce la tensione a casa dei borghesi così come fra i più poveri dei poveri, gli immigrati e le prostitute della Via dei Ladri. In Tunisia, intanto, a Sidi Bouzid l’ambulante Bouazizi si dà fuoco in un gesto disperato che dà il via alla rivoluzione: «un atto contro se stessi per far reagire le masse». Ci vuole l’irreversibilità della morte altrui per trovare il coraggio. Barcellona intanto è in movimento, «forse l’Europa ammetteva di non potersi permettere il proprio livello di sviluppo», era tutto un miraggio comprato a credito.

Jean Genet a Barcellona – trent’anni dopo sarà a Tangeri, e dopo ancora, nel 1982, sarà a Beirut testimone del massacro a Sabra e Shatila – trova una città cupa che puzza di fritto, e allora si mette in cerca della sua vera essenza, fra i bassifondi. Tuttavia Genet il visionario forse non capisce, come non capirà la Siria Franz il musicologo franco-austriaco. Entrambi condividono la stessa condizione di turista cercando conferme: «la riprova della scomparsa della città che Genet aveva intravisto appena prima della guerra civile» come l’Oriente immaginato da Franz. Il denaro e i visitatori stranieri in una gita coloniale sanciscono la fine dei quartieri malfamati, «becero cercare oggi con nostalgia le tracce dell’umiliazione dei poveri delle puttane dei ladri soggiornando in un hotel di semilusso per classi medie europee», e tutti ammassati sono relegati da sbirri dal manganello facile nei vicoli stretti, pregati di non sparpagliarsi nei luoghi di maggior passaggio, ingiunti di farsi discreti e il più delle volte espulsi senza tanti complimenti.

«Ho deciso di chiamare questo posto il Pensiero Selvaggio», potrebbe essere una buona frase per sintetizzare la produzione di Mathias Énard e non è un caso che si apra così Le banquet annuel de la Confrérie des Fossoyeurs (in uscita per e/o proprio in questi mesi come Il banchetto annuale della Confraternita dei Becchini). Il libro segna un ritorno nella Francia rurale dell’etnologo David, un giovane parigino che si stabilisce a Deux-Sèvres (il paesino natio di Énard senior) per scrivere la sua tesi sulla vita di campagna nel XXI secolo. Parte per intervistare e osservare gli abitanti di La Pierre-Saint-Christophe, un villaggio inventato nella municipalità di Niort, in un viaggio attraverso le gioie del caffè e della pesca, assieme ai giocatori di belot e in compagnia di Martial il sindaco becchino. È una terra in cui la morte fa a gara con la vita tranne nei tre giorni del banchetto annuale dei becchini, una tregua dal lavoro della grande falciatrice. La voce narrante di Énard prende il sopravvento su David per disegnare questa campagna attraverso le storie dei suoi abitanti, che pur così nascosti vengono attraversati dalla Storia, fin dai tempi dei Plantageneti, passando per le guerre di religione del Cinquecento e Théodore Agrippa d’Aubigné tradito dall’abiura di Enrico IV, la Chouannerie – la controrivoluzione francese durante le guerre di Vandea – e senza neppure risparmiarsi i due conflitti mondiali. Il primo luglio del 1815 la cittadina di Niort, sul tramonto, ha la sorpresa di veder arrivare proprio Napoleone Bonaparte, piuttosto tenebroso e taciturno, con generali armi e bagagli all’albergo della Boule D’Or. A Niort era tutto un brulicare di divise e munizioni, la voce che ci fosse anche l’imperatore si era diffusa velocemente e ben presto tutta la folla arrivò sotto le finestre dell’albergo a gridare Viva l’Imperatore! a quello che pochi giorni prima s’era giocato la gloria sul tavolo di Waterloo.

Il banchetto vero e proprio è un altare a Rabelais e ai suoi pasti nel Gargantua e Pantaguele: «poi mangiò avidamente, perché aveva molta fame. Poi ruttò a sazietà. Poi se ne andò per i fatti suoi, sotto lo sguardo attonito del giovane etnologo, e si addormentò come un sasso davanti al caminetto». Un pasto infinito in cui «beviamo aspettando la morte». Un eterno samsara di vite che nascono e muoiono e testimoniano attraverso la voce narrante gli incredibili incontri di questo angolo quieto della Francia tra imperatori e poeti, coi becchini che osservano tutto il resto passare, aspettano i morti come Marseil Sabourin il criminale di Poitou ghigliottinato nel 1894, e poi ci gettano qualche palata di terra sopra: «Lunga vita alla morte!».

È a Parigi Mathias mentre riceve una di quelle telefonate in piena notte, presagio di sventura. È una chiamata da un numero di Mosca: Vladimir è morto, l’amatissimo amico, rivale, compagno Vladimir, e Jeanne lo richiama in Russia. Mathias è il protagonista di L’alcol e la nostalgia (traduzione di Yasmina Melaouah,e/o), adattamento più o meno fedele di una fiction radiofonica scritta da Énard sulla Transiberiana fra Mosca e Novosibirsk e trasmessa nel 2010. Mathias accompagna la bara di Vladimir dalla capitale fino a Novosibirsk luogo di eterno riposo mentre attraversa la Russia in treno, uno spettacolo che si stende a perdita d’occhio incorniciato dal finestrino: «Il grande Cristo rosso della Rivoluzione è ancora qui; se ne vedono le tracce lungo tutto il tragitto, palpabili, visibili», stelle sparse scordate in giro, statue dimenticate erette ai caduti di Ottobre, delle purghe, delle guerre, tutto ricordato nelle targhe e nei nomi delle strade. Difficile non pensare ai disgraziati accalcati nei treni fino al fiume Amur e poi in nave per Magadan, chiusi nella stiva. «Ho letto da qualche parte che una nave con svariate migliaia di detenuti si è incastrata in un iceberg quando a fine ottobre è iniziata la stagione dei ghiacci», l’equipaggio ha abbandonato i prigionieri lasciandoli a morire di fame e di freddo. Nave e prigionieri sono stati recuperati solo sei mesi più tardi e «ci è voluta una squadra di trenta detenuti e una settimana di lavoro per gettare a mare tutti quei cadaveri congelati, bisognava separarli con l’accetta come pesci surgelati», eppure il passaggio sui ghiacci fino all’Alaska è stato un sogno, un desiderio per tanti in quella vuota immensità in cui ci si nutre facendo buchi nel ghiaccio. Nessuno tranne quelli che sono stati spediti fin là capisce questa terra desolata, forse solo Varlam Šalamov – «Nati in anni sordi / la nostra vita non ricordiamo» scrive nei Racconti di Kolyma (traduzione di Sergio Rapetti, Einaudi) – o Vasilij Aksënov il figlio di Kazan’ che raggiunse la madre nell’esilio. Tutte le storie che Mathias raccoglie nascono dall’istinto del viaggio nel sogno, nelle lettere per ritrovare «una libertà che non avevo mai conosciuto, se non nei libri, nei libri che per un adolescente sono ben più pericolosi delle armi, poiché avevano scavato in me desideri impossibili da realizzare». Si tratta di un’eterna partenza mai soddisfatta: non abbiamo più rivoluzioni, resta l’illusione del viaggio, della scrittura e della droga, lo scrive anche in Bussola, anzi lo dichiara nell’incipit «siamo due fumatori d’oppio ognuno dentro la sua nuvola, non vediamo niente fuori, e soli senza mai capirci fumiamo». Il treno supera Perm’, pochi chilometri più a nord era edificato Perm’-36: si dice che non esista più un albergo là intorno perché tutto il materiale da costruzione è finito nella creazione del gulag. Oggi Perm’-36 è diventato un museo della detenzione pagato da ex detenuti e chissà forse anche visitato: «immagino ci siano turisti, gruppi avidi delle tracce della sofferenza di generazioni di poveri diavoli». Perm’-36 ha chiuso nel 1988, praticamente l’altro ieri, quasi si sente il sudore e il sangue fresco, «molto meglio che in Polonia in Germania in Austria dove il tempo ha pian piano eroso le baracche, ha allontanato i volti, i morti, il dolore».

Ci aspettiamo dal corpo la putrefazione in silenzio, l’oblio, «e dell’anima la sopravvivenza su ruolini e registri», i cadaveri li lasciamo ai professionisti, le anime alla burocrazia. In una Parigi afosa gli anziani muoiono: con questa fragilità dei corpi si apre Remonter l’Orénoque (Actes Sud), romanzo breve poi diventato anche un film di Marion Laine. Attraverso i corpi che curano, due chirurghi cercano la verità e il senso che possano giustificare la loro esistenza. Youri opera sotto gli occhi di Joana, la giovane infermiera argentina che il suo collega Ignacio desidera; nel cuore di un’estate torrida e di un ospedale in rovina, uno si perde nella passione e l’altro nell’alcol e nella follia. Spingeranno Joana a fuggire da loro, a intraprendere un lungo viaggio in Venezuela: risalire il grande fiume Orinoco è per lei l’occasione di ripensare alla sua vita fino a quel momento. Nel ventre caldo di una nave tra le arterie fluviali dell’Amazzonia, si chiede «quando viaggiamo, cos’è che cerchiamo?». I tre protagonisti sono Joana, Youri e Ignacio, o forse sono la nascita, il corpo e il desiderio i tre fili sottili, ombre tenui che si vedono appena riflessi sulle acque fangose del mitico fiume. Il flusso dell’Orinoco assorbe e dissipa le percezioni come l’oppio, i pensieri di amalgamano e dilatano come il delta del fiume al quale pian piano ci avviciniamo, «non ha sorgente e nessun porto nella solitudine del suo delta».

Gli undici libri impilati sul mio tavolo prendono la via del viaggio di parole, fra lingue culture e orizzonti che si sono parlati per millenni. Hanno costruito ponti verso altri libri, lasciando dietro le risonanze dei viaggiatori arabi come Ibn Battūta e Ibn ǧubayir, di avventurieri, artisti e soldati: tra le pagine riaffiorano la povera Marga, che morirà ammazzata a bordo del suo yacht Djéïlan e il cui corpo non sarà mai ritrovato, Lawrence d’Arabia e gli hascemiti, l’oppio illegale e nascosto a Tehran, Michelangelo in un irreale ma verosimile viaggio dal Gran Turco e la fredda Siberia. Scivola comodamente addosso a Énard l’etichetta di contrabbandiere che traghetta le sue storie da una riva all’altra del Mediterraneo disegnando una mappa ideale, mai dimentico di quelle mille e una notte occorse a Shahrazād per convincere il re che i racconti sono meglio delle stragi.

Qui il viaggio letterario di Mathias Énard. Per ogni luogo che scegliamo sono raccolti diversi libri dell’autore.


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↔ In alto: illustrazione © Anna Giulia Pricoco. Per gentile concessione.