Di uomini e isole: Solo di August Strindberg

Salvatore Greco

La letteratura a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ha prodotto una quantità inusuale di opere dominate da uomini soli, a volte individualisti e non di rado misantropi. Basti pensare a Raskol’nikov di Delitto e castigo, a Emilio Brentani di Senilità o allo sventurato scrittore al centro di Fame. Tra questi personaggi più grandi delle pagine che li ospitano, c’è anche il protagonista di Solo di August Strindberg. Uscito a Stoccolma nel 1903, è arrivato una prima volta in Italia nel 1981 e ritornato in libreria quarant’anni dopo, grazie a Carbonio Editore e alla traduzione del massimo esperto italiano dell’opera di Strindberg, Franco Perrelli.

Il nome di Strindberg si associa più facilmente al teatro che alla narrativa, nonostante non siano mancati romanzi di grande successo, come La sala rossa, pubblicato nella collana economica dei classici BUR e presente in molte case italiane. L’idea che un noto drammaturgo si sia cimentato con un romanzo come Solo apre di per sé a una prima riflessione interessante. Cosa ha portato un uomo di teatro, dunque abile a ricavare grande letteratura dalla dialettica tra voci e caratteri, a scrivere un libro che dichiara in modo programmatico l’assenza di dialogo?

Va detto in principio che l’ipertrofia di romanzi del genere all’inizio del XX secolo è stata analizzata dai critici sotto varie lenti. Una riporta all’influenza che anticipatori, colleghi, emuli e rivali del dottor Freud hanno portato nel campo del pensiero, spingendo la letteratura a scandagliare dentro la psiche umana. Un’altra si aggancia al prepotente ingresso delle masse nel discorso pubblico e quindi alla reazione uguale e contraria di chi non immaginava il suo diritto a essere individuo schiacciato dentro un universo collettivo.

L’esigenza di Strindberg di scrivere Solo si può analizzare dentro entrambi questi schemi, a patto però di non appiattirsi su di essi, e magari di farli incastrare dialetticamente. Il narratore dell’opera è per lunghi tratti un alter ego dell’autore, ritornato a vivere a Stoccolma dopo una lunga assenza, e in cerca di una dimensione. È un uomo disilluso, orgogliosamente antipatico e che non di rado ama mostrarsi cinico.

La noia per i vuoti rituali e per le futili chiacchiere da caffè allontana il nostro protagonista dal mondo, e Strindberg incide pagine splendide e feroci sulla vanità delle strutture sociali e sul modo in cui asfissiano la sua individualità. A tratti, sembra davvero di essere di fronte a un misantropo da archetipo:

È di nuovo inverno, il cielo è grigio e la luce viene dal basso, dalla neve candida per terra. La solitudine s’intona bene con la morte apparente della natura, per quanto diventi talvolta troppo pesante. Ho nostalgia degli uomini, ma in solitudine sono diventato troppo delicato, ho l’anima scarnificata e mi sento così viziato dalla mia libertà di dirigere i pensieri e i sentimenti che a malapena posso sopportare il contatto con le altre persone: già, ogni sconosciuto che mi avvicini mi soffoca con la sua temperatura spirituale che sembra invadere la mia.”

I richiami, fortemente espressionistici, al clima e ai colori di Stoccolma tornano spesso a costituire un quadro generalmente cupo e malinconico, prestando il fianco anche a momenti di sfacciato classismo:

Le serate si fanno sempre più lunghe, ma so per esperienza che è meglio non uscire finché strade e parchi sono popolati da gente triste, che non ha i mezzi per andare in campagna. Ora che i più fortunati hanno lasciato i luoghi più eleganti della città, spunta fuori la popolazione povera dei sobborghi a occupare i posti lasciati liberi. Questo conferisce alla città un aspetto rivoluzionario, come se fosse stata invasa, e dato che la bellezza segue probabilmente sempre la ricchezza, lo spettacolo non si può dire bello.”

Se dovesse essere tutto qui, al netto di una prosa di sicura efficacia, ci troveremmo di fronte all’elegante borbottio di un vecchio conservatore spaventato. In quel caso, tuttavia, non ne parleremmo neanche. C’è ovviamente dell’altro. Strindberg conosceva fin troppo bene gli umani per relegarli a maschere fisse schiave di un soggetto. La scintilla della letteratura dentro Solo esplode in uno stridore tra intenzione e realtà. Il protagonista mostra quasi subito le crepe del suo racconto di orgogliosa autarchia emotiva e sentimentale. Come il proverbiale fucile appeso al muro che aspetta soltanto di sparare, i segnali dentro Solo sono sottili ma pressanti, e dichiarano un bisogno atavico di umanità, assolutamente insostituibile. A volte, persino disperato:

Allora mi sono turbato e ho avvertito la solitudine come una maledizione; mi tormentava il pensiero che gli altri non desiderassero la mia compagnia perché li avevo rifiutati. E così, la sera, uscii. Sedevo nel tram soltanto per sentirmi nello stesso ambiente nel quale si trovavano degli esseri umani. Cercavo di leggere nei loro sguardi se mai mi odiassero, ma leggevo solo indifferenza. Ascoltavo i loro discorsi come se fossimo a un ricevimento e avessi il diritto di partecipare a una conversazione almeno come ascoltatore. Quando c’era folla, provavo benessere, avvertendo col gomito il contatto di un altro essere umano.”

E poi continua:

Non ho mai odiato gli uomini, direi anzi il contrario, ma ho sempre avuto paura di loro, dalla nascita. La mia disponibilità è stata tale che ho potuto frequentare chiunque e, in passato almeno, ho considerato la solitudine come una condanna, e può anche darsi che lo sia. Già, ho chiesto a qualche amico che era stato in carcere in che cosa consistesse, in definitiva, la pena: nella solitudine, è stata la risposta.”

Strindberg costruisce questo suo romanzo senza una precisa struttura narrativa, reggendosi piuttosto su lampi estemporanei e sequenze slacciate. Non è inconsueto dunque trovare dei momenti così improvvisi e quasi intimi, come pagine di diario, alternarsi a sequenze come quelle citate in precedenza, più riflessive e filosofiche. Perché in fondo, oltre alle palesi ma circostanziate grida d’aiuto, sono anche altri gli indizi che dimostrano quanto l’allontanamento dal mondo per il narratore non sia poi così desiderabile. Il primo indizio è sicuramente l’amore per Balzac. La rilettura costante dell’opera omnia del maestro francese si riflette nel modo in cui la voce narrante stessa guarda il mondo e lo descrive. Come Balzac, il protagonista è ghiotto di umanità e della realtà circostante. Che si tratti di criticare lo scarso fiuto per gli affari di un commerciante locale o di fantasticare sulle sorti di un uomo incrociato sulla strada, le reazioni suscitate e le storie generate da questi frammenti di incontri sono uno specchio in cui di certo non si riflette la volontà di rifuggire dal mondo, ma semmai di osservarlo da una prospettiva nuova.

Il secondo indizio è la musica di Beethoven, e in particolare la Sonata al chiaro di luna che più volte fa capolino tra le pagine del romanzo. Non a caso, la sonata in questione è una composizione per pianoforte solo e, nel primo movimento, ha una marcata vena malinconica, ideale specchio sonoro delle evocazioni del libro. La musica fa la prima apparizione in Solo con una presenza molto concreta, benché ovattata. Il narratore la sente arrivare attraverso il muro, suonata al pianoforte da una delle vicine del palazzo accanto. Coerentemente con il suo spirito, il narratore si limita ad assumere il fatto, senza mostrare l’intenzione di superare quel muro, reale e simbolico insieme, e fare la conoscenza diretta della vicina pianista. Più avanti nel romanzo, la sonata ritorna. Prima come ricordo, e infine con una nota misteriosa. Il protagonista la sente risuonare, ancora una volta, forse dalla casa accanto. Se non fosse che, a quel che gli risulta, le persone che ci abitano sono già partite per la villeggiatura. Sono i movimenti successivi questa volta a colpire il narratore, l’allegretto centrale e il presto agitato finale, che gli sembrano una dichiarazione d’intenti. Le note finali, così distanti da quelle del primo movimento, emergono come un fiume carsico e accompagnano le riflessioni del protagonista verso un’altra consapevolezza di sé e della sua solitudine:

Finalmente, si fecero le nove, ma pensavo con timore alla restante lunga ora. Quella mi sembrava eterna e non sapevo come accorciarla. Io non avevo scelto la solitudine, mi era stata imposta, e ora la odiavo come una costrizione e volevo uno sfogo, volevo sentire musica, una grande musica, di quel musicista che, più grande di tutti, aveva sofferto l’intera esistenza… desideravo soprattutto Beethoven e richiamavo al mio orecchio l’ultimo movimento della sonata Al chiaro di luna, che mi sembrava l’espressione suprema della tensione umana verso la liberazione, che le parole di nessuna poesia sono mai riuscite a eguagliare!
Il crepuscolo era calato; la finestra aperta; soltanto i fiori sul tavolo del salone mi ricordavano l’estate; stavano alla luce, silenziosi, fissi, profumati.
Allora udii chiaramente, distintamente, come provenisse dalla stanza accanto, il potente allegro… della sonata Al chiaro di luna levarsi come un gigantesco affresco; vedevo e udivo nello stesso tempo; ma, incerto se si trattasse di un’illusione, ero colto anche dal brivido che si prova dinanzi all’inspiegabile. La musica veniva apparentemente dalle ignote benefattrici del palazzo accanto, senonché dovevano essere in campagna! Però, potevano anche aver fatto ritorno in città per qualche servizio! Meglio così: si suonava per me e ne prendevo atto con gratitudine, sentendo di non essere solo nella mia solitudine e di essere in sintonia con persone a me prossime.”

Le pagine di Solo lasciano il lettore con la sensazione di un discorso non compiuto, e non potrebbe essere altrimenti. Lo fanno dentro un orizzonte che appartiene più al romanzo filosofico che all’opera narrativa tradizionale. Quando Strindberg scrive Solo, la dialettica dell’individuo nella società di massa è in divenire e lui non si prende la briga di proporre una soluzione. Tutt’al più, da avido osservatore e mediatore di comportamenti umani, aggiunge un tassello a un discorso che continuerà ben oltre la sua morte. Arrivati alla fine della lettura, non abbandoniamo la storia con particolare rimpianto. Si tratta in fondo delle vicende di un uomo bloccato in una dimensione senza sviluppo. Dal suo sguardo sul mondo, invece, ci si congeda con difficoltà. Del resto, con i classici capita spesso.