Il cannocchiale del tenente Dumont

Mi sono tuffato nella lettura del Cannocchiale del tenente Dumont (L’orma editore) con il solito atteggiamento con il quale mi accingo alla lettura di un romanzo storico: un atteggiamento di superiorità. I romanzi che si ambientano nel passato offrono la consolazione di vedere da un piedistallo (d’altezza variabile a seconda del periodo storico; sarei quasi tentato di dire inversamente proporzionale alla vicinanza del periodo storico) fatti e personaggi che animano la storia narrata. Di guardare il tutto con benevola comprensione, in alcuni casi con divertito sgomento. Di sentirsi migliori, superiori e molto più fortunati. Più civili. Più puliti. Più alti e più belli. Di sapere anche “come andrà a finire la storia”, quantomeno quella del più ampio contesto ove si inseriscono le vicende particolari oggetto della narrazione. Di fatti, spesso rimproveriamo al Manzoni un eccesso di paternalismo: ma forse anche qui, è il grande autore ad avere l’ultima parola su torme e torme di professorucoli, miopi studiosi, critici e parrucconi assortiti. Manzoni assume un atteggiamento sì paternalistico, ma nei confronti di avvenimenti e personaggi di un paio di secoli prima… perciò è una posa naturale, quella assunta dal Manzoni: “posa naturale” significa che nulla vi è di costruito, di falso o di arrogante in questo atteggiamento quanto si voglia paternalistico.

In più mi sono accostato alla lettura del romanzo storico di Marino Magliani con lo stesso entusiasmo di chi sta per cominciare la lettura di un romanzo di Alexandre Dumas. Ciò che vi ho trovato all’interno però ha un gusto molto più rinforzato e sapido di un romanzo d’avventura vecchio stampo. Magliani si occupa di illuminare la scena. Magliani è più scenografo che sceneggiatore. I capitoli del romanzo ribollono di immagini sfolgoranti, concrete. Le parole intessono un arazzo. Il lettore ha chiaro ogni minuzia e ogni dettaglio degli ambienti alle spalle dei personaggi. Magliani non la conta su; a lui preme innanzitutto cesellare immagini, le scolpisce nella mente del lettore. In quale parte della mente del lettore Magliani le infigga è presto detto: la parte non dei sensi o della ragione, ma dell’intelletto.

Come a Magliani la magia riesca questo non è facile da restituire al lettore che del libro non abbia ancora fatto esperienza. Di sicuro, “Il cannocchiale del tenente Dumont” appare come una sorta di corposo romanzo citazioniere (e a nostra volta alludiamo al “Citazioniere Montaliano”? Probabile). Ma in realtà ciò che Magliani fa non è semplicemente nascondere tra le righe (come sagacemente rilevato anche da Marco Grassano in un suo articolo sul “Cannocchiale”) citazioni, echi, rimandi di poeti e autori a lui cari (da Biamonti a Shakespeare da Pascoli a Montale) in quel gioco da settimana enigmistica tutto per lettori intellettuali iper-colti che è spesso un giuoco fine a se stesso, uno zuccherino che l’autore dà al lettore per saziarlo, una spezia che dia al lettore quel gustino in più. No, in questo caso la faccenda è così pervasiva da essere sostanza essa stessa del racconto. E’ qualcosa che gli autori fanno: prendono del materiale preesistente e lo rifunzionalizzano all’interno di una storia. Questo materiale preesistente è di solito parte di una documentazione: pagine e pagine di libri di storia, saggi, documenti. Insomma, pagine asettiche, fredde che l’autore riesce a scaldare e a portare a vita, ad animare inserendole in un set romanzesco. Ma, in fondo, la cosa si può fare anche quando il materiale preesistente provenga da altre opere d’ingegno. Quel materiale caldo, a volte, tanto più caldo non è. Si è raffreddato. E un autore di opere letterarie (e un traduttore, per giunta, come Magliani) ha tra le sue prerogative, abilità anche quelle di accorgersi quando quella materia di poesie o opere che lui ama particolarmente non è più incandescente come un tempo, sta morendo, sta perdendo la sua potenza. Allora, la scrosta via da quel luogo sepolcrale che è diventato il testo originario e la fa rivivere in qualcosa di nuovo, di diverso. Son cose che si fanno. Si fanno soprattutto con le forme letterarie, ma in fondo ci sono esempi anche che riguardano prettamente la sostanza.

Magliani sa ciò di cui parla. Magliani conosce di prima mano le fonti dei suoi maestri. Ha visto ciò che Biamonti ha visto. Ha stretto ciò di cui Montale verseggia. Per lui è casa, vita ordinaria ciò che noi chiamiamo poesia. E’ dentro di lui, nelle sue mani, nei piedi, nella sua testa. Ogni giorno. Ci sono fiori, piante, distese di campi. Ci sono profumi e sapori. Vive in questa dimensione di eterna fioritura. Per Magliani è un fatto naturale trasportare questo mondo alato e fatato in un romanzo storico con impianto avventuroso. Come avrebbe scritto un romanzo d’avventura Biamonti? Come l’avrebbe scritto Montale? Nel 2021 Marino Magliani ci ha dato “Il cannocchiale del tenente Dumont”.