Sull’incompletezza – Intervista a Gianni Montieri

Davide Spinelli

Ho conosciuto Gianni Montieri quando ero una matricola. Mi ero trasferito da qualche mese a Pavia. La conoscevo solo per Gerry Scotti. Ma c’era un collegio, quindi non pagavo l’università e potevo studiare lettere, anche se ero tutt’altro che sicuro fosse la mia strada. In sala mensa trovai una copia di Inchiostro, il giornale dell’Università. Non conoscevo nessuno e mi pareva un buon modo per entrare in gruppo di persone nuove. Uno dei primi compiti che mi diede il caporedattore di allora, Demetrio Marra, fu un’intervista a Montieri. Avremo cura era uscito da poco. L’ho letto per intero in una sala d’attesa dell’Ospedale di Udine, mentre mio padre faceva una topografia corneale. Accanto alle poesie mi segnavo tutto quello che passava per la testa, poi grazie a Demetrio ho messo in ordine. Non avevo mai chiesto niente a qualcuno. Di poesia sapevo pochissimo. Però Montieri parlava di calcio, spaghetti, profondo Sud, risse, suoni strani, stazioni ferroviarie di Milano. C’entravo anche io qualcosa. Sono passati oltre quattro anni e tra Godël, le maree di Venezia, tempi verbali, ho provato a chiedergli di nuovo qualcosa; questa volta su Le cose imperfette (LiberAria, 2019), semifinalista 2021 al Premio Fortini.

Parto da qui. Dopo aver letto Le cose imperfette, ho ripreso le tue due raccolte precedenti: Futuro semplice (2010) e Avremo cura (2014). Nelle prime due il tempo è al/il futuro. Nell’ultima è l’imperfetto: un tempo passato che indica abitudini, ripetizioni. Con Le cose imperfette hai voluto tornato indietro? Perché?

Forse sono le imperfezioni, le nostre, il modo per leggere il futuro. Mi pare che il tempo a venire, quello dei cambiamenti, delle nuove direzioni, lo si possa individuare soltanto inciampando. In questo senso va cercato forse un legame tra i tre libri: il passato e il futuro sono collegati, inesorabilmente, quello che è accaduto ci condiziona e ci accompagna, quello che verrà pure ci sta già accompagnando, sta nella nostra capacità di sperarlo, desiderarlo, intravederlo nei gesti più consueti, nei fatti.

Resto sul tema “tempo”. Mi sono segnato qualche passaggio: «mi infilo nel tuo nodo stretto/ m’ingegno per portarti indietro»; «lunedì lanciato in loop»; «Se il presente rimanesse/ come adesso, un punto dove non distingui la separazione». In che modo questo libro è nel tempo? Hai trovato una tua definizione?

In un racconto intitolato “I mercanti del tempo”, il grande scrittore Daniele Del Giudice ipotizza che da qualche parte si possa acquistare e vendere il tempo, sviluppa l’idea in una storia bellissima. Credo che il tempo non stia dentro una definizione, mentre rispondo la frase precedente è già passata, e allora corrisponde ancora alla realtà? O dopo averla scritta, dieci secondi dopo, l’avrei già pensata diversamente?

In questa raccolta – va da sé – ho letto molte cose a metà. Per te l’imperfezione sottende un binomio complementare? C’è imperfezione perché non c’è completezza?

L’imperfezione è la nostra condizione naturale, le cose imperfette siamo soprattutto noi. L’imperfetto è il verbo che ci coniuga meglio. Dove potremmo andare altrimenti con il nostro carico di errori? Con il bagagliaio carico di indecisioni, scelte sbagliate, incongruenze? (Sto facendo io delle domande a te, sono incorreggibile). Infine, è nell’imperfezione che si agitano i sentimenti, senza i quali non serviamo a niente.

Esagero. Il tema della completezza/incompletezza mi ricorda i miei studi. I teoremi di incompletezza di Gödel sono tra i punti chiave della logica. In una sintesi maldestra il teorema dice che esisteranno sempre delle proposizioni vere che non possono essere dimostrate tali. L’incompletezza del sistema è quindi un problema cronico. L’ho applicato a Le cose imperfette; dici: «il tuo mattino disperso/ ricomposto in coda al mio». Per Carver in un racconto ci sono sempre due poli: lui e lei. Quando si scrive, quello che diceva Carver, è vero (anche se non sempre è dimostrabile)? C’entra l’amore in questa storia?

Credo che l’amore sia talmente imperfetto da risultare l’oggetto più riuscito; non sappiamo mai come comportarci, procediamo per tentativi, siamo così precari quando facciamo una carezza, domandiamo un bacio. Eppure è l’unica cosa che ci salva. Però vorrei cambiare i poli e dico amore e morte, che comprende lui e lei, io e voi, comprende tutti quanti noi. Nulla di questa risposta è dimostrabile, a Godel piacerà.

Il titolo mi ha ingabbiato. Mi ha ricordato un film recente, Le sorelle Macaluso di Emma Dante, il cui messaggio è chiaro: a differenza nostra le cose restano. Possiamo parlare di noi senza considerare le cose? Quando e perché le cose sono persone?

Ti rimando alla lettura di “Tante care cose” di Chiara Alessi. Parla di alcuni oggetti che nel tempo ci hanno cambiato la vita. Quasi sempre sono nati da intuizioni improvvise e straordinarie. Le cose sono persone perché con le persone interagiscono. Mi domando cosa sarei senza la mia lampada da tavolo, le mie penne, le mie moka che mi seguono da tutta la vita. Alcune cose descrivono il nostro carattere meglio di quanto farebbe un amico. Quindi forse non possiamo parlare di noi senza considerare le cose. Anzi: senza sentirci cose.

La variabile diatopica è presentissima ne Le cose imperfette. Sai che a Roma ci sono legato per metà. Mi dici cosa intendi quando racconti che «non succede niente a Roma»?

Il verso “non succede niente a Roma” nasce da una sensazione provata una domenica mattina camminando sul lungo Tevere, era una bella mattina di sole, silenziosa, a un certo punto è passata un’auto blu con tanto di scorta, a sirene spiegate. È sembrata una scena fuori dal tempo, gonfia di significati che non ricordavo più. Era inutile, e in quell’istante lo era pure Roma, con la sua bellezza che potrebbe non esistere perché non la comprendiamo. La sua bellezza che si perde nelle ecchimosi sul volto di Stefano Cucchi, “spariva Roma” nelle ansie di un amico con cui parlo al telefono mentre aspetta l’uscita del figlio da scuola, da qualche parte a Roma Nord.

L’imperfezione è una richiesta (una ammissione?) d’aiuto. Le voci alle quali ti affidi sono molte: Mari, Borges, Bolaño, Haruf, Carver. Ti chiedo dell’ultimo, perché credo sia quello più presente. Il titolo è la prima spia. L’imperfezione è la cifra del quotidiano. In questa raccolta ho visto colto il frutto di Carver: l’autorizzazione a parlare di tutto quello che per ognuno è importante. Qual è l’imperfezione a cui non puoi rinunciare? Quanto è importante che ci impegniamo a conservarla?

Trovo interessante che Carver ti sembri così presente – pur essendo l’unico mai nominato direttamente in questo libro –, così importante. È fondamentale come le mie moltissime letture, ma è un tassello, di certo il suo modo di osservare il mondo partendo da un piccolo dettaglio è un insegnamento che mi è molto caro. In generale, gli scrittori sono presenti nelle poesie perché stanno sempre con me, ma valgono quanto una scatola di biscotti, servono a farci riconoscere.

Tra i tanti mi sono annotato questo verso: «- la maniera che conosco di pregare – ». Scrivere è una forma di preghiera?

La letteratura è il mio conforto. Mia madre trova conforto nella preghiera, io lo trovo leggendo.

Domanda secca su un tema della raccolta: l’indifferenza verso i migranti è imperfezione?

Se tutte le cose sono imperfette anche l’indifferenza verso i migranti lo è, ma non è soltanto questo. Non avere a cuore i destini dei migranti vuol dire non aver a cuore nemmeno noi stessi. Vuol dire essere fuori dal tempo, avere l’idea di cavarsela con poco.

Prima di chiudere vado alla fisica. L’entropia misura il grado di aumento del disordine. Questa è una raccolta che tende ad aumentare l’entropia. Conoscere sconosciuti l’aumenta. La parola è un modo per accorciare la distanza tra ciò che è lontano, sconosciuto, disordinato? È anche questo il “tuo motivo”? In questo libro, quindi, l’imperfezione è più temporale o spaziale?

La parola sicuramente accorcia le distanze, il proposito di questo libro (tra gli altri) è proprio questo. Mi piace però (e mi interessa) quello spazio silenzioso in cui stare, nell’attesa che si generino parole nuove, anche in quell’intervallo si accorciano distanze.

Finisco. Nella nota scrivi che è un libro pieno di domande senza risposta. Quali sono le domande più importanti a cui non bisogna rispondere?

Non le conosco.