Il treno di Dalì: intevista a Salvatore Vivenzio e Fabio Iamartino

Carla Gambale

Il treno di Dalì di Salvatore Vivenzio e Fabio Iamartino è uscito a fine marzo per Shockdom. Il primo lavoro di Vivenzio è La Rabbia, edito da Shockdom nel 2018. Lo sceneggiatore avellinese ha esordito nel mercato americano con Distorted, una miniserie di 5 numeri per Scout Comics, a cui ha fatto seguito un’altra serie: Kangaroo Cyber Samurai pubblicata da Behemoth Comics. Ad affiancare l’instancabile e creativo Vivenzio per l’ultimo lavoro uscito in Italia c’è Fabio Iamartino, che si inserisce nel panorama italiano del fumetto con quest’opera, ma che sta già sperimentando nuovi percorsi grafici. I due avevano già lavorato insieme per Ronin, una storia autoprodotta. Da Ronin sono arrivati a creare Il treno di Dalì. La narrazione e i disegni del fumetto ci trasportano subito in un mondo onirico. La palette di colori si fa opaca e i personaggi liquidi, quasi smaterializzati, con volti allungati e senza forma. Il nostro Dalì è l’unico che mantiene una sua corporeità “materica” in questo mondo di strani esseri umani. Il protagonista è un investigatore privato che non svelerà mai su cosa sta investigando, forse in fondo, non lo sa neanche lui. Il lettore segue Dalì in questa folle corsa per risolvere il difficile caso e più che dialogare con altri personaggi, come ci si aspetterebbe da un fumetto, si perde in una narrazione intimista sulla sua vita, sul suo passato e sulle sue scelte, a corredare questa intensa sceneggiatura i disegni di Iamartino che specialmente nella seconda metà del fumetto, esplodono in intriganti splash page e si inseriscono in originalissime composizioni della pagina.

  • Un treno, un mondo liquefatto e un investigatore: com’è nata l’idea di questo fumetto?

    Salvatore Vivenzio: Da un periodo di crisi. Ogni volta che mi siedo alla scrivania e penso a qualcosa che vorrei scrivere, o sento il bisogno di scrivere, di solito parto da una domanda o da uno stato “scomodo”, “pruriginoso”. Da qualcosa che non va. Il Treno di Dalì prende vita da un periodo difficile in cui mi imbarcavo verso il mondo degli adulti con poche certezze e molte domande. Dovevo investigare, capire delle cose. Il viaggio che stavo compiendo mi sembrava assurdo e l’ho rappresentato al meglio delle mie possibilità.

    Fabio Iamartino: L’idea del fumetto nasce completamente da Salvatore. Io sono autore solamente della resa grafica dell’immaginario da lui suggerito, della costruzione delle ambientazioni e del “vestito” che per l’appunto caratterizza questa storia per come la si può leggere in questo volume.
  • Com’è nato il sodalizio che ha portato alla creazione de Il treno di Dalì? Come vi siete trovati a lavorare insieme e pensate di continuare a collaborare o avete già progetti in solitaria?

    S.V.: Io e Fabio avevamo già lavorato a una storia breve per il nostro collettivo, La Stanza, oramai defunto e sepolto come succede a tutte le cose che invecchiano. Però dai corpi in decomposizione a volte nascono cose belle. Avevo provato a realizzare questa storia un paio di volte ma senza mai trovare il disegnatore adatto, qualcuno capace di rappresentare la follia scomposta che era il mondo nel quale era calato il nostro personaggio. Fabio ci è riuscito con discreta facilità. Difficilmente torno a lavorare con autori con cui ho già lavorato, quando ci provi hai un po’ lo stesso gusto di quando torni da una tua ex. È bello aver fatto qualcosa insieme, è giusto che nulla lo inquini. Poi mai dire mai, certi amori fanno giri immensi…
    È stato importante per noi anche che Shockdom credesse in un’idea così articolata, in un libro che, lo sapevamo tutti, non sarebbe stato facile per i lettori. Il treno di Dalì ha un appeal particolare ma non è di certo un libro pop. È stato utile che loro ci dessero fiducia ma anche che minassero (nel lavoro con l’editor, Chiara Zulian) un po’ le nostre idee inziali, questo ci ha permesso di aggiungere varie scene di congiunzione e di chiudere il cerchio nel modo giusto.

    F.I.: La collaborazione nasce grazie al collettivo di autori, disegnatori e sceneggiatori La Stanza fondato dallo stesso Salvatore, di cui sono entrato a far parte, dopo essere stato notato dallo stesso in seguito a un precedente lavoro pubblicato sui social (un fumetto breve dal titolo Ammutinamento privato sui testi di Paola Oliviero per l’ex collettivo “Marengo autoproduzioni”). Dopo aver realizzato insieme una storia breve dal titolo Ronin (testi di Salvatore Vivenzio e cover di F. Guarnaccia), Salvatore mi ha proposto il progetto de Il Treno di Dalì. Il lavoro insieme è stato un processo di conoscenza reciproca e un primissimo esperimento per me in quanto primo vero lavoro lungo fatto in collaborazione con uno sceneggiatore. Sono stato autonomo sulla sua sceneggiatura, ma ci siamo confrontati molto e a più riprese sia sulle scelte grafiche che sulla storia e i suoi passaggi. Ho avuto con lui momenti di “disallineamento” e altri di intesa. In generale mi ha lasciato molto questo primo lavoro e, essendo lui più ferrato ed esperto di me sul mezzo del fumetto e in generale della narrazione, ho maturato sia conoscenze che mi aiuteranno nei lavori futuri sia esperienza nel lavoro di coppia utile a livello umano e, nello specifico, nel lavoro di disegnatore/autore di fumetti. Attualmente non abbiamo in previsione collaborazioni, anche perché ognuno si sta dedicando a progetti personali. Spero ci possa essere un’occasione per lavorare insieme di nuovo però…Magari una nuova strana coincidenza come è stato lo sviluppo di questa storia.
  • Il treno di Dalì sarebbe dovuto uscire prima della pandemia, come avete vissuto la posticipazione della pubblicazione di quest’opera e più in generale come ha influito e ovviamente, ancora influisce la situazione esterna sul vostro lavoro?

    S. V.: Malissimo. Per me è stato un colpo pesante: il volume sarebbe dovuto uscire in anteprima per il Napoli COMICON, come successo per La Rabbia nel 2018 e ne ero molto entusiasta, l’ambiente della fiera mi trasmette sempre un certo brio, mi fa sentire “nel posto giusto”. In più si trattava di una storia scritta quando avevo 19 anni, quindi che si portava addosso già qualche annetto di invecchiamento. Ero molto preoccupato di perdere il contatto con la storia, di non vederla più come qualcosa di mio, invece almeno da questo punto di vista credo rimanga un affresco valido di un periodo della mia vita. La ricerca in fondo è uno stato universale e senza tempo.

    Se dobbiamo trovare un lato positivo c’è sicuramente il fatto che questo slittamento ci ha permesso, grazie all’iniziativa di Shockdom, di avere la distribuzione anche in Francia e Spagna, affacciarsi ai mercati esteri e avere un proprio libro tradotto in altre lingue è una bella opportunità. La pandemia influisce molto. Ha ritardato le uscite, causato problemi nelle lavorazioni, ha chiuso le librerie per molto tempo lasciando quasi privi di entrate un grosso numero di editori. Personalmente ho riscontrato un dato molto negativo, mi sembra sia sempre più difficile fare un libro e portarlo ai lettori. Non so se a questo problema sorgeranno nuove soluzioni o se dopo questo periodo difficile ce ne sarà uno migliore, posso solo sperarlo.

    F.I: La notizia del rinvio dell’uscita e soprattutto delle presentazioni, alle quali guardavamo con molta impazienza, è stata un po’ sconfortante, ma personalmente ho avuto più momenti di “up” relativi a questa situazione generale rispetto a quelli di “down” (che comunque ci sono stati e non pochi) perciò ho metabolizzato col tempo senza eccessivi fastidi. In merito al lavoro generale, mi giustifica a dedicarmi ai contenuti su cui sono al lavoro ora piuttosto che a concretizzare le effettive possibilità di pubblicazione, ma questo diventa decisamente un’arma a doppio taglio e rischia di rendere i lavori all’attivo più fumosi o soggetti a procrastinazioni.

  • Il treno di Dalì per essere un fumetto ha relativamente pochi dialoghi, la maggioranza della narrazione è infatti affidata alla voce intima del protagonista. La storia che si dipana sotto i nostri occhi è quella dell’investigatore Dalì, che più che risolvere un caso che gli è stato affidato cerca di risolvere sé stesso. Il lettore si trova quindi davanti quasi ad un flusso di coscienza, intervallato di tanto in tanto dai dialoghi con la vicina di treno, come mai questa scelta?

    S. V.: Quando vivi una crisi esistenziale tendi a parlare molto più con te stesso che con gli altri. È difficile rivedersi o trovare conforto in parole che non vengano da sé. Risolversi è una questione personale che ci porta ad allontanare il mondo esterno, per poi, a volte, chiedergli aiuto quando sentiamo la necessità di aprirci a esso. Il nostro fumetto ha una grossa componente introspettiva. Non si è trattato di una scelta ragionata, è stato semplicemente il risultato di un percorso di scoperta che andava di pari passo con la scrittura. Probabilmente avevo bisogno di dirmi delle cose e ho scelto i personaggi più adatti. Forse volevo parlare con me stesso e Dalì era quello che mi somigliava di più: sfortunato, disperato, malinconico.

    F. I.: Questa è materia di Salvatore, ma personalmente direi che è una scelta molto azzeccata (se non spontanea da parte sua) dal momento in cui si parla di una storia fatta di poca linearità, richiami alla dimensione interiore del protagonista e che deve trasmettere quel senso di spaesamento proprio di quando è stata scritta. Secondo me, salvo un certo grado di equilibrio interiore, più le cose sono intime e per lo più confuse e più le voci che sentiamo sono poco definite, intervallate da lunghi silenzi o da altre voci con cui abbiamo bisogno di confrontarci ma che non si capisce se appartengano a persone conosciute, familiari o parenti, amori o sono solo uno sdoppiamento della nostra stessa voce.
    Più volte ho pensato che questo stile di racconto, che a me piace molto, sarebbe potuto risultare un po’ respingente, ma Chiara, che è stata l’editor che ci ha seguiti e in generale la redazione di Shockdom, non ha mai “tarpato” le ali da questo punto di vista. Siamo stati invitati, in un paio di punti del volume, a inserire piccoli elementi più “chiarificatori” ma in realtà sono stato per primo stupito del fatto che credessero nella “poca linearità della storia” e che l’avessero riconosciuta comunque come punto di forza da supportare.

  • Rimanendo sulla questione del flusso di coscienza, oltre alla narrazione ci sono cambi repentini anche nella costruzione della pagina, nella disposizione delle vignette che impongono al lettore di cambiare continuamente punto di vista, ambientazione, situazione. Perché avete deciso di utilizzare questo stile grafico? La scelta non è assolutamente scontata e questo lo rende forse un fumetto un po’ ostico da seguire per chi non è abituato a leggere fumetti in generale, ma è indubbio che rende moltissimo lo stato di confusione e incertezza che governa la personalità di Dalì.

S. V.: Quello che volevo rappresentare personalmente alla scrittura era lo stato di perdizione che vivevo io stesso all’epoca. Non ci capivo molto di quello che mi stava succedendo, ero in balia degli eventi e cercavo un filo di Arianna che potesse tirarmi fuori dai guai. Volevo trasmettere il mio stato al lettore. Non è sicuramente un fumetto facile o una lettura d’intrattenimento, è più un prodotto per chi ha voglia di perdersi una mezz’oretta e farsi delle domande insieme a noi.

F. I.: La scelta è stata dettata dal tentativo di trasferire in immagini quello che doveva raccontare la storia ovvero un viaggio confuso e per lo più intimo e sconclusionato. In realtà mi spiace che questo possa diventare un piccolo muro per un eventuale lettore poco abituato alle storie per immagini, ma penso e spero che venga voglia di fare uno sforzo in direzione della storia piuttosto che arrendersi davanti a questo “ostacolo”. Non sono un grande fan della linearità e mi piace anche un po’ provocare e stupire, perciò disegnare il fumetto in questo modo è stato soprattutto un modo per affascinare i lettori (Salvatore per primo) e poi per rendere il mio lavoro un po’ più “espressionista” e un po’ meno descrittivo così da divertirmi decisamente di più anch’io.

  • Anche i colori del volume sono particolarissimi. La palette utilizzata è molto variegata e cambia moltissimo anch’essa in base ai pensieri di Dalì, alle situazioni, dal treno alla città, dal giorno alla notte. Ci sono state molte prove di colorazione per arrivare a raggiungere questo risultato?

    F.I.: Ci sono state più che altro molte prove iniziali di stile di disegno e dei characters principali, passando da alcuni più geometrici ad altri più pittorici o sketchati. Per quanto riguarda i colori invece mi sono rifatto ai “maestri” del surrealismo classico o contemporaneo che sembrano non rinunciare mai a contrasti molto forti, colori insoliti assegnati a superfici o oggetti che ne richiederebbero normalmente altri, accostamenti disturbanti, tagli di luce netti… insomma le eccezioni della quotidianità o la proiezione della quotidianità filtrata dalla nostra, mia in questo caso, dimensione emotiva. Volendo citare alcuni dei riferimenti che hanno guidato il volume: Dalì, Magritte, De Chirico tra i classici e Corneillà, Daniel Clowes, Eric Lambè, Michael DeForge, Ori Toor per i miei personali riferimenti più contemporanei.
  • Gli sfondi, la copertina, il nome stesso del protagonista fanno ovviamente riferimento al grande artista Salvador Dalì. Quando siete stati folgorati dall’arte di Dalì e perché avete scelto proprio lui come tacito personaggio di riferimento per la vostra storia?

    S. V.: Il nome del protagonista è nato in modo abbastanza spontaneo. Mi divertiva poter fare quella battuta su Salvador Dalì nelle prime tavole del volume e il richiamo al surrealismo, in chiave narrativa, era già molto chiaro dall’inizio. Era un periodo in cui cercavo qualcosa che rappresentasse il mio stato d’animo e mi ritrovavo molto nel cinema di Buñuel o nei quadri di Dalì, ma anche di De Chirico, che quindi sono diventati dei riferimenti nella scrittura. Il titolo poi ovviamente è un gancio, attira l’attenzione del lettore, così come la copertina e crea un interesse che magari, con un titolo meno “clickbait”, avrebbe faticato di più a instillare. Ci siamo assicurati che non ci fossero gli estremi per essere denunciati dagli eredi di Salvador Dalì e abbiamo deciso di tenerlo. Per ora nessuna lettera dalla Questura!

    F.I.: Non sono uno studioso di Salvador Dalì, ma è indubbio il fascino che i suoi lavori hanno avuto su di me fin dagli anni delle superiori. Se dapprima ai miei occhi erano i contenuti le cose più interessanti dei suoi quadri: volti, animali deformi, associazioni di oggetti incompatibili, col tempo anche la pittura in sé ha iniziato ad affascinarmi. I contrasti di colore che governano i suoi paesaggi che hanno un calore quasi “sterile” o ancora i gradienti di colore che rendono i soggetti quasi fluidi nella maggior parte delle sue opere hanno sicuramente influenzato il mio gusto e il risultato a cui guardo quando io stesso disegno. Per quanto riguarda Dalì come “presenza” legata anche al protagonista, penso sia un ottimo padrino per una storia che cerca di colpire col fascino di chi racconta un personale periodo di disorientamento psichedelico.