Urla sempre, primavera: intervista a Michele Vaccari

Leonardo Ducros

Michele Vaccari, editor e scrittore, è l’autore di Italian Fiction (ISBN 2007), Giovani nazisti e disoccupati (Castelvecchi 2010), L’onnipotente (Laurana 2011), Il tuo nemico (Frassinelli 2017) e Un marito (Rizzoli 2018). L’abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo Urla sempre, primavera, edito da NN editore. Buona lettura!

Anni fa usciva un romanzo (I mandible di Lionel Shriver, 66thand2nd), in cui viene detto che i romanzi sul futuro non parlano del futuro, ma di quello che temiamo nel presente. La prima cosa che mi ha attratto verso Urla sempre, primavera è che mi è sembrata la prima distopia in cui una delle cose che vengono indicate come motivi per spaventarsi nel presente, non l’unica, ma una di queste cose è la concentrazione di potere nelle mani dei vecchi. Qual è stato il processo per cui hai deciso di occuparti di questo tema?

Questo romanzo è un’utopia, e non una distopia, perché l’idea è che a seconda di come lo guardi puoi parteggiare per fazioni diverse. Quello che vuole fare la Venerata Gherusia, da un certo punto di vista, è corretto. E gli anziani del romanzo sono estremamente onesti rispetto a quelli che abbiamo nella nostra società, non hanno la stessa ipocrisia: decidono finalmente di fare una dichiarazione onesta, di ammettere che non gliene frega un cazzo di chi è più giovane di loro, sono abbastanza trasparenti da dire Non ce ne frega un cazzo di voi, invece di investire poche risorse e inscenare un interesse che non esiste. Io non voglio prendere una parte. Mi piacerebbe – ma non lo pretendo: dal momento in cui esce, il libro non mi appartiene più – che il romanzo venisse visto da entrambi i punti di vista. Sarei felice di avere un lettore che spera nel successo della Venerata Gherusia, perché il modello che loro propongono è sì, avvilente per la nostra idea di cultura, ma per chi non mette la cultura al primo posto il loro mondo è ottimale: la scuola è abolita e tutto è investito per una sola generazione, che è quella maggioritaria. Ragionano secondo un principio sociale per cui si avvantaggia la porzione di popolazione che resterà, senza sprecare risorse destinandole a chi non ha futuro.
Poi, certo, i miei personaggi sono minoritari, perché la mia idea di letteratura è fatta di personaggi che partono dalla minorità; e la mia è una letteratura degli ultimi, non dei primi. Siamo circondati da libri borghesi, in cui al primo posto vengono messi avvocati, professori, persone che hanno una certa posizione. I miei personaggi non hanno una posizione e se ne hanno una è una posizione di estrema minoranza. Vivono per un’idea di sogno, non di realtà. Coltivano qualcosa che già in partenza è impossibile, ma basato sul concetto di sogno. Quando sogni non sai se quello che hai visto è vero, ma ci credi, e il credere in qualcosa che non esiste è il principio della letteratura.
Per molto tempo abbiamo creduto che il realismo fosse la letteratura, ma il realismo è stato solo uno spazio della letteratura. In realtà, lo spazio originario della letteratura è il fantastico, è abbandonare le proprie certezze e le proprie convinzioni. Oggi siamo tutti analitici nei confronti dei romanzi, non siamo più capaci di arrenderci alla possibilità che i personaggi ci raccontino qualcosa che sta in un romanzo e che non deve rispondere agli stessi principi della realtà. Semmai sta al lettore dare la possibilità al sogno di diventare realtà. Se qualcuno prende Urla sempre, primavera e non crede a quello che sta leggendo è suo compito fare sì che quanto legge possa diventare possibile, non può farlo l’autore né tantomeno i personaggi. Calvino non ti dice che esiste il Visconte dimezzato, ti dice che quella è una possibilità; le Città invisibili non esistono, ti dice, ma se le vuoi costruire, fallo!

Lo scrittore non propone soluzioni o idee del futuro; per me quello che uno scrittore fa o dovrebbe fare è dare un’alternativa e basta. Quando invece è mimetico e propone un’opinione allargata, che diventa quella sorta di autofiction terribile, non quella classica alla Capote ma quella terribile, in cui ti do un’opinione sul mondo partendo dalla convinzione di essere abbastanza autorevole per farlo, lì lo scrittore per me sta sbagliando. Uno scrittore dovrebbe proporre degli interrogativi a cui lui stesso non sa rispondere. Di conseguenza, rispetto al discorso sugli anziani, per me l’interrogazione è palese perché io sono ligure, e la Liguria è la regione più vecchia d’Italia e l’Italia è il paese più vecchio d’Europa e l’Europa è il continente più vecchio del mondo. Quella è una generazione che ha combattuto proprio contro gli anziani – sessantottini e settantasettini hanno combattuto contro gli anziani – e si è trasformata nei mostri che voleva combattere. Quando è arrivato il loro momento non hanno saputo fare lo stesso lavoro che pretendevano dai loro vecchi: lì sta la mia idea, l’idea di dire che c’è un mondo convinto di essere l’ultima generazione, e che quindi dovrebbe avere il coraggio o di commettere un genocidio e uccidere tutte le generazioni precedenti, oppure di smetterla con questa ipocrisia latente di pensare di poter fare un intervento risolutore, che si rivelerebbe solo compassionevole.

Una delle parti più riuscite del romanzo è quella che riguarda il commissario, forse perché quel personaggio è ambivalente, dice cose profonde e condivisibili ma sa di essere un vigliacco, si sente in colpa per le sue azioni ma il suo senso di colpa non lo redime. Questa lotta interiore forse lo rende un personaggio più facile con cui identificarsi rispetto agli eroi, anch’essi dotati di completi e dotati di contraddizioni, ma meno consapevoli dei propri difetti. Come ci hai lavorato?

Il commissario è l’unico personaggio che ho scritto in terza persona, ma è anche l’unico in cui ho voluto mettere la mia storia, la mia voce. Si chiama Michele anche per questo. Credo che lo scrittore finisca inevitabilmente, se fa sul serio, per avere una funzione di responsabilità. Se non lo fai non stai lavorando contro la letteratura, ma contro il mondo. Per me il commissario Giuliani, il figlio di Carlo Giuliani, ti dice che non siamo figli delle nostre radici, come ci è stato fatto credere: abbiamo le nostre radici, ma non dobbiamo essere la conseguenza di quanto è stato creato, alle nostre spalle, di brutto, di orribile, e non dobbiamo essere freudianamente figli dei dolori che ci hanno creato. Il lavoro più difficile è riuscire a distaccarsi dagli orrori in cui siamo nati. E io sono figlio di questo, venendo da una famiglia completamente fascista, eppure, da adulto, non sono stato portato a perpetrare quell’orrore, ma a distaccarmene. Ed è il lavoro più grosso che fa un essere umano, il distacco dal proprio retaggio. Ed è il lavoro più faticoso che chiedo al lettore: distaccarsi da quello che ha letto finora, dalle conseguenze che ha scovato, dagli automatismi, dalla retorica, e pensare che ogni libro, in qualche modo, nel momento in cui vale inizia una rivoluzione – a cui tu puoi scegliere di credere o meno, perché ti appartiene e ti ritrovi e quant’altro. Il commissario Giuliani è uno che fa discorsi sulla morte, sul dolore, sulla solitudine soprattutto, ma li fa con un interlocutore che non ha neanche una lingua evoluta, proprio perché è disponibile a parlare con chiunque, anche con chi non può capirlo, perché ha bisogno di comunicare. Il commissario Giuliani è uno che ti dice che abbiamo la nostra resurrezione personale nel momento in cui siamo in grado di comunicare agli altri la differenza fra noi e le nostre radici. Nel momento in cui scopriamo di avere una nuova famiglia che non è quella che ci ha formato, ma una comunità che formiamo ogni giorno e che non deriva da nient’altro che dalle nostre scelte. Urla sempre, primavera richiama alla responsabilità delle nostre scelte sociali. Non c’è un personaggio che può esimersi dalla possibilità di diventare uno sbirro, il carnefice di un’altra persona. Non esistono buoni o cattivi, questo è più o meno il discorso: siamo tutti carnefici di qualcun altro. E quindi la manipolazione che noi muoviamo negli altri è qualcosa che dobbiamo riconoscere anche quando siamo noi a subirla. Tutti abbiamo subito manipolazioni nell’educazione, sul lavoro, di qualsiasi tipo; il romanzo offre la possibilità di riconoscerle, di sviluppare un interrogativo, e l’interrogativo del commissario Giuliani è ipotizzare la possibilità di non arrendersi a una lingua ormai nuda. Io da scrittore non mi arrendo e non mi arrenderò mai, fino alla morte, a un mondo che vuole la semplificazione. Chomsky dice che se parli alle persone come se quelle persone avessero quattro anni saranno loro a ragionare come se avessero quattro anni, quindi non ti potrai mai lamentare di essere circondato da persone che hanno opinioni che non sono fondate su fatti e obiettività. Il richiamo alla responsabilità è quello. Io lo faccio nei confronti di librai, scrittori, lettori, nei confronti di tutte le persone che partecipano. Non si può pensare che esistano delle persone che sono salve solo perché hanno un’idea migliore di mondo, l’idea migliore di mondo non ce l’ha nessuno, è qualcosa che costruisci insieme agli altri, non da solo, ed è un’idea diversa da quella che avevi tu.
È un’idea che non nasce dal compromesso ma dal conflitto: il commissario Giuliani ragiona sulla violenza. Indaga su qualcosa che nel futuro non esiste, perché gli anziani pensano che la violenza possa arrivare solo dai giovani e non capiscono che in realtà arriva dall’essere umano, ed è anche la sua bellezza. Noi ignoriamo il fatto di essere circondati dalla violenza, facciamo finta di non vederla, anche nelle piccole cose. Abbiamo tutti dei coltelli da cucina in casa ma non pensiamo mai al fatto che degli sbirri potrebbero controllarli o sequestrarli per paura della nostra potenzialità, in quanto esseri umani, di scegliere come usare quei coltelli. La violenza spesso è associata a termini che ci possono spaventare. Se noi avessimo la disponibilità intellettuale di pensare alla violenza come a uno strumento di conflitto per un miglioramento, un’evoluzione, capiremmo che questo paese è fondato sulla violenza. Che senza violenza questo paese non sarebbe esistito. Siamo seduti in un bar a prendere una birra perché qualcuno ha deciso di sparare in testa a qualcun altro, non perché ci ha dialogato, quindi dobbiamo ritornare ad avere un rapporto con due cose: la violenza e la morte. Dobbiamo tornare ad avere le case piene di foto con i morti. Abbiamo pensato questa cazzata che la mia libertà finisce dove inizia quella di qualcun altro. È un modo sbagliato di vedere la cosa: la mia libertà finisce nel momento in cui tu non hai libertà. Questo dovrebbe essere il principio, altrimenti non siamo una società, siamo individui che vivono per cazzi loro. Il commissario Giuliani è la presa di coscienza di un mondo che non ha il coraggio di prendersi le proprie responsabilità. Per questo l’ho chiamato col mio nome, perché io stesso sono uno sbirro, io stesso faccio errori, io stesso potrei avere torto e uccidere la persona che mi troverò di fronte. Perché non sono stato educato a un principio di altruismo politico.

La letteratura americana è riuscita a trasformare in eventi universali i traumi di una sola nazione, i traumi di una sola società. Nel tuo romanzo si sente il bisogno di scardinare il 2001 dall’undici settembre e dire che per noi quello non dovrebbe essere l’anno dell’undici settembre, ma l’anno della Diaz. È un intento programmatico? Un modo per dire che possiamo universalizzare e trasformare in letteratura i nostri traumi come nazione?

La letteratura americana è epica costruita. Noi siamo figli di un’epica ricevuta, vera, e per questo per noi è difficile crearla, perché ne abbiamo già una. Però la lotta nasce dal mito, e soprattutto dalla rifondazione del mito, non dalla sua conservazione. Nel momento in cui siamo capaci di vedere il mito in quello che ci accade, di riuscire a scovarlo nella nostra realtà – e questo è il lavoro dello scrittore – allora puoi offrire ai lettori, alla comunità, la possibilità di vedere qualcosa che va oltre il mondo reale. La letteratura è trasfigurazione della realtà. Siamo abituati alla mimesi perché negli ultimi cinquant’anni della nostra esperienza letteraria siamo stati convinti che la realtà fosse l’unica cosa che valeva la pena raccontare, ma noi siamo stati fondati dal fantastico. La Divina Commedia è fantastica, l’Orlando furioso è fantastico, perché gli scrittori sanno che se vuoi restituire il senso della realtà devi passare dalla trasfigurazione. La letteratura è l’unico spazio per far passare come intrattenimento, senza perdere profondità, qualcosa che altrimenti rischierebbe di essere didascalico o didattico. Ritirare fuori il G8 era l’opportunità per rendere vivo qualcosa e tirarlo fuori dalla cartolina in cui la politica ha cercato e cerca di rinchiuderlo.
Va anche detto che noi, a differenza degli Stati Uniti, non abbiamo spazi incontaminati, abbiamo spazi abusivi e stra-raccontati. Per questo ho cercato di trovare uno spazio nuovo, un luogo non raccontato, per avere la possibilità di trasfigurare il G8 in epica. Per fare questo ho dovuto spostare Genova in un bosco e mettere il bosco dentro Genova, per trovare il sapore dell’avventura e dell’epicità tipico della mitologia. Non volevo raccontare la realtà per quello che era; volevo raccontare la realtà come se fossero le Argonautiche. Devi guardare al fenomeno come se fosse una persona viva: lo strumento di lotta non è concentrarti sulla nostalgia di quello che è perduto, ma guardare alla possibilità di quello che puoi ancora fare. E quindi, attraverso la letteratura, far vedere la vita. Ho deciso di raccontare il G8 e sapevo che c’era un problema politico; sapevo che per la politica è molto più comodo ricordare Carlo Giuliani come un cadavere, perché questo ci permette di essere nostalgici e la nostalgia uccide la creazione del mito. Il mito si crea attraverso l’evocazione, il racconto di qualcosa che è reale e vivo, e nel momento in cui racconti qualcosa quel qualcosa riprende a esistere. Volevo restituire la natura non divina ma mitologica di alcuni personaggi che nella nostra storia ci hanno inchiodati a delle domande che poi sono state nascoste. In questo la nostra letteratura ha avuto paura di ricordare, invece di salvare la memoria. Non ricordiamo la Resistenza e la Shoah solo perché sono fenomeni importanti, li ricordiamo perché abbiamo avuto degli scrittori che ci hanno permesso di emozionarci attraverso il loro punto di vista, attraverso le storie che hanno raccontato.
Gli scrittori hanno un potere, ed esercitare questo potere attraverso il mito, attraverso personaggi che non agiscono per un rapporto di causa-effetto ma per destino, significa dire al lettore che non deve fare qualcosa a causa delle sue radici ma perché crede che sia giusto. Il personaggio di Zelinda non mette al mondo una figlia perché la vuole ma perché crede nella possibilità di uno strumento contro il potere. Pensa che il suo corpo di donna possa essere messo al servizio di una causa più grande che è la maternità non come processo di cambiamento personale ma come mezzo di cambiamento sociale. È un ragionamento diverso rispetto a come siamo abituati a viverci: non agire per l’individualità ma per la socialità; riferirsi a noi, non all’io. Non esiste una persona che nel momento in cui partorisce allora per forza smette di credere a quello in cui crede e si abbandona all’affezione. Può esistere chi partorisce e reinveste nella persona appena nata la possibilità della rivoluzione, perché la ritiene una persona, non una piccola creatura indifesa ma una potenzialità d’attacco. Questo è il ragionamento di Zelinda. Lei non appartiene al ragionamento che la vuole a ringraziare il maschio che le permette di dare la vita, è lei che decide per lui di rimanere incinta, e lo fa per mettere la propria figlia al servizio di una causa più grande. Significa rivalutare il senso della figura femminile, spesso raccontata nei romanzi italiani come qualcuna che non agisce per altro che non sia la famiglia, i figli, l’amore. Zelinda agisce per i propri ideali. La nostra storia come paese ci racconta che la donna non è sostituta, è protagonista, quindi in realtà abbiamo decine di esempi che la letteratura potrebbe seguire ma non segue. Odiare i propri figli è una possibilità, e lo scrittore dovrebbe offrire un’alternativa allo stereotipo. E lo stesso vale per qualsiasi personaggio. Non posso arrivare con un’idea preconcetta di cosa fanno i nonni o le donne. Prendi Spartaco: non dovrebbe rappresentare un problema l’idea che un nonno possa raccontare di un suo incontro sessuale con un altro uomo, in un cinema, alla sua nipote. Se faccio un discorso sul fatto che non c’è ricambio generazionale non posso non offrirti un’alternativa, devo mostrarti un dialogo aperto fra diverse generazioni, dirti che tuo nonno va oltre la funzione di nonno. Che tuo nonno è un uomo che ha goduto, che ha vissuto, che ha amato. Non possiamo continuare a raccontare l’amore come qualcosa di esterno al corpo, perché se esuliamo il discorso della sessualità e dell’amore dal discorso del corpo, se li separiamo, stiamo dicendo che il momento in cui ti innamori è una cosa e il momento in cui ti rendi conto di avere un corpo è un’altra. E allora il corpo puoi agirlo come un oggetto, mentre se agisci il corpo come parte integrante dell’amore a quel punto hai un altro tipo di distanza rispetto alla violenza. Perché hai gli strumenti per guardare al corpo con un rispetto diverso, e non come a un oggetto da sfruttare per il tuo piacere, per la tua supremazia. Dobbiamo restituire il senso del valore del corpo. È questo che racconta Spartaco, da nonno: il valore del corpo e tutto quello che comporta, dal piacere all’orgasmo, è figlio del suo bisogno di amore. Non lo racconta per morbosità, al contrario lo racconta per liberarlo da questo concetto. È come pensare al concetto di parolacce: le parolacce non esistono. L’idea di parolaccia o anche di bestemmia è un’idea sbagliata. Non ti manco di rispetto nel momento in cui bestemmio, esprimo la mia libertà, uso parole che sono parte di una lingua. Sei tu che sei nel punto di vista sbagliato, che usi violenza su di me. Il tabù è uno strumento di violenza. Se rendiamo il sesso un tabù lo rendiamo impossibile, anormale, qualcosa da conquistare. Se il sesso smettesse di essere un tabù verrebbe vissuto in modo più sereno. Il sesso fa parte dell’amore; la violenza fa parte della politica. Allora cerchiamo di guardare nel modo corretto i nostri strumenti.