Variazioni poetiche: Tutti gli appuntamenti mancati di Alice Zanotti

Giulia Cicalese

Partire dalla fine, nel raccontare alcune vite, è inevitabile. Parte dall’ultimo giorno della vita di Amelia Rosselli – l’11 febbraio 1996 – Alice Zanotti nel suo romanzo d’esordio Tutti gli appuntamenti mancati, uscito a febbraio per Bompiani. Il sottotitolo, Un ritratto immaginario di Amelia Rosselli, chiarisce fin da subito la natura di ciò che abbiamo tra le mani: il racconto di una vita filtrato attraverso il velo della creazione narrativa. Il lavoro di Alice Zanotti si inserisce nello spazio ristretto e impervio tra il vissuto biografico – che ci è possibile conoscere grazie a interviste, lettere, testimonianze – e lo studio e l’analisi critica della sua poesia. Zanotti intraprende una ricerca documentata che supera il biografismo. Crea un luogo immaginario, ma non del tutto immaginato, dove fantasticare intorno a curiosità minime; un luogo in cui conoscere chi ormai rappresenta un appuntamento mancato.

La biografia di Amelia Rosselli è un peregrinare per l’Europa, tra continenti; è una vita travagliata, vissuta come una fuga, uno sradicamento. Nata in esilio a Parigi nel 1930, si rifugia all’età di dieci anni negli Stati Uniti, dove vive in un sobborgo di New York, torna in Italia al termine della guerra, si sposta tra Firenze e Londra, per poi stabilirsi definitivamente a Roma. Come lei stessa condensa in alcuni versi di Variazioni belliche, “Nata a Parigi travagliata nell’epoca della nostra generazione / fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi di possidenti / e dello Stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro. / Scappata dall’Inghilterra paese di sofisticati. Speranzosa / nell’Ovest ove niente per ora cresce.”

Amelia è una figura che per motivi biografici si porta dietro e addosso le ferite del Novecento: è figlia di Carlo Rosselli, intellettuale antifascista che fondò nel 1929 il movimento Giustizia e Libertà insieme a un gruppo di attivisti. Venne confinato a Lipari per aver aiutato Filippo Turati a scappare dall’Italia fascista; nel 1937, su ordine di Mussolini, fu ucciso insieme al fratello Nello dall’organizzazione armata La Cagoule, gruppo di cospiratori francesi di estrema destra. Dunque una storia privata e familiare travagliata, che la tormenterà per tutta la vita, come si legge nel romanzo: “la polvere è storia, la nostra, la mia, la polvere è il Novecento, è ciò che resta della guerra e della mia famiglia, è pulviscolo e maceria.”

Come detto, il romanzo si apre sull’ultimo giorno di vita di Amelia, una domenica di febbraio che però il lettore vive come un tempo dilatato fino all’estremo, un tempo allungato che dura tutte le trecento pagine, e che si concluderà con un salto, una caduta nel vuoto. “L’anno in cui ho cominciato a scrivere, le mie mani erano leggere, adesso, invece, sono pesi agganciati ai polsi.” Quando ormai la spinta poetica si esaurisce e gli spettri della sua vita si fanno sempre più insistenti, Amelia Rosselli si getta dalla mansarda di via del Corallo, nei dintorni di piazza Navona. Quel giorno Amelia “dispone la sedia sull’orlo con geometria, intorno a lei Roma è una vacanza e la vita è solo un brusio.” La precisa geometria che usa è replicata da Alice Zanotti nel costruire il romanzo. La storia di Amelia Rosselli si dipana lungo un filo cronologico di brevi capitoli che vanno dal 1927, tre anni prima della sua nascita, a quell’11 febbraio 1996, appunto. Tuttavia, nella scansione temporale dei capitoli si insinua spesso la voce di Amelia che nell’ultimo giorno ripercorre la strada tortuosa della sua vita. Le tre sezioni del libro in cui sono suddivisi i capitoli corrispondono ai tre nomi di Amelia: Melina, come viene chiamata da bambina (anche per distinguerla dalla nonna, Amelia Pincherle Moravia); Marion, il nome della madre, e come Amelia deciderà di chiamarsi per un certo periodo dopo la sua morte; e infine Amelia.

I tre nomi in cui si identifica sono anche le tre lingue della sua voce: l’italiano del padre, l’inglese della madre, il francese della sua infanzia. Tre lingue che si fondono in modo inatteso a crearne una quarta: quella particolare della sua poesia, che è una lingua sovrapposta ma anche spezzata, in cui la musicalità risuona forte.

“È una lingua-onomatopea che inventa e costruisce: sgragnatiture è una fusione tra sgraffiture, sgranare, sgrammaticato, sgranocchiare, sgraziato e gragnolare, che significa grandine nella lingua popolare. Le sue parole nuove sono in realtà vecchissime, sono uguali a forzieri antichi che custodiscono la sua storia e tutti i suoi pensieri sovrapposti e stratificati, come l’erba umida del bosco che sotto nasconde terra e radici, materie mobili in decomposizione e altre del tutto inerti, rocce e minerali.”

La musica ha un ruolo importante nella sua poesia; Amelia studia etnomusicologia e composizione, sa suonare il pianoforte e il violino, conosce John Cage e lavora per la musica di alcuni spettacoli di Carmelo Bene. Anche nella sua voce – che oggi possiamo ascoltare in alcuni video su internet e nella registrazione della lettura del suo ultimo poemetto dal titolo musicale Impromptu – si sente questa mistione di tre lingue. È una voce che strappa e spezzetta, le parole sono triturate, le lettere calcate, il ritmo altalenante segue un percorso suo. “Dicono che la mia voce sia indimenticabile”, dice Amelia nel romanzo.

Con il susseguirsi di brevi capitoli, Zanotti racconta, e al tempo stesso crea, la vita di Amelia attraverso l’invenzione narrativa che è celebrazione del gesto. La vita è immaginata attraverso gesti minimi e quotidiani che vengono raccolti e raccontati al tempo presente, che a sua volta diventa permanente. Sono gesti scolpiti nell’istante in cui accadono, e quindi scolpiti in un tempo eterno. La prosa dell’autrice è semplice e delicata; tutto il racconto è dominato da un senso di grazia e dolcezza, e da una gentilezza di parole che vuole restituire una vita in punta di piedi e prendersene cura.

Con la stessa delicatezza è rappresentata la malattia mentale. La diagnosi fu schizofrenia paranoide; Amelia si sentiva perseguitata da spie che credeva di scorgere nelle persone che passano inosservate, come il portinaio, la donna delle pulizie, l’operaio. Ma era anche tormentata da voci che esistevano nella sua testa. Quella della persecuzione è una ferita che ha radici nel passato del padre, realmente perseguitato da spie fasciste: “il passato è sempre presente, questo per via del cognome che porto.” Zanotti affronta questa tormentata vita interiore in maniera lieve, trasfigurando la malattia mentale attraverso l’immagine persistente della pioggia. “Nel suo appartamento cade la pioggia, non smette, cade per lisciare la pelle, per ammorbidire ogni angolo, cade dal soffitto che è tutto un graffio, cade anche dalle crepe dei muri […]. Ma anche le sembra che dal pavimento piova, perché si formano pozze più grandi dell’acqua che è caduta”. La pioggia è una presenza costante e immaginifica, che cade solo su di lei e inonda l’appartamento:

“solo dentro piove, non piove sul ballatoio e non piove sulla città, su nessun tetto di quelli che vede allungando gli occhi piove, su nessuna antenna, non piove sulle foglie di erbavento, tutte lì, nelle spaccature dei muri. Questa pioggia arriva per lisciare pelle e angoli e minuti interi perché le ore si facciano rotonde, perfette per dimenticare.”

È simbolo di un’ossessione, ed è un fiume che scorre attraverso tutto il romanzo. Insieme alla pioggia, a perseguitarla ci sono delle vere e proprie presenze, la materializzazione degli spettri della sua mente, che tornano a trovarla dal passato e a darle l’addio.

“Qui fitti sono i bisbigli, confessa, è come nel bosco quando piove e il vento scuote le foglie. Sibilano le loro voci che si attorcigliano, stridono, tagliano l’aria fredda fino alle mie orecchie. Mi danno fastidio. Sono entrati, chiudere la finestra come facevo ogni giorno non è servito.”

Anche gli episodi più difficili della sua vita sono descritti con un tono privo di asprezze: i ricoveri in clinica (“Sono andata nel sanatorio perché non mi era rimasto niente, fuori. Nessuna fortuna in amore, nessuna ambizione. Ci sono dovuta andare anche per colpa della formica alata. Volava sopra la mia macchina da scrivere, si faceva spazio sul foglio, rubava le mie parole”); i ripetuti elettroshock subiti; la morte nel bosco del padre e dello zio (“Spera soltanto che gli aghi del larice non abbiano punto la sua pelle.”). Ma anche i momenti più lieti e intimi: le amicizie fondamentali con Rocco Scotellaro (“a me importa di più dei libri di poesia che mi presti e delle storie che mi racconti”) ed Elio Pecora; le relazioni con Carlo Levi e Mario Tobino (“ho lasciato nell’armadio un vestito estivo, sulla scrivania un garofano secco e rosso, nell’angolo un paio di sandali. Mi ricordavano qualcuno che avevo amato”).

Tutti gli appuntamenti mancati è l’esordio di una voce che con un intenso lirismo e una scrittura ricca di immagini poetiche riesce a raccontare – tra pubblico e privato, tra il reale e l’immaginario – una vita ferita che attraversa storia, poesia, malattia. È un romanzo che si inserisce con successo tra il racconto biografico e l’analisi della poetica di una delle figure più importanti del nostro secondo Novecento. E Alice Zanotti lo fa scrivendo una variazione poetica in forma di romanzo.