Parlare di niente: intervista a Francesca Mattei

Camilla Longo Giordani

«Attenzione, pericolo di ustione»: sulle copertine di certi libri infiammanti e infiammati servirebbe un’etichetta del genere. Indirettamente lo ha fatto Pidgin edizioni – le cui copertine, come recita il motto della casa editrice, sono generalmente splendide avvisaglie del contenuto sopra le righe delle sue pubblicazioni – con la raccolta di racconti Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa di Francesca Mattei.
Il volume arde secondo diversi tipi di fuochi. Brucia la lingua, abrasa in una paratassi veloce e fattuale, che ricalca con aderenza il ritmo esorbitato di quanto succede fuori e dentro al corpo di personaggi non affidabili. Brucia la carta: i racconti sono minimalisti, di poche pagine, come il brevissimo Baby Sitter, che riesce in due facciate scarse a erodere tutta la patina dolcemente sciroppata del baby-sitting. E brucia la materia narrativa, a ogni pagina sempre più vivida e incandescente, al punto da abbandonare l’universo narrativo e trasformarsi in carne. Questo compito non facile lo ha portato a termine l’esordiente Francesca Mattei, consegnando ai lettori una prova di talento e originalità.

Nei racconti di Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa narri di nevrosi, dolori fisici e psichici, disagi e dipendenze, ossessioni, pensieri intrusivi, senza mai tragicità o empatia. Il tuo sguardo – che corrisponde poi a come si guardano, si raccontano i personaggi – è filtrato da una lente di distacco che rende tutto, anche il dettaglio più macabro e patologico, banale. Da dove proviene questo tono? C’è del nichilismo nel tuo sguardo?

Molti dei personaggi sono narratori inaffidabili perché o si trovano in momenti di alterazione del loro stato, in quanto dipendenti da sostanze, o hanno problemi di instabilità mentale, oppure perché i personaggi assumono come normalità una situazione oggettivamente assurda perché quella è stata la loro vita. Nel racconto Nata per questo, ad esempio, la protagonista è cresciuta con una madre abbandonata dalla famiglia e dalle istituzioni mediche, il padre incolpa lei perché è figlia e donna, perché avrebbe dovuto essere gioia invece è stata dolore. La protagonista è nata per questo proprio perché per lei quella vita è la normalità, non ha alternative, non ha un altro punto di vista.

Leggendoti ho ritrovato sulla pagina delle assonanze con quella crudele schiettezza che avevo già incontrato in raccolte di racconti brevi come Viscere di Amelia Gray (pubblicazione anche questa di Pidgin), Questa è l’acqua e Oblio di David Foster Wallace (Einaudi) e Nostalgia di un altro mondo di Ottessa Moshfegh (Feltrinelli). Hai dei precisi riferimenti letterari? Guardi a un genere specifico?

Recentemente ho collaborato per un’antologia che ha per tema la fluidità dell’identità affrontata secondo il genere di speculative fiction. Scrivendo il mio contributo mi sono resa conto che mi piace molto inserire il surreale nella narrativa. Infatti anche nei racconti della raccolta Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa è presente questo ingrediente, e quando non è surreale è un espediente legato a un’esperienza allucinogena. Mescolare il realismo, alle volte anche molto crudo, con degli aspetti bizzarri mi piace molto: costruire delle situazioni totalmente normali che hanno un aspetto bizzarro che viene dato totalmente per scontato.
In questo discorso si colloca anche il Il libro di X di Sarah Rose Etter (Pidgin edizioni): la protagonista nasce con un nodo al torace, come sua madre e sua nonna, e il padre lavora in una cava di carne. Tutto questo è assurdo ma viene dato semplicemente per strano, come può essere strana una malattia rara nella normalità. Si crea quindi un mondo che è identico al nostro, ma che però ha anche elementi fortemente stranianti, che diventano un buon espediente per parlare di determinati argomenti, in questo caso del rapporto con il corpo, con la famiglia e con le origini.

I tuoi racconti, nella loro totale imprevedibilità, partono da una situazione quotidiana e familiare che viene repentinamente ribaltata, tradendo la linearità narrativa e l’aspettativa del lettore. Il risultato è straniante, assurdo. Si intravede una volontà, un tentativo di rompere gli schemi. Penso al primo racconto in apertura, Muta: tutto può essere realtà o allucinazione. Quando scrivi pensi al tuo lettore implicito e come ti poni nei suoi confronti?

Non ho mai pensato ai miei lettori, se non nella fase di revisione, ma più da un punto di vista tecnico. Non mi viene spontaneo pensare in quei termini. Io parto dal presupposto che tu che mi leggi puoi anche non leggermi; se una cosa ti disturba, non ti piace come è scritta, puoi scegliere di non leggermi. Quindi non mi viene mai da pensare a qualcuno che mi leggerà mentre scrivo. Secondo me questo pensiero appartiene più a una fase successiva, cioè dopo che il libro è uscito e ricevo determinati feedback.

I diciassette testi della raccolta sono brevi, brevissimi, direi minimalisti. Da dove proviene questa scelta?

In realtà non è stata una scelta del tutto consapevole. Anche da lettrice mi piacciono molto i racconti. Sicuramente quando scrivo mi risulta più spontaneo scrivere qualcosa di forma breve. Con Stefano Pirone [editor di Pidgin edizioni, ndr] è nata l’idea di una raccolta di racconti: dopo aver pubblicato un mio racconto su Split, la rivista di Pidgin edizioni, Pirone ne ha letti altri, si è incuriosito e mi ha proposto una collaborazione. Non mi ha chiesto se avessi un romanzo. Anche lui evidentemente ha trovato in questa forma qualcosa che funzionava meglio.

Alcuni dei racconti erano apparsi precedentemente su riviste online. Mi incuriosiva sapere se tu fossi anche una lettrice di racconti digitali e se credi che questo tipo di fruizione possa avere influenzato il tuo modo di scrivere.

In realtà ho scoperto le riviste online solo dopo aver iniziato a scrivere racconti. Me ne ha parlato un editore, mi ha suggerito di leggerle e di proporre i miei racconti. Leggere racconti online mi piace molto, ma non sostituiscono mai i libri. In particolare quelle che preferisco sono le riviste che sfruttano il mezzo: se sei una rivista online puoi permetterti di proporre qualcosa di diverso rispetto al classico racconto, e quindi puoi usare forme brevissime o qualcosa che ha a che fare con il visuale.
Inoltre, proprio grazie alle riviste online ho scoperto autrici e autori che mi appassionano e che ho iniziato a seguire, e ho scoperto narrazioni che altrimenti, con la classica editoria, non avrei visto né letto. Ad esempio Paolo Gamerro: l’ho conosciuto attraverso un racconto pubblicato su Verde rivista e poi ho recuperato i suoi libri; non lo avrei mai scoperto se non fosse stato per le riviste online.

Quali sono le tue riviste preferite?

Mi piace molto la Nuova Verde perché ho sempre letto cose interessanti. Mi piacciono molto anche Malgrado le mosche e Split, perché tutta la linea editoriale di Pidgin è molto coerente e vengono pubblicati anche testi che non si trovano altrove, come saggi personali o traduzioni.
Un mio punto di riferimento è poi il blog ItaliansBookItBetter, che fa spesso un compendio di riviste online e una volta a settimana un elenco dei migliori racconti usciti sulle riviste digitali.

Torniamo al tuo libro. La provincia, mai esplicita ma onnipresente, è l’ambientazione d’elezione nella tua scrittura. In questi racconti, provincia diventa sinonimo di noia, di infinita ripetizione. Emerge maggiormente in racconti come Poco, pochissimo, Alle cinque al bar, che già dal titolo si fa ritratto della provincia o in Salvo, dove «è tutto uguale qui. Uguale a ieri, alla settimana scorsa e a domani». Qual è il legame tra te e la provincia?

Sicuramente la provincia che rappresento ricalca alcune dinamiche che si trovano in tutte le periferie, però allo stesso tempo, mentre scrivevo, io ho sempre pensato alla mia città, che è Massa, una provincia molto piccola, definita area depressa, cioè una delle aree a crisi industriale non complessa. Se da un lato ogni provincia condivide i medesimi aspetti, dall’altro ogni periferia è diversa. Ad esempio di Massa mi piace tantissimo questo scenario industriale caratteristico, perché è la città della lavorazione del marmo, è costellata da carriponte, ai lati delle stradine c’è gente che lavora il marmo, ovunque ci sono industrie e fabbriche abbandonate, ex colonie a ridosso del mare. Io nel libro ho questo in mente. Alcuni contesti, alcune zone presenti nei racconti esistono, come la ciminiera abbandonata: quando ero ragazzina ci passavamo le serate, perché cosa fai alle due quando chiude tutto e non c’è niente altro da fare? Sono luoghi che conosco e quindi ne riesco a parlare in termini di vicinanza.

«Mi sembra giusto e mi sembra normale stare qui a parlare di niente». A parlare è Marco nel racconto Alle cinque al bar, e la sua battuta risulta emblematica della situazione in cui galleggiano i tuoi personaggi, bloccati nel nowhere. Sono vite sospese che cercano, ma non troppo e con non troppa convinzione, una via di fuga, una svolta. È questa la rappresentazione di una certa generazione che si è trovata all’interno di una specifica realtà sociale?

Molti dei protagonisti hanno un’età vicino alla mia, proprio perché io certe esperienze, certe sensazioni non le ho ancora potute vivere. Credo si colleghi all’immaginario, all’orizzonte delle possibilità che ti crea vivere in un certo luogo auna certa età. Sembra un discorso quasi banale, però è vero che se vivi, nasci e cresci in una realtà, anche se hai una famiglia aperta, anche se vivi certi contesti a contatto con tante realtà diverse, è difficile immaginarsi capaci di fare determinate cose. E quindi tutto questo fa vivere un po’ di immobilismo, che si traduce in una carenza nella capacità di vedersi in certi ruoli o anche solo di spostarsi. Forse l’immobilismo si crea proprio perché determinate esperienze non rientrano nell’orizzonte delle possibilità, e non si riesce a immaginarsi in ruoli che non siano quelli di stare lì a non parlare di niente.