La Berlino che siamo, la Berlino che avremmo potuto essere: Gli annegati di Lorenzo Monfregola

Enrica Fei

«Il fiume puzza del mondo intero e io ci sto affogando dentro». Arthur Cipriani è nella Sprea, il fiume di Berlino, ma non lo sa. È notte, è solo, è in acqua, non sa dove sia e non sa perché. Sa che «la vera stranezza è nascere», che sotto di lui «ci sono le peggiori cose», «le peggiori cose tra quelle vive, le peggiori tra quelle morte». Sa che se urla lo vedranno ma non sa perché non vuole urlare. Non sa perché non vuole essere visto, non sa perché non ricorda il suo nome. E allora annaspa, cerca di vivere, cerca il suo nome, «Perché io sono io». «Dev’essere da queste parti, galleggia qui nel buio […] il mio cazzo di nome», «il mio nome è come la coda di un cane nel fiume: il cane sono io, proprio così: io sono un cane rabbioso».

Il giornalista Lorenzo Monfregola (Firenze, 1982) fa il suo esordio letterario con Gli annegati (Il Saggiatore): un romanzo che è la storia di un tempo, un tempo che è una generazione, una generazione che è un luogo e un movimento. Ma non perché il romanzo sia ambientato a Berlino e i suoi protagonisti la generazione Erasmus, che ora ha poco più di trent’anni e si trasferisce frequentemente tra una capitale europea e l’altra. No, proprio no. Perché «qua a Berlino ci siamo fatti un primo periodo per niente generazione-Erasmus, per niente gioventù europea del cazzo: eravamo tre iene incattivite pronte a tutto pur di non tornare mai più indietro: in qualche modo ha funzionato. Poi, dopo, sono successe tante altre cose. E ora, eccoci qui». Ed è di questo «qui», di questo «ora», di questa Berlino che è tanti altri luoghi che parla Gli annegati. Di questa generazione che da Berlino si sposta a Kuala Lumpur, perché «io sono OnlineMarketingManager, una combinazione di parole che non vuol dire niente, un lavoro come un qualunque altro lavoro»; di Kuala Lumpur che è come Berlino, come Singapore, come qualsiasi altra città dove fare carriera: «“Ma ti sei licenziato a Singapore, mi avevi detto, no?” “Sì, sì…non Singapore, a Kuala Lumpur”. “Ah giusto. E ora hai già trovato qualcosa qui?”».

Gli annegati si potrebbe anche definire un romanzo picaresco in cui il protagonista, Arthur Cipriani, 33 anni, si risveglia da un qualche trauma che non ricorda e attraversa un viaggio velocissimo e feroce per recuperare ciò che ha dimenticato: cosa è successo, come è arrivato dov’è, dove stava andando, chi è. Sarebbe una definizione limitante, però, perché Gli annegati, per struttura, prosa e contenuti, si impone come un esordio brillante che rifugge le caselle classiche. Presentato come il “Pasto nudo della generazione Erasmus”– e si sente Burroughs, in effetti, nel ritratto del contesto ambientale attraverso i pertugi della mente del protagonista, nonostante il racconto non così allucinato, gli anfratti mentali non così bui – Gli annegati contiene un po’ di tutto: c’è Böll, per la narrazione interiore, Miller, per il timbro del protagonista, ma anche Irvine Welsh e Palahniuk; riferimenti letterari vari, modelli diversi, combinati e stravolti in qualcosa di nuovo.

È la prosa il punto di forza di questo esordio: per la lingua che adotta, per il ritmo forsennato, per i dialoghi incalzanti e lo stile che cambia senza perdere riconoscibilità. Gli annegati è un testo teso, feroce, sull’orlo del soffocamento, che sa farsi però ironico, deporre le armi, abbandonarsi alla consistenza molle dei pensieri che scivolano nel sonno. «Sulla metro le pupille delle persone succhiano l’energia dagli schermi che hanno in mano […] A una signora vicina a me non basta, quindi inizia a mordere lo smartphone, escono liquidi argentati […] le faccio una foto con il mio telefono […] tengo stretto nelle mani il mio smartphone, che poi è il mio cazzo, apro la porta della metro dell’acqua […] Arthur?».

Monfregola gestisce magistralmente anche il punto di vista. Se da una parte abbiamo una prima persona che si guarda intorno e giudica il mondo circostante – quest’ultimo, difatti, è al centro degli obiettivi narrativi dell’opera – dall’altra il protagonista (la prima persona, appunto) è fortemente rappresentativo della società che descrive. Come è stato spiegato brillantemente da Giacomo Giossi, Arthur «non è un fallito o un borderline, non è un escluso dalla società»; ne è, semmai, «parte integrante», «parte attiva di uno dei suoi più efficaci e funzionali ingranaggi». Entriamo nei suoi pensieri e ne cogliamo lo sguardo perplesso, rabbioso, malinconico, su se stesso e il mondo che lo circonda, ma lo vediamo anche in moto, lo vediamo agire. Spesso, la consapevolezza con cui Arthur prende le sue scelte si affievolisce. Ed è lì che si apre un varco per il lettore, per un punto di vista che sia il suo, e non quello del personaggio. Da dentro i suoi pensieri, che lo stesso Arthur non sembra comprendere, il lettore lo giudica e osserva, abbraccia o rimprovera, accoglie o respinge.

La lingua dinamica e il ritmo serrato rispondono al mondo che rappresentano e la generazione che lo abita. Una generazione che non solo parla molte lingue e vive in contesti, come Berlino, in cui si parlano tutte insieme e si passa con dimestichezza dall’una all’altra («“It will be nice!” “Patricia!” «Hey, Fernando, ¿dónde estás?” “Seriously?” “Wir feiern, was sonst” “Hol dir mal ein Bier!”), ma parla anche, e soprattutto, una lingua scorretta, sporca, pregna di senso solo per chi la usa («“infatti il tuo post l’ho pure sharato e cioè magari potremmo anche berci una cosa?”»).
Il ritmo velocissimo, bruciante, non solo della prosa ma anche della struttura narrativa – si ha la sensazione che tutto avvenga in un giorno anche se non è così – è quella del nostro tempo: un tempo accartocciato, impazzito («quando stai per impazzire, c’è una regola importante: devi concentrarti su cosa farai nei prossimi 5 minuti, nient’altro»), che ruota frenetico sul proprio asse eppure rimane fermo. Per quasi tutta la vicenda narrativa, infatti, Arthur resta con le stesse domande; pur non arrestandosi mai, non prosegue nella sua ricerca di consapevolezza. Corre da un angolo all’altro della città; angoli che, geograficamente, vengono menzionati, individuati, localizzati, ma sembrano tutti uguali. Come il tempo, si piegano su loro stessi: folli, identici, non portano a niente. «Guardo il canale, poi guardo sul cellulare, apro la mappa, mi localizzo, faccio zoom indietro: eccoci qua: da Cuvrystraße a Ostbahnof sono 1,5 km […] E Cuvrystraße arriva al fiume. Quindi è tramite Cuvrystraße che sono arrivato alla Sprea. […] Però, come ci sono finito dentro al fiume? Stavo così fatto da cascarci dentro? E comunque che ci facevo lì?».

È una generazione, quella de Gli annegati, sola, narcisista, («Mi guardo la piccola spada che ho tatuata sul bicipite destro […] significa “combatti, sempre”, me la sono fatta tatuare in un punto che posso baciarmi da solo»), che fa lavori in cui non crede e che appagano solo nella misura in cui vi si eccelle («Io lavoro alla Tiger-Powell […] facevamo SEO, content, localization, growth hacking, rabbia, acqua sporca»), che vive di contatti e va ad eventi come «Hack the Future». Una generazione che compra casa con i soldi dei genitori e si sente in colpa, che fa delle idee la propria identità, ma non perché ci crede. Come rappresentato in una lunga ed eccellente scena di dialogo, le idee diventano un’occasione per portarsi avanti nel proprio disperato narcisismo, per costruire «una cattedrale fatta di certezze con cui mantiene dritto il collo, ordinato il mento, equilibrati gli occhi, pertinente la lingua, e così via».

La scelta di Berlino come ambientazione non sembra guidata dal desiderio di raccontare la città. Non solo, almeno. Berlino, infatti, offre la possibilità di parlare di un’epoca e della sua sofferenza. Per la sua malinconia, le colpe recenti che l’hanno macchiata, le differenze tra Est e Ovest che fino a vent’anni fa erano ancora evidenti, per tutto quello che sarebbe potuta diventare se il fronte americano non avesse vinto, Berlino è la città di Arthur, Marco, Marcella, Megan, Veronica, Francesca, Sabine e di tutti i personaggi attraverso cui Monfregola ha raccontato il suo smarrimento, la sua libertà solo apparente, la sua ricerca feroce e disperata. Berlino, però, è anche Marzhan: il quartiere dei gruppi neo-nazisti, il quartiere periferico di chi si arrangia e sopravvive, di chi è povero e ce la fa. Di chi non compete, in questa società, perché ne è ai margini. Come la spacciatrice Kimiko, «bella», «furba», che «non ha trucco, niente, anzi no, c’è un po’ di matita intorno agli occhi […] il suo viso è quasi quello di una bambolina, se non fosse per quei due zigomi un po’ pronunciati, aggressivi». Kimiko il mondo non lo prende a morsi; perché lei, nel mondo, ha già perso. «Le persone vogliono solo vivere, soprattutto. Vivere, vivere e vivere, il più possibile. Per questo la speranza è ovunque. Non c’è alcun antidoto alla speranza. Qua è là si innalzano le altissime gru di qualche cantiere del miracolo perenne della Capitale».

Sarà Kimiko l’unica capace di aiutare Arthur, perché lei non viene dalle strade in cui si è perso. Kimiko ne conosce altre, di strade, ed è anche di queste che parla Gli Annegati: Berlino è stata divisa per quasi 30 anni. È stata l’Est, e l’Ovest, e una nuova guerra sul campo della colpa. E mentre Arthur si perde nelle strade dei salvati, Kimiko solca la ferita dei perdenti. Annaspa, soffoca; boccheggia ma non muore. Non cerca assoluzioni, non guarda in alto. Va avanti. «Io non sono scema e non sono pigra, qualcosa farò. Io voglio andare», dice Kimiko ad Arthur dinanzi all’unico bivio che potrà salvarlo. «Capiamo che non stiamo esplodendo, non stiamo precipitando, non stiamo bruciando», pensa Arthur dopo averla conosciuta. «Siamo soltanto immersi sempre di più in questo viola: meraviglioso, ovunque, pericoloso. […] Non so cosa sia, non so dove siamo. Ma io ci sono, noi siamo vivi, noi siamo pronti».