Le anime morte del socialismo jugoslavo – I prodigi della città di N.

Salvatore Greco

“Nel cortile di un albergo di N., capoluogo dell’omonimo governatorato, fece il suo ingresso una carrozza leggera, piuttosto bella, ben molleggiata, da scapolo, di quelle che usano i tenenti colonnelli a riposo, i capitani in seconda, i proprietari di non più di cento anime e insomma, per farla breve, i signori di media fortuna”.

Con queste parole, qui nella traduzione di Nicoletta Marcialis, inizia uno dei romanzi più famosi di tutti i tempi: Le anime morte di Nikolaj Gogol’. Da quella carrozza, sta per scendere il consigliere di collegio Pavel Ivanovič Čičikov, un signore di media fortuna che dedicherà tutte le sue energie a compiere una truffa mediocre e geniale: comprare servi morti dopo l’ultimo censimento, in modo da accumulare una ricchezza fittizia da ipotecare per poi sparire con il denaro. Con il personaggio di Čičikov, Gogol’ ha consegnato alla letteratura mondiale un nuovo archetipo, profondamente tragico nella sua assurdità, al pari del mondo di piccoli e grandi proprietari con cui Čičikov si confronta. Da N. comincia una serie di incontri all’apparenza grotteschi, ma che sotto la superficie del riso si rivelano drammatici.

C’è una città di N. anche al centro di un brillante romanzo croato, recentemente pubblicato in Italia. L’autore è Robert Perišić e il libro si intitola I prodigi della città di N., disponibile grazie alla traduzione di Elvira Mujčić per i tipi di Bottega Errante Edizioni.
Non è solo una casualità toponomastica a legare Le anime morte all’opera di Perišić. Anzi, le similitudini sono tante e tali da rendere plausibile l’idea che lo scrittore croato abbia voluto cercare un dialogo diretto con il grande maestro russo. Quella alla base del romanzo di Perišić è una località anonima nel panorama suburbano ex-jugoslavo. Non ci sono riferimenti geografici precisi, ma gli indizi disseminati tra le pagine ci permettono di individuarla poco oltre il confine che separa la Croazia dalla Bosnia-Erzegovina.

All’inizio della storia è un posto dove l’arrivo di un’automobile mai vista prima è un evento che non passa inosservato. I locali sono usciti con le ossa rotte dalla fine del socialismo e dalle guerre che hanno attraversato i Balcani per tutti gli anni Novanta.
Prima della morte di Tito, N. era un piccolo centro industriale. Costruita attorno a una singola fabbrica che dava lavoro a tutti: un grosso impianto produttore di turbine elettriche. Resa poco competitiva dalla fine dell’economia pianificata, la fabbrica è appassita, e con essa tutta la comunità. La guerra ha fatto il resto. Portandosi via vite giovani, e lasciando un panorama spettrale di destini interrotti.
Oleg e Nikola, i due protagonisti, arrivano in pompa magna con una proposta spiazzante. Non quanto quella di Čičikov, interessato a comprare anime morte, ma sufficiente a destare i sospetti e le perplessità dei disillusi cittadini locali: riaprire la vecchia fabbrica di turbine.
Un tempo, la fabbrica rappresentava tutto. Il luogo dove lavorare, costruire rapporti di amicizia, persino trovare l’amore. In breve, un luogo dove definire la propria identità. Riaprirla sarebbe per tutti una prospettiva desiderabile, se non un vero e proprio sogno. Eppure, è davvero difficile crederlo. I macchinari sono obsoleti, le conoscenze poche, il piano industriale inesistente. Le vecchie turbine prodotte lì sono un relitto di cui nessuno ha più bisogno nel nuovo mondo capitalista.
Lo sa meglio di tutti il vecchio Sobotka, l’ultimo ingegnere capo della fabbrica prima della chiusura, curatore fallimentare suo malgrado del declino industriale di N., chiamato dai nuovi arrivati a guidare la riapertura. Crede poco alle fanfare di speranza capitalista fatte suonare da Oleg e Nikola, crede poco anche ai soldi che promettono, eppure cede e si fa convincere. Con la chiusura della fabbrica, Sobotka ha perso tutto. È diventato disoccupato, solo, abbandonato dalla moglie e dalle figlie, privato di un senso alla sua esistenza. Quando rientra nell’impianto deserto, lo sente risuonare delle voci dei compagni e rivede i lampi della sua giovinezza, in un mondo più definito e nel quale aveva un ruolo. Accetta. Riaprirà la fabbrica con loro, per produrre, come una volta, le vecchie turbine N-82.
Non immagina, o forse non vuole immaginare, che dietro la riapertura non c’è nessuna progettualità. Che i due misteriosi investitori forestieri non salveranno N., ma la trascineranno verso un baratro in tutto e per tutto simile a quello in cui si trova già, l’amaro disincanto del mondo post-ideologico.

Ed era qui vent’anni dopo.
Nikola si accese la quarta sigaretta, aveva freddo.
«Quanto restiamo ancora?» domandò a Oleg.
«Aspettiamo, lascialo fare il giro di tutto».
«Mi pare stia vagabondando».
«Per lui è la storia della sua vita» disse Oleg. «È il tipo di uomo di cui ho bisogno».
«Sì, è lui» confermò Nikola «un perdente vecchio stampo».

Oltre a Sobotka, sono molti i personaggi offerti al ludibrio della storia, come molti dei proprietari terrieri a cui Čičikov fa visita e che mostrano quell’incompiuta agiatezza da cui Gogol’ scatena il riso tragico che l’ha reso famoso.
Le figure create da Perišić non sono prive di una comica tragicità simile a quella de Le anime morte, ma più vicina alle categorie del presente. Dal postino locale, l’unico astemio del luogo, al vecchio Slavko che ritrova una figlia grazie a Sobotka e a delle lettere a cui lui in persona non sarebbe stato in grado di rispondere. Sono molto più disgraziati e vilipesi i personaggi di questo romanzo, rispetto all’archetipo gogoliano; del resto fanno parte di una classe sociale che Gogol’ immaginava a stento, e con la quale i rapporti si limitavano a porgere a qualcuno di loro il cappello una volta entrato in casa. Sono cresciuti dentro il socialismo reale, con la prospettiva o lo spettro di avere tutti le stesse opportunità; sono diventati adulti o anziani tra le promesse edonistiche del capitalismo; si sono ritrovati infine nuovamente subalterni. Senza passare dal via.
Pur essendo numericamente dominato da personaggi maschili, I prodigi della città di N. offre anche caratteri femminili importanti nel corso della storia, donne non di rado più lucide e guardinghe degli uomini attorno a loro, pronti a buttarsi a capofitto in ogni opportunità di salvezza.

“L’immagine dell’uomo di cui si stava innamorando era svanita. Non era quello che si era costruita: all’inizio fantastichi sull’uomo e l’uomo fantastica sulla donna, queste immagini si innamorano l’una dell’altra, fanno l’amore e litigano quando si imbattono in spaccati di realtà”.

Šeila, per esempio, non crede più alle favole. Non a quelle con il principe azzurro, che nella sua versione è un soldato americano ripartito in sordina dopo averle promesso amore e sogni. Né a quelle dove investitori stranieri arrivano carichi di soldi per rimettere in attività una fabbrica obsoleta e ferma da decenni.
Lei sa bene che non può aspettarsi nulla che cada dal cielo o che le venga regalato, e si dà da fare come può. Anche sfruttando l’avidità altrui. Come quando accetta di fare da guida ad altri due americani convinti che, tra gli abitanti di un villaggio dove non ci sono calvi, si possa trovare la ricetta miracolosa contro la caduta dei capelli. È un intermezzo un po’ magico e gospodinoviano, apparentemente anche un po’ comico, che arriva mentre per le turbine i guai si fanno molto seri. Nulla tuttavia è lasciato al caso. Ognuno prova a salvarsi come può. Quasi nessuno ci riesce.
I prodigi della città di N. è un libro amaro e senza vincitori. La disfatta si distribuisce uniformemente. Anche se quella più completa, in quanto materiale e ideale, l’autore la riserva a Sobotka e ai suoi compagni della fabbrica. Illusi di un ritorno al lavoro, coinvolti in un affare illegale internazionale e infine trasformati in icone immobili, all’interno di un progetto artistico che rappresenta il loro fallimento.
Senza più stipendi né clienti, senza la fabbrica che avevano rimesso in funzione, finiranno di nuovo nel nulla. Anzi no. Susciteranno l’interesse di un artista, paternalisticamente affascinato dalla loro storia, che li trasformerà in figure di cartone, stampate su un diorama attorno alla loro ultima turbina, colossale e obsoleta. Offerti alla berlina del pubblico occidentale, chiamato a compatire questi operai che hanno voluto riaprire una vecchia fabbrica nel mondo post-industriale.
Sobotka e gli operai sono gli sconfitti per definizione di questa storia, presi dalla cenere e convinti di rialzarsi, ma finiti oggetti di compassione di quelli che nella lotteria del capitalismo hanno pescato la carta giusta e si godono i frutti di una vittoria che credono meritata ed eterna.
Dalla picaresca vicenda delle turbine, non escono però meglio i due investitori, figli e nipoti di uomini d’apparato della Jugoslavia socialista, spinti nella corsa a reinventarsi dalla volontà di cadere in piedi. Come dice uno di loro, del resto, “nessuno aveva in programma di essere un cretino disoccupato nel mondo capitalista”.
Cretini disoccupati non lo saranno, né Oleg né Nikola. Preferendo piuttosto un ruolo di trafficante senza scrupoli il primo, e di dirigente fantoccio il secondo. Se la sfrontatezza e il cinismo per qualche tempo gli fanno credere di essere vincenti, Perišić non risparmia loro la sua spietatezza nel farli incartare dal sistema di cui si credono i mazzieri, prima di scoprirsi pedine né più né meno degli altri.

Ne Le anime morte, in principio Gogol’ vedeva soltanto il capitolo iniziale di un grande poema di redenzione. Lo sporco, l’inettitudine, la cattiveria e la pigrizia umana del mondo piccolo nobiliare russo attorno a Čičikov avrebbero dovuto essere l’anno zero del rilancio della grande anima russa. Non a caso, il romanzo si chiude con la famosa scena della trojka involata in velocità. Gogol’ ambiva all’espiazione e visse con grande sofferenza il fatto di non poterla compiere.
Perišić invece è un figlio del mondo che ha voluto seppellire l’idea di un sistema diverso da quello capitalista. Nel suo retroterra emotivo, c’è tutto il Novecento, compreso il suo ultimo decennio particolarmente duro in terra balcanica. Non crede in partenza a nessuna redenzione. Gli sventurati anti-eroi a cui dà vita si muovono su una scenografia linguistica e narrativa che non gli lascia possibilità. L’autore li perseguita con una prosa abrasiva e un umorismo cupo, che tuttavia non impedisce ai lettori di solidarizzare con loro. Proprio come in Gogol’, presente dall’inizio alla fine, ne I prodigi della città di N. il riso è una maschera deformata, che cela l’orrore e in fondo anche l’empatia per un mondo che non prevede vincitori. Come nella famosa metafora del dito che indica la luna, Perišić usa lo scenario ex-jugoslavo per parlarci di qualcosa di più grande. Sarebbe stupido fermarsi a fissare la città di N. senza chiedersi dove punta il suo sguardo.