L’America e la frontiera selvaggia: Un piede in paradiso di Ron Rash

Davide Tamburrini

Approcciarsi per la prima volta alle pagine di Un piede in paradiso di Ron Rash – edito in Italia per La Nuova Frontiera a distanza di quasi vent’anni dalla sua pubblicazione in America – significa anche non poter fare a meno di restare colpiti dall’immagine che campeggia in copertina, e che già anticipa l’atmosfera che pervade il romanzo. Il disegno grafico è curato da Luca Tagliafico: un lago di un blu cangiante («il lago più limpido del Sud» ) si perde fra i riflessi di montagne tenebrose e nuvole color panna; al centro, s’inserisce una piccola macchia verde di alberi imponenti, mentre poco più avanti una barca restituisce nella sua solitudine tutta la vastità del paesaggio circostante, facendoci immergere già visivamente in un’ambientazione da sogno. Una situazione idilliaca che sarà screziata però da un improvviso caso di omicidio, le cui oscure motivazioni non mancheranno di mettere a nudo i protagonisti che si affastellano sulla scena.

Un piede in paradiso è un libro ricco di nomi: nomi di uomini e di paesaggi e spazi sconfinati, così come sconfinati sono gli Appalachi, una catena montuosa che arrampicandosi lungo la costa orientale giunge fino alla piccola cittadina di Seneca, nella contea di Oconee in Carolina del Sud.
Siamo negli anni ’50, per la precisione nella vicina valle di Jocassee – «un nome che per i Cherokee vuol dire “vallata degli scomparsi”» –, dove recentemente è scomparso Holland Winchester, un ex-combattente della guerra di Corea e noto piantagrane della zona; di certo non uno dei personaggi più amati da una comunità a cui non interessa se sia stato ucciso in qualche rissa oppure rimasto coinvolto in un altro incidente. Convinta di conoscere l’identità del colpevole («È sicuro come il fatto che io sia qui, seduta su questa veranda»), la madre di Holland non tarderà ad avvisare per tempo la stella d’ottone dello sceriffo Will Alexander: l’età avanza ma le sue orecchie funzionano ancora bene e al mattino avrebbe sentito chiaramente uno sparo provenire dalla vicina fattoria degli Holcombe, di proprietà dei coniugi Billy e Amy. La narrazione, all’inizio lenta e cadenzata, prende ritmo con il passare del tempo, fino a subire una decisa impennata quando veniamo a scoprire che Amy ha avuto una relazione segreta proprio con Billy Holcombe.

La trama è scandita dalla presenza di ben cinque voci narranti (quella dello sceriffo, di Amy Billy e Isaac Holcombe – il figlio dei due – e, infine, del vicesceriffo) ognuna delle quali dà alla storia uno sguardo diverso dagli altri. Uno dei punti di forza di questo romanzo è in effetti proprio nella sua architettura. Ron Rash costruisce un racconto corale, dove quello che ascoltiamo non sempre contribuisce a collezionare un puzzle completo: i pezzi non coincidono sempre perfettamente, e di quando in quando è possibile vedere un piccolo vuoto irrisolto. La verità che ne emerge non è qualcosa di univoco, non prosegue rettilinea senza alcuna possibilità di fallimento, ma si arricchisce di biforcazioni che potenziano di sfumature il racconto dei suoi personaggi.

Un piede in paradiso descrive un’America dei margini – tra l’altro proprio con questo libro la casa editrice inaugura una nuova collana, dal titolo evocativo “La frontiera selvaggia” –, dove la giornata è affidata ai capricci del tempo, come nella migliore delle tradizioni faulkneriane. Al di là della vallata si intravedono il progresso, le grandi opere in costruzione, il granoturco che sta per lasciare il posto all’elettricità. Dietro a una comunità devota, che si riconosce nelle riunioni domenicali in chiesa, si nasconde poi un substrato più irrazionale, isolato, dedito se non alla magia alla superstizione privata e domestica. È quanto accade quando in un momento di disperazione Amy si recherà dalla vedova Glendower per trovare un rimedio alla sterilità del marito; affidandola agli ingredienti contenuti in un piccolo sacchetto di tela: «sanguinaria, radici di mandragora e anche del ginseng». Una formula rituale, quasi arcaica.
C’è Faulkner, come detto, ma ci sono anche le atmosfere di Flannery O’Connor nelle descrizioni appassionate di questa fetta di Sud degli Stati Uniti. Il richiamo più pregnante rimane tuttavia quello con Kent Haruf e le storie del ciclo di Holt, venute in auge con l’acclamata “trilogia della pianura”: tanto le dinamiche e gli sviluppi della trama quanto la lingua a volte cruda e a volte talmente icastica da toccare vette d’inaspettato lirismo ricordano infatti lo stile dello scrittore del Colorado, e fanno di Ron Rash quasi un suo erede naturale. Queste atmosfere e le ambientazioni che ne derivano contribuiscono a fare del paesaggio un elemento di estrema importanza: è questo che scolpisce e dà forma ai caratteri dei personaggi, prestandosi quasi come sesta voce della storia, specialmente nella sua dimensione più simbolica e metaforica.

Come sottolineato dal traduttore italiano dell’opera, Tommaso Pincio, in un’intervista rilasciata a Fahrenheit, un tema fortemente caro all’autore è quello della fertilità/siccità. Attraverso il parallelismo tra la figura umana di Amy – l’impossibilità di avere figli la rende agli occhi della comunità quasi una non-donna, una persona a metà – e la terra, la siccità nel romanzo è incombente, sempre pronta con la sua carica di morte a rovinare un legame antico quanto gli uomini che da secoli coltivano i campi col sudore della fronte. In questo contesto, l’unica via di fuga sembra essere quella offerta dall’acqua (portatrice di vita ma anche di morte), con la sua valenza salvifica e simbolica. Lo stesso Ron Rash ricorda come probabilmente questa sua ossessione – presente in tutta la sua poetica – derivi dal fatto di essere cresciuto in una chiesa battista, dove il battesimo consiste in una vera immersione nell’acqua, esperienza traumatica per cui all’idea della nascita si accompagna l’idea di morire e di annegare. A ciò, aggiunge, contribuirebbe anche il suo retaggio gallese, nella cui cultura popolare l’acqua è l’elemento di passaggio che serve a far transitare le anime dal regno dei vivi a quello dei morti e viceversa.

La metafora agricola e rurale – che compare già dal breve esergo che presenta alcuni versi del poeta Edwin Muir: «Ma quanto sono strani quei campi che a lungo abbiamo coltivato con semi di amore e odio» – rimanda velatamente al concetto di età dell’oro quale sentito dagli antichi. Così come in età classica, però, questo equilibrio è percepito sempre in modo instabile, pronto a essere sommerso da qualche catastrofe naturale. È esattamente quello che succederà con la Carolina Power, una compagnia elettrica che sta acquistando tutti i terreni della valle per innalzare una diga la cui costruzione comporterà per tutti gli abitanti l’abbandono delle proprie case. A tornare è ancora l’acqua, questa volta simbolo quasi parodistico del diluvio universale che inonderà non solo le case e i terreni, ma soprattutto la memoria e le colpe delle persone che lì vivevano. Ma la colpa non scompare, non muore mai, ci insegue fino a quando non siamo pronti finalmente a fare i conti con essa. Lo scoprirà a suo spese il vicesceriffo Bobby quando la ritroverà addormentata sul fondo del nuovo lago creatosi a seguito dell’inondazione, pronta a riaffiorare in un futuro non troppo lontano.

Questo sfondo lirico che si percepisce durante tutto l’arco narrativo non è a ben vedere un caso. Un piede in paradiso nasce in origine come una poesia, un genere a cui l’autore americano si è prestato più volte. Quattordici versi da cui è scaturito prima un racconto di una ventina di pagine e infine un romanzo: «In quei versi iniziali, Ron Rash descriveva un uomo, un agricoltore in mezzo a un campo, dove ciò che stava coltivando stava morendo. L’uomo guardava afflitto il paesaggio desolante e sentiva che insieme alle piante moriva qualcosa anche dentro di lui».

Grazie a una serie di quadri dai contorni indimenticabili, Un piede in paradiso, ci trascina in un mondo immaginario, fatto di uomini e di legami: legami con altri uomini, con gli animali o con la terra, non importa. Un paesaggio americano, con i suoi spazi sconfinati dai nomi più strani, dove lo sguardo si perde e la vista spazia sempre fino all’orizzonte, e dove a volte le parole non sembrano essere veramente così importanti.