Inertia creeps

Margherita Maggi

«Been here before / Been here forever / Moving up slowly / Inertia keeps /
Moving up slowly / Inertia creeps»
Massive Attack

L’aria dentro la tenda è viziata da fumo e sudore. I rumori che arrivano da fuori passano nel mezzo denso, e si impastano con gli altri suoni: le esplosioni si sovrappongono alle voci che parlano lingue non identificabili; gli elicotteri si avvicinano e si allontanano, mescolandosi alla pulsazione elettronica degli allarmi.
Agli angoli della tenda, quattro soldati stanno seduti alle loro postazioni. Rigidi, nelle divise zuppe e sgualcite, seguono le luci che si accendono e si spengono sui monitor, e ripetono sequenze di codici nei microfoni con la cadenza di un rosario. Un quinto soldato, il più anziano dall’aspetto, è in piedi: si muove in diagonale da un angolo all’altro della tenda, come in un gioco dei quattro cantoni nel quale nessuno cede mai il posto. Registra numeri dai monitor, poi si ferma a mormorare ordini nel microfono dell’auricolare quando torna al centro del rettangolo.
Sta segnando coordinate sul tablet quando all‘improvviso tutto si spegne – le luci, i monitor, il suono degli elicotteri e delle esplosioni – e il suo viso sospeso nella luce azzurrina dello schermo ha un lampo istintivo di sollievo. Poi qualche altro pensiero gli si irrigidisce sulla faccia, e gli spacca la fronte in un mosaico di rughe. Esce bestemmiando dalla tenda. Gli altri quattro si tolgono le cuffie, controllano le spie dei computer, e gli vanno dietro.

Il capannone è vuoto. Oltre la tenda, montata nel mezzo, si vedono solo gli altoparlanti che fino a quel momento avevano amplificato i suoni della simulazione di guerra: sono muti. Le luci di emergenza sulle travi di acciaio del soffitto si sono accese, un alone bianco illumina il tecnico della manutenzione che si avvicina al gruppo con le braccia allargate: «Ragazzi mi dispiace ma è saltato tutto di nuovo. I miei qui fuori dicono che i generatori di emergenza per ora tengono, ma per riavviare la simulazione ci vorrà un po’».
Il soldato più basso si passa una mano tra i capelli rossi e ispidi: «Che cazzo vuol dire riavviare? Non ci fate mica ricominciare da capo? Sono già quasi venti ore che andiamo avanti».
«No, no, tranquillo, Rosso. I generatori di emergenza sono partiti subito. I computer sono in stand-by. Dovreste poter ricominciare da dove vi siete fermati.»
Il tecnico ha un tono rassicurante, ma lui non sembra convinto: «Che cazzo vuol dire dovreste? Possiamo ricominciare da dove eravamo oppure no?»

Il soldato più anziano ricompone le crepe sulla sua fronte, e si intromette cercando di chiudere la discussione: «Dai, Rosso, non iniziare con le polemiche. Andiamo a fumarci una sigaretta fuori nel frattempo. Ci chiamate voi?»
Il tecnico annuisce, tira uno sguardo obliquo al soldato coi capelli rossi, poi si volta e torna verso i generatori.
Il soldato coi capelli rossi rimane a guardare la tenda militare appesa al centro del capannone: il verde mimetico non ha nessun senso sul cemento liscio e grigio del pavimento. Si passa ancora le mani nei capelli, non sa nemmeno lui se per sistemarli o per calmarsi di fronte all’assurdità di quell’immagine, poi segue gli altri quattro che si sono già incamminati verso l’uscita.

Fuori, nel parcheggio, il cielo è nero, e non si vedono le stelle e nemmeno la luna. Le uniche luci, oltre i faretti che illuminano il capannone, sono quelle sul muro di confine dell’area militare. Gli altoparlanti della simulazione sono ancora spenti: il soldato coi capelli rossi varca il portone aspettandosi di trovare solo la notte e il silenzio.
Invece, da un punto imprecisato oltre il muro di confine, arriva altro rumore: una musica elettronica e tagliente si espande su un sottofondo di percussioni. È un suono a tratti strisciante, a tratti potente come l’onda d’urto di una detonazione che raschia tutte le superfici che incontra al suo passaggio. La ascolta ipnotizzato mentre cammina, poi quando è arrivato abbastanza vicino agli altri grida: «Ma cosa cazzo è ‘sta musica?»
I suoi compagni si sono sparpagliati al limitare del muro, lungo il marciapiede di asfalto ancora arroventato dal sole estivo della giornata che, chiusi nella tenda, non hanno visto: il soldato magro e il soldato pelato si sono sdraiati a terra uno accanto all’altro, nella stessa posizione; il più anziano è rimasto in piedi, a un palmo dal muro, e guarda in alto verso il filo spinato aggrovigliato, come se si aspettasse di trovarci una risposta appesa sopra.
Il soldato biondino si è seduto a gambe incrociate, con la schiena dritta contro la base da cui si alzano le lastre scrostate di cemento e i pali d’acciaio della recinzione; si è già acceso una sigaretta, e soffia il fumo nell’aria seguendolo mentre si disperde verso il cielo. Visto che nessuno risponde al soldato coi capelli rossi, tira un’altra boccata e poi scuote la testa: «Non lo so, Rosso. Sarà una festa. Ma mi piace questa musica. I tamburi, è tribale. Considerando quello che stiamo facendo, mi sembrano azzeccati».
Il soldato coi capelli rossi gli si avvicina, si abbassa e gli sfila la sigaretta dalle dita prima che se la porti di nuovo alla bocca: «Nemo, vuoi già partire con le meditazioni filosofiche del cazzo?»

Il biondino gli risponde con un mezzo sorriso, mentre prende il pacchetto di sigarette dalla tasca sul petto della divisa, per accendersene un’altra: «No figurati, Rosso. Puoi stare tranquillo. Sono così stanco che non mi ricordo nemmeno come mi chiamo». Poi chiede rivolto al soldato più anziano: «Doc, tu che sei del posto, secondo te che roba è?»
Il soldato anziano aggrotta di nuovo la fronte, le rughe riappaiono combinandosi in una nuova trama: «Forse è un rave, Nemo. Di là nella zona industriale ogni tanto ne fanno. Affittano qualche capannone dismesso e organizzano. Il più delle volte finisce male. Fanno a botte. Arriva la polizia…»
Il soldato pelato divarica le gambe restando sdraiato, allunga le braccia oltre la testa e si stiracchia contro l’asfalto: «Secondo me è drum and bass,Rosso. O forse trip hop».
Il soldato coi capelli rossi non lo ascolta, si avvicina al soldato anziano e punta lo sguardo nella sua stessa direzione, verso il filo spinato: «Ecco, allora diamogli anche il nostro di capannone, Doc. Se non riparte la corrente, dico. Magari hanno un’attrezzatura migliore di quella dell’esercito. E vaffanculo alla simulazione». Poi si gira verso gli altri: «È già la terza volta che sospendiamo, vi pare normale? Se continuiamo così non finiamo nemmeno per domani mattina. Non so voi ma io più di altre quattro, cinque ore non reggo. Che poi non sappiamo manco chi c’è dall’altra parte del simulatore. Cioè qualcuno sa contro chi ci stiamo esercitando?»
Il soldato pelato sta ancora cercando una posizione comoda. Punta i piedi a terra tirando su le gambe, poi le abbassa di nuovo, si porta le mani dietro la nuca, poi lascia scivolare un braccio lungo il fianco e con il palmo della mano aperto inizia a battersi il tempo della musica sul petto: «Ci saranno altri cinque sfigati come noi, Rosso. Che fanno la schiuma per vincere e passare l’esercitazione. È come quando giochi in rete a qualche gioco di ruolo. Lo sai sempre che dall’altra parte c’è un altro sfigato come te che non ha niente di meglio da fare».
Il soldato coi capelli rossi gli risponde infastidito: «Dici Roccia? Dici che sono sfigati come noi? Secondo me invece c’è qualche stronzo del centro di comando, che si diverte come un pazzo a staccarci la corrente e a farci interrompere e ripartire ogni due minuti».
Il soldato pelato piega di nuovo le gambe, le divarica e scuote la testa: «E dai, Rosso, stai sempre a scassare la minchia con ‘sto centro di comando. Figurati che gliene fotte di te a quelli del centro di comando,» si batte ancora la mano sullo sterno «Comunque questa è proprio trip hop, ragazzi.»
Il soldato magro, sdraiato accanto a lui, si tira su di colpo come se si fosse svegliato all’improvviso: «Sapete che ho visto un film un po’ di tempo fa? Un film di fantascienza. C’era questo ragazzino che era un genio di strategia. Ma proprio un genio eh. Allora l’esercito lo recluta e lo addestra a sconfiggere gli alieni con un simulatore…»

Il soldato pelato smette di tenere il tempo, allunga la mano fino a trovare un lembo della giacca del compagno e lo strattona: «E dai, Spillo, torna a dormire. Ce l’hai già raccontato questo film». Ma lui continua a parlare: «… alla fine dell’addestramento gli dicono ok, adesso se vuoi entrare alla scuola di guerra devi superare la simulazione finale: devi portare la flotta fino al pianeta degli alieni, e devi riuscire a distruggerlo. Lui ci vuole proprio entrare alla scuola di guerra, a tutti i costi. Allora tenta una strategia disperata, e distrugge il pianeta degli alieni sacrificando tutta la sua flotta. Poi …»
«Poi,» chiude il soldato pelato «mentre è tutto contento per aver superato il test, gli dicono che non era una simulazione. Era tutto vero. La battaglia. Il pianeta distrutto. I suoi che aveva mandato a morire per vincere.»
Il soldato magro lo guarda perplesso dall’alto: «Sì hai ragione. Ve lo avevo già raccontato» si sdraia di nuovo a terra, e chiude gli occhi stropicciandosi le palpebre con le dita. «Non so perché mi ricordavo di no. Cazzo le ultime otto ore mi hanno bruciato il cervello.»
Il soldato anziano scuote la testa, una raffica di tamburi più forte delle altre passa sul filo spinato che sta ancora fissando: «Ma tu che ne sai che è trip hop Roccia? Vai ai rave?»
«No per carità, niente rave, Doc. Suonavo la batteria con un gruppo quando ero alle superiori. Per un periodo abbiamo provato pure a fare un po’ di elettronica. Ai miei amici piaceva ‘sta roba. Poi ho smesso.»
«Come mai?»
«Mah, non lo so, Doc. Quando mi sono trasferito da giù, i primi anni, suonavo in garage. I vicini non si lamentavano nemmeno troppo del rumore. Dopo però …»
«Dopo però» conclude il soldato coi capelli rossi «hai scelto la naja. Bravo coglione.»
Ridono forte tutti e cinque, contemporaneamente, per un attimo sovrastano la musica che continua a ondeggiare.

«Ehi lì c’è qualcuno?».
La voce arriva dall’altra parte del muro. È la voce di una ragazza. Dal tono sembra giovane, ma ha qualcosa di strascicato sulle vocali, come se avesse la bocca intorpidita dalla stanchezza o dall’alcool. «Ehi guardate che vi sentiamo sapete? Abbiamo sentito anche gli elicotteri!»
Il soldato con i capelli rossi prende fiato per gridare qualcosa in risposta. Il soldato più anziano lo ferma mettendogli una mano sulla spalla prima che inizi a parlare: «Lascia stare, sta zitto, Rosso. Non facciamo casino, magari sono ubriachi».

«Magari è una ragazza carina, Doc. Magari alla fine di queste venti ore di merda ci esce che almeno ho rimorchiato una tipa»
La voce della ragazza arriva di nuovo: «Ehi … che fate? Avete perso la lingua? Avete perso la guerra?»
Un coro di risate esplode dietro di lei: sono un gruppo. Una voce maschile grida sopra le altre: «Ma gli elicotteri ce li avete veramente o fate un rave con la musica delle guardie?»
Si sentono altre risate, sguaiate, e grida inframezzate alla musica che cala e riprende, a tratti metallica, a tratti calda e ovattata.
Il rombo degli elicotteri riparte di colpo da dentro il capannone. Il gruppo dall’altra parte del muro esulta, le voci si mescolano.
«Aahahahahaha … è una figata! Sembra Apocalipse now! Dai ragazzi, rimaniamo qui a ballare con sta roba vi prego! No, non rompete. Dobbiamo andare in spiaggia alla festa di Micky! Gli avevo promesso che andavamo a bere da lui. E che restavamo a vedere l’alba. Ah si! Che figata! Io non ho il costume, però voglio fare il bagno lo stesso! Io sono stanca morta raga’, voglio andare a casa. Non mi sento nemmeno troppo bene. Non possiamo tornare a casa ora. Sono solo le tre, la serata è appena iniziata. Si dai andiamo al mare! Facciamo tutti il bagno senza costume! Non ci mettete niente a portarmi a casa. Davvero, mi sono un sacco divertita dentro a ballare. Ma adesso ho sonno, mi fa male la testa. Ci mettiamo un’ora tra andata e ritorno. E se ce ne andiamo a dormire adesso, ci facciamo una figura di merda con Micky e con gli altri. Infatti non ci scassare! Poi te lo avevamo detto che se uscivi con noi c’era da fare una tirata fino al mattino. Vedi che appena arriviamo in spiaggia ti riprendi! Ti fai una vodka red bull e ti passa anche il sonno. Ehi voi là dietro, venite a fare il bagno con noi? O rimanete a giocare con gli elicotteri?»
Ridono di nuovo in coro. Poi il groviglio di voci si disperde in direzioni diverse, si scompone scemando in rumori di sportelli che sbattono, e di macchine messe in moto che si allontanano sgommando. Il soldato con i capelli rossi è rimasto col fiato appeso di fronte al muro: «Secondo me era carina. Aveva la voce di una carina». Si volta e si siede sul marciapiede. Resta in silenzio, come gli altri, in bilico tra il rumore della simulazione che è ripartita e la musica del rave.

Il soldato biondino che ha parlato poco è ancora seduto a gambe incrociate con la schiena contro la base del muro. È preso a considerare tutti i suoni. Cerca di capire per quale coincidenza il ritmo delle pale degli elicotteri e quello dei tamburi si sincronizzino a tratti, o se piuttosto ci sia una partitura musicale che li collega e scollega secondo una logica precisa. Gli torna in mente un amore perduto per una coincidenza, in un posto che non ricorda molto bene, e per un motivo che ora non gli sembra più così importante. O forse non lo era nemmeno allora, perché l’ultima immagine che ha della ragazza è quella del suo sguardo, le palpebre strette a fessura nel tentativo di trattenere le lacrime, gli occhi scuri di delusione. Pensa alla ragazza dall’altra parte del muro, quella che se ne voleva andare a casa, alla fatica che ha riconosciuto nella sua voce. Si accorge che tutti quei pensieri lo fanno davvero sentire il luogo comune del soldato stanco di ogni secolo, e di ogni luogo.

Uno dei tecnici si affaccia dal portone, agita una torcia gridando che possono rientrare. I quattro soldati a terra si alzano lentamente, e si sistemano le divise stropicciate. Il soldato anziano, che è rimasto in piedi tutto il tempo, guarda ancora un istante verso il filo spinato, verso la musica, prima di voltarsi e incamminarsi verso il capannone, lasciandosi seguire dagli altri.
Il soldato coi capelli rossi accende un’altra sigaretta quando sono già quasi sulla soglia dell’entrata, tira di fretta qualche boccata lunga e nervosa: «Ecco, non mi avete fatto parlare, magari a quest’ora avevo almeno il numero di una tipa. Secondo me era carina,» poi la getta e la spegne pestandola contro l’asfalto. Guarda il mozzicone schiacciato a terra: «E adesso, Spillo, non dirmi che se lo lascio qui si biodegrada tra due anni, perché è comunque meno tempo di quanto ci metteremo noi a finire questa cazzo di esercitazione».
Nessuno ride, nessuno gli risponde. Spariscono in silenzio, uno dopo l’altro, oltre il portone.
Fuori rimangono solo il cielo nero e senza stelle, le luci dei faretti sul muro di confine, e il rumore sovrapposto della simulazione e della discoteca. I tamburi e gli elicotteri si intrecciano ancora in un ritmo sincopato, il suono elettronico del sintetizzatore e le sirene di allarme si alternano in contrappunto. Ma dura solo un istante, e poi ogni suono riprende a scivolare inerte nell’aria, asincrono, in dissonanza.
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↔ In alto: foto Sam Moqadam / Unsplash.