«Andarsene da tutti i luoghi». Le cattive di Camila Sosa Villada

Federico Di Mauro

Per un lettore italiano leggere un romanzo argentino è una forma di fuga, un atto entusiasmante di spossessamento e di conquista: nella scrittura delle autrici e degli autori di quella regione letteraria troviamo un coraggio documentario e un dirompente fascino affabulatorio– per chi scrive sempre meno frequenti nella letteratura italiana. Le cattive, romanzo d’esordio della scrittrice trans Camila Sosa Villada, appena pubblicato in Italia da SUR nella traduzione di Giulia Zavagna, ha su di sé tutto il peso della grazia di una letteratura ancora viva, famelica e spietata, capace di stupire e dare capolavori. Di Villada, attrice, sceneggiatrice e poeta, sono stati recentemente pubblicati il saggio autobiografico El viaje inútil: trans/escrituras e la raccolta poetica La novia de Sandro, entrambi precedenti al romanzo ma riproposti a causa grande successo di pubblico e di critica dell’autrice.

Si può provare a leggere Le cattive (in spagnolo Las malas) come un romanzo autobiografico su una comunità di prostitute trans nella provincia argentina, comunità di cui la stessa Villada ha fatto parte per oltre dodici anni. Con rigore e crudezza, la scrittura di Villada immerge il lettore nel mondo notturno delle travestis, lo obbliga a fissare lo sguardo sul delitto quotidiano che quel mondo – il nostro – compie ai danni delle minoranze e del diverso. Come ribadito in molte interviste, l’intento della scrittrice è prima di tutto quello politico di rivendicare con orgoglio l’essere-trans nel campo del linguaggio. Viene in mente lo sforzo compiuto in questa direzione dal filosofo Paul B. Preciado, che ha formalizzato teorie e concetti chiave della teoria queer. Con la differenza che Le cattive non è semplicemente un pamphlet o un saggio, ma un romanzo – impetuoso, strabordante, eccessivo – dove l’esperienza biografica di Villada, affidandosi alla logica della finzione, si trasforma in un inno alla metamorfosi e alla trasformazione come uniche logiche del desiderio. Fatto che però non ha niente di rassicurante o consolatorio. L’autrice infatti avverte: «Il mondo del desiderio non è luminoso come si crede».

Nel Parque Sarmiento le prostitute trans della città si riuniscono come in un «sabba» per la «ronda» notturna. Tra di loro torreggia il personaggio memorabile di Zia Encarna, vecchia trans di centosettantotto anni dalle forme maestose. In quel luogo lugubre e pieno di vitalità, una sera, Encarna, madre e protettrice di tutte le trans, rinviene un bambino abbandonato. Il romanzo prende l’avvio con la storia del bambino, ribattezzato Lo Splendore degli Occhi, lo segue nella crescita, si avvolge attorno al suo destino tragico – dove il romanzo, nello scioglimento, si inabissa. In un primo momento, nella casa di Zia Encarna, le trans trovano riparo e crescono come dentro una serra al riparo dello sguardo del mondo, lo sguardo maschile. Uno sguardo che attraverso il personaggio della narratrice impariamo a interrogare e da cui emerge un tratto fondamentale della violenza maschile, vale a dire la continua reversibilità tra sadismo cieco e vittimismo supplice:

«Bisogna vedere come implorano tutti quegli uomini, che hanno famiglia e dei figli e si spaccano la schiena per dar da mangiare a moglie e figli. Bisogna vedere come implorano in silenzio di notte quando sognano questo pene che ora io strizzo e spremo stringendo i denti. Bisogna vedere come implorano per metterselo in bocca e ben dentro il culo, e sentire che è una donna a penetrarli, a provocargli quel dolore, a provocargli quel desiderio».

Descritto come un «paradiso», il cortile della casa della Zia Encarna, dove le trans girano nude e libere, si raccontano storie, ridano o si confidano, ricorda quelle eterotopie di cui parlava Michel Foucault. Enclavi utopiche, dominî del magico e del meraviglioso, conficcati nel centro di un deserto di violenza – la violenza della società, della polizia, dei clienti borghesi. Qui la magia dell’essere può dispiegarsi in forme multiple e cangianti; Villada è brillante nel rendere indimenticabili con l’uso di pochi tratti i suoi personaggi, figure indefinibili, in fuga, perennemente transitorie, irriducibili a ogni forma o limitazione dell’essere – come pure vorrebbe lo sguardo venatorio  dell’uomo. Attorno a Splendore degli Occhi, che catalizza su di sé il desiderio di maternità vissuto dalle donne trans, trovano posto la donna-uccello María La Muta, la donna-licantropo Natalí, la Machi Trans, sciamana e taumaturga che sembra direttamente uscita da un libro di Carpentier o Márquez.

Potrebbero venire in mente le mascherate carnevalesche dei romanzi di José Donoso (soprattutto El lugar sín límites), o la festa perenne del Rocky Horror Picture Show, se non fosse che questo libro guarda in direzione del nostro tempo. Una parata, ma senza la gioia trasgressiva del camp, senza la speranza del carnevalesco e l’innocenza del meraviglioso: il mondo delle cattive, questo mondo stravolto dall’odio e dall’irrazionale, non è nient’altro che la realtà.

Nella seconda parte delle Cattive, il difficile equilibrio che sostiene la vita di tutte loro cede: Zia Encarna e Splendore degli Occhi, spaventati dagli atti intimidatori dei vicini, si rinserrano dentro casa; le compagne trans della narratrice si ammalano, vengono assassinate, mettono fine alla loro vita; la narratrice stessa si abbandona alla pulsione autodistruttiva di amori difficili.

Le cattive pone il problema dell’identità di genere e del linguaggio in maniera realmente rivoluzionaria: se il progetto utopico della comunità di Encarna si conclude in modo tragico con una di loro, se i destini dei personaggi sono segnati dal negativo e dalla sconfitta, l’unico luogo abitabile è quello del linguaggio e della scrittura come spazio di transizione tra individuale e sociale. Essere trans significa «andarsene da tutti i luoghi», coltivare uno spazio letterario per la fioritura di un desiderio che rifiuta l’esperienza del limite:

«Tutto può essere così bello, tutto può essere così fertile, così imprevedibile, è difficile credere che sia opera di un dio. Il linguaggio è mio. È un mio diritto, me ne spetta una parte. È venuto a me, io non l’ho cercato, quindi è mio. Mia madre me l’ha lasciato in eredità, mio padre l’ha sprecato. Lo distruggerò, lo contaminerò, lo confonderò, lo intralcerò, lo farò a pezzi e poi lo resusciterò quante volte sarà, una rinascita per ogni cosa ben fatta a questo mondo».