Un memoir contro l’annichilimento: Storia del mio breve corpo di Billy-Ray Belcourt

Antonio Zaccone

Black Coffee ha da poco pubblicato nella collana “Americana” l’ultimo libro di Billy-Ray Belcourt, Storia del mio breve corpo, tradotto da Sara Reggiani. Belcourt è un giovane scrittore queer NDN, acronimo per Not Dead Native; il termine nasce per contrastare quella mentalità, perlopiù occidentale, che considera i nativi americani morti o sul punto di esserlo. Il “nativo non (ancora) morto” è lo status politico e identitario che Belcourt adopera come motore di questa narrazione, in cui compone un memoir frammentario, interpolando fatti biografici ad altri elementi di attualità e storia.

Dal punto di vista storico-politico, Belcourt analizza i crimini razziali perpetrati dal Canada nei confronti dei nativi, colpevoli di non essersi mai realmente adattati al canone occidentale. Gli NDN, similmente ad altre popolazioni non europee colonizzate, hanno subito un progressivo appiattimento della propria cultura a favore di un’altra aliena al loro passato.
Niente di sbagliato nella mescolanza di più saperi, ma per l’autore il discrimine sta in un’imposizione politico-sociale di ascendenza coloniale, che in gran parte del Canada continua ad avere presa sulle popolazioni storicamente autoctone, rispetto a un potenziale mosaico di dinamicità e allo stesso tempo indipendenza tra più culture, che tarda a realizzarsi.

Uno dei presupposti del testo è l’essere queer oggi nel mondo e, nello specifico, in Canada. Belcourt è il manifesto vivente di una queerness atipica anche nella sua riserva d’origine, il che potrebbe arrivare a rappresentare in parte un controsenso: una certa queerness risiedeva, infatti, proprio nel passato degli amerindi, che accoglievano identità fluide in aperto contrasto col modello cristianizzante di maschio e femmina; il fattore queer in questione andava sotto il nome di Due Spiriti, una sorta di terzo genere riscoperto nelle lotte di emancipazione moderne e facente ormai parte dei movimenti LGBT+ americani.

«A un certo punto c’è il rischio che i ragazzi NDN diventino uomini arrabbiati, e di due tipi almeno: l’uomo al contempo carceriere e riottoso e uno più pacato ma altrettanto critico. Entrambi generano un senso di immobilità – nel cuore del colonialismo sono due stili di vita che seguono dettami fissati dal genere. E il sintomo di tali esibizioni di mascolinità razzializzata è una pletora di atti violenti. Questo è un aspetto molto ben documentato della vita NDN: il trauma del colonialismo erompe nella mente e nel corpo degli uomini i quali poi se ne servono per bombardare a loro volta la vita di donne e ragazze, Due Spiriti e queer».

La scrittura di Belcourt è un atto di aperta sovversione nei confronti di uno status quo apparentemente incrollabile, frutto di secoli di educazione coloniale e gerarchizzazione dei generi, ma non per questo irreversibile. Secondo l’autore, è necessario che una scintilla divampi proprio in quegli uomini vittime di un’idea di mascolinità importata dall’esterno, raggiungendo così un punto di svolta verso un passato da recuperare.

Storia del mio breve corpo è un memoir privo di trama, costruito su flussi interiori pindarici che attingono a più riprese alla vita dell’autore, ma confluenti, come tema portante, sulla determinazione storico-politica delle identità NDN. Il risultato è un saggio in cui l’autore sviluppa una narrazione centrifuga dal sé verso un sé comunitario, facendosi portavoce e paradigma di un passato di cui auspica una fioritura permanente nella contemporaneità. Il punto che Belcourt intende evidenziare è il lungo percorso di (auto)accettazione dei nativi all’interno di un mondo in cui non riescono più a riconoscersi, fatto che genera trame di conflitto nelle riserve e nella comunicazione tra queste e “esterno occidentale”.

Al contempo, si verifica un curioso processo di autosegregazione cui non sfuggono nemmeno i bianchi. Belcourt analizza con perspicacia come l’omonormatività tenda a scivolare verso un erotismo bianco che soffoca categorie già perseguitate, gli omosessuali, che a loro volta non esitano a indossare i panni dei persecutori nelle app di incontri online. Questa finta protezione, creduta affidabile perché concessa da uno schermo, indebolisce le varietà queer che, ontologicamente, dovrebbero sottrarsi all’eteronormatività, ma ne diventano, invece, un surrogato che trova un modo per giustificare atteggiamenti offensivi nei confronti di certe tipologie di uomini: no grassi, no effemminati, no asiatici sono alcuni dei biglietti da visita di profili riscontrabili ovunque.

L’esperienza di NDN si fonde con due tipi di solitudine, tali da convertire l’esistenza, come sostiene Belcourt stesso, in un estremo desiderio di vivere sempre di meno, come sfocandosi. Il primo è la solitudine dell’NDN in un mondo che la Storia non ha voluto per lui, il secondo è la solitudine da NDN queer che ambisce a riempire un posto nel mondo, lottando nel frattempo contro uomini queer corrotti dall’eteronormatività. L’eteronormatività riguarda più sfere: quella sessuale è solo una parte di un cosmo comportamentale. Essere eteronormativi, ad esempio, significa obbedire a una predestinazione fittizia basata sul genere di nascita e si trascina per tutta l’esistenza del soggetto senza possibilità di sovvertirne l’ordine dogmatico. I tentativi e le lotte per scardinare un tale impoverimento esistenziale stanno nella permeabilità della queerness agli eventi traumatici dell’esistenza (eteronormativa) medesima; in breve, non sappiamo se questo sia il migliore dei mondi possibili, ma non è di certo il migliore dei mondi possibili per chi non appartiene alla sfera etero della vita. Almeno per ora.

«Essere queer, per come lo intendo io, significa desiderarti nella misura in cui sei sostituto pratico di concetti da cui sono attratto».

L’essere queer è una condizione breve in un presente continuamente soggetto alle variabilità dell’essere nel mondo. L’idea di Belcourt è che ognuno appare sulla superficie di questo pianeta per un tempo limitato, per questo ogni corpo è breve, un concentrato rapido di particelle che può estinguersi persino da vivo, anche se continua a pompare sangue, per via di quella solitudine che gli NDN, ad esempio, conoscono bene. La vita da NDN diventa così paradigma di un’altra più “tipica” che, pur trovandosi nel flusso di una quotidianità standard, rimane impigliata in preconcetti ontologici; più genericamente, il non poter essere qualcos’altro da sé perché la società impone una serie di comportamenti basati sul genere stabilito alla nascita.

Il problema delle minoranze etnico-identitarie risulta pregnante per Belcourt, che approfondisce anche i casi di suicidio per omofobia e transfobia, ancora più eclatanti nel caso dell’origine nativa delle vittime. Il Canada, da nazione multiculturale razzializzata, espande i confini della propria personale segregazione a una visione-tipo del mondo, separato in compartimenti stagni all’interno dei quali comunicare è un’ardua impresa.

La vita di Belcourt rappresenta, come sostiene lui stesso, un modello feticista dello straniero occidentale; la sua origine amerinda soggiace alla curiosità perversa del dominatore, che vede nell’NDN una realtà in conflitto col bagaglio cristiano e segregante. Se la prospettiva eurocentrica è restia ad accogliere novità ontologiche, è pur sempre tentata di assumerne i connotati, ma, non potendo uscire dal binario esistenziale, l’unica tattica che le rimane di adottare è quella dell’annientamento.

Storia del mio breve corpo, nella sua variegata composizione, è soprattutto un libro sulla violenza che gli NDN sono ormai predestinati a soffrire per eredità coloniale o per eccessiva disinformazione su costumi e tradizioni in aperto dissenso alle ingerenze straniere. Ciononostante, Belcourt ritorna spesso su un concetto difficilissimo da afferrare, ma che, pur nella sua sfuggevolezza, risulta assolutamente salvifico: al di là dei soprusi che l’essere umano subisce lungo tutto l’arco vitale, la gioia deve prevalere su ogni cosa, persino su un’esistenza sbiadita e non riconosciuta dalla moltitudine.