Cappuccino

Giorgia Giuliano


Ciao, sorella.
In quel vuoto caldo e dolciastro il suo
viso era come una tazza di latte
macchiato di caffè.
William Faulkner, L’urlo e il furore

Se il finestrino fosse già stato quello dell’aereo, non avrei visto mia sorella riflessa così vicina sul vetro. Aveva un capello biondo che le tagliava la fronte nel modo in cui l’oro del kintsugi riattacca i pezzi rotti. Livia ha la testa dura, non si rompe, doveva partire ed è partita. Le buttavo un occhio man mano che voltavo pagina, e ho fatto caso al suo capello quando ho dovuto osservarla più a lungo perché, a pagina 111 del libro che stavo leggendo, c’erano due parole per me fortemente contrastanti: sorella e cappuccino. Livia non beve cappuccino, soprattutto l’inizio, non sopporta la schiuma. Quella volta che al bar ne ha domandato uno, io ero davanti a lei quando lo ha sputato nella tazza. Ci ero rimasta malissimo. Sembrava che le avessi dato un regalo e che lei ci avesse vomitato sopra. L’ho presa sul personale, ero convinta che il cappuccino piacesse a tutti. Lo sputo aveva fatto un buco al centro della schiuma: si riuscivano a vedere il latte e il caffè, che erano liscissimi. Che ti aspettavi? le avevo detto. Dalla faccia, credeva che il cappuccino si facesse con chissà quale veleno. Intanto, il barista aveva smesso di schiumare il latte. «Gliene faccio un altro?». «No! No, grazie. Si riposi». Guardammo Livia allo stesso modo, io e il barista, poi gli lasciai due spicci e ce ne andammo.

C’era un bellissimo uliveto sulla strada che portava all’aeroporto. Se fossimo partite con più anticipo, ci saremmo fermate a misurare la distanza tra i tronchi con i nostri passi. Se fossero stati sette piedi, ci avremmo trovato olive nere. Dieci piedi, e Livia si sarebbe arrampicata fra i rami per raccogliere quelle verdi. Era stata così la nostra infanzia, una raccolta di olive. Bisogna trovare un pezzettino di pane e bagnarlo nell’olio per capire a che punto siamo, se sappiamo gestirne il pizzicore, una cosa che da bambine neanche ci preoccupava perché dovevamo stare già attentissime al nocciolo dell’oliva. Un problema alla volta, diceva nonna. Cosa potevo saperne, io, che la giovinezza fosse il disguido della maturazione. La giovinezza è la fase della pressatura, quella in cui si spreme l’oliva sino a che, di colpo, non invecchia. Io, adesso, mi trovo nel momento del colpo; Livia si sta ancora spremendo per bene, sta vivendo la sua occasione. Non ho voluto dirle che cosa viene dopo, perché in realtà non cambia molto. Il corpo è comunque fresco, non è una questione di corpo. Cambiano le intenzioni. Ma misurare la distanza tra gli ulivi, lo giuro, lo avrei fatto.
«Papà, accostati». «Devi fare pipì?». «Dobbiamo andare là». «Là dove?». «Là tra gli ulivi. Livia ed io». «Manca un’ora di strada». «E due alla partenza. Dai, ci mettiamo un secondo».
Avevo fatto mettere due sacchetti gelo a Livia come copri scarpe. Le busta-scarpe sono un modello di ultima generazione, signorina. Oggi le proponiamo un giorno di prova a costo zero, dovrebbe approfittarne! Si faccia un giro, e poi torni da noi con una buona notizia. La storia delle busta-scarpe era un gioco che c’inventavamo per rigirare gli ordini di mamma quando ci avvertiva di non portare terra in casa. Cercavamo di prendere la parte migliore della questione. Come mi aspettavo, Livia mi stava assecondando, già elettrizzata all’idea di salire sull’aereo quando i passeggeri sarebbero stati tutti seduti, pronti a fissarle il culo mentre attraversava il corridoio. Aveva le punte dei sacchetti gelo che sembravano becchi di pinguini. Il piede le è rimasto piccolo ed è un bene, perché le busta-scarpe si producono di un numero solo. Scavalcammo il guardrail e ci tranquillizzammo subito, tipo quando si mettono i piedi nell’acqua. La terra era morbida, sembrava di schiacciare tanti piccoli seni. Sentivo un gran bisogno di dire a Livia che ero felice del fatto che non ci avessimo affondato i piedi per tanti anni: era una sensazione talmente bella che sarebbe stato deludente ricordarci che non era la prima volta. Non che i ricordi siano una seconda scelta, anzi, comportano lo stesso emozioni potenti. Il punto è che ce le restituiscono. La differenza sta solo in questo, in una sottile assenza di entusiasmo.
«Occhi aperti, che magari troviamo le nostre vecchie impronte». «Più vecchie di quelle dei dinosauri». «Quanti anni fa è stato?». «Dieci, almeno». «Che peccato che l’aereo non possa passare sotto agli ulivi». «Lo dici come se gli aerei passassero sotto a qualcosa». «Infatti non mi piace che vadano così in alto». «Tanto mica ci sali spesso». «Appunto per questo. Le poche volte che prendo un aereo, vorrei vedere dal finestrino qualcosa che mi piace». «Mi spieghi, le nuvole, che fastidio ti danno?». «Assomigliano alla schiuma del cappuccino».
Livia aveva staccato una foglia d’ulivo e se l’era passata più volte sotto il naso. Quando papà si fa la barba, aveva detto ridendo mentre fingeva che la foglia fosse un rasoio. Se ci fosse stato un cespuglio di lamponi, ne avrei preso uno e glielo avrei spremuto vicino alle labbra e poi le avrei detto ecco che succede a imitare i papà: che ci si fa male! E Livia avrebbe risposto che tanto era soltanto un taglietto, imitando il momento in cui ciascun maschio, indistintamente, si sente in punto di morte. Li facciamo sentire ridicoli giusto giusto quando stanno morendo e siccome i maschi, la morte, la vogliono solenne, a un certo punto decidono che non è più quello il momento di morire. Allora ci ripensano e confermano anche loro che è un taglietto.
Mia sorella aveva continuato per un po’ a solleticarsi il naso, poi mi aveva detto di tenere la foglia e lì ci siamo accorte che non abbiamo mai intascato niente della nostra infanzia. Non ci piaceva di negarle la luce del sole per metterla al chiuso da qualche parte. La lasciavamo in campagna a fare la guardiana alle terre, tanto il giorno dopo l’avremmo ritrovata lì come un cane fedele. La terra ci arrivava alle ginocchia, ce le medicava. Ogni tanto ci siamo ferite sui tronchi. Sanguini tu che sanguino io. Chissà se la carne al sangue, con le olive, è buona. Quanto mi faceva impressione questa frase che diceva Livia La Campionessa Delle Filastrocche. «Ti ricordi quando ti eri fissata con le filastrocche?». «Sanguini tu che sanguino io». «Non sapevi fare le rime». «Non è che non le sapevo fare. Volevo qualcosa di diverso dalle filastrocche della scuola». «Che spaccona». «Che male c’è. Volevo qualcosa di mio».

Papà si era messo a impastare lo sterzo duro. Il clacson faceva da musichetta alla sua testa che sporgeva e rientrava nel finestrino come un tergicristallo. Diceva che, a stare sotto il sole, la macchina stava diventando bollente. Se il cofano fosse stato pieno di olive, sarebbero diventate olio per friggere. Mio padre avrebbe potuto improvvisare uno street food ambulante, una friggitoria con le ruote, e vendere tutte le sue chiacchiere fritte, mentre io e Livia avremmo continuato a starcene sotto agli ulivi per far vedere alla campagna quanto eravamo cresciute, come si fa quando si vanno a trovare le vecchie zie: solo per far vedere che si cresce, in caso non lo sapessero. Papà è un’altra testa dura. Chi guarda Livia da sopra a sotto arriva alla conclusione che non gli assomiglia. No, no, provate a darle una capocciata e poi ditemi se non hanno la testa dura uguale.
Volevamo starcene coi piedi nella terra giusto altri cinque minuti, ma papà ha fatto retromarcia e si è affossato. Gli era sembrato di aver visto un animale dallo specchietto retrovisore e, per scansarlo, aveva dato una sterzata strana. Livia, nel frattempo, aveva alzato la testa perché sapeva già di vedere in cielo l’aereo che ormai avrebbe perso. Dovevamo unire le forze e spingere la macchina. Papà avrebbe strizzato l’acceleratore e io e mia sorella avremmo riempito il paraurti di manate. Ma in tre eravamo pochi. Sulla strada non passava nessuno, sono già tutti in aeroporto!, diceva reggendosi il collo perché, per la prima volta, la sua testa dura lo aveva tradito. La strada, immobile, sembrava quella di un western. Un western con gli ulivi. Mi misi a fischiare. Livia aveva ricevuto la notifica del promemoria del volo per Tokyo delle ore 12:50. Mancavano un’ora e dieci minuti e proprio in quei dieci minuti doveva per forza succedere qualcosa. Lei e papà si erano accaniti, due rugbisti, prendevano il cofano a spallate, quando io avevo proposto di scavare accanto alle ruote.

Papà non sopportava la fortuna soltanto perché non ne aveva mai avuta. Ecco perché, quando arrivò, non seppe neanche riconoscerla. Non gli piacevano neanche le sembianze con cui la fortuna si era palesata e mi lanciò un’occhiataccia che avrebbe potuto tagliarmi le braccia, le stesse che avevo agitato in direzione di un furgoncino in cui, avevo calcolato, c’era spazio per tutti. Aveva una targa strana, messa un po’ di sbieco, e già quella, da sola, bastò a confermare a mio padre che ci era capitata una giornata storta. Il motore era lo scoppiettio delle castagne. Sul parabrezza erano accatastate almeno una dozzina di lattine di birra, sembrava un tiro a segno di qualche parco giochi e, per un attimo, mi venne il desiderio di raccogliere due olive e di lanciarle contro il vetro per vedere quante ne colpivo. Dallo specchietto retrovisore penzolava il ciondolo di un pupazzo obeso che voleva scolarsi tutta la birra a disposizione. Pensai che la fortuna doveva proprio essersi ubriacata, per fermarsi in soccorso di papà.
Dal furgoncino scesero sei albanesi. Lo aveva specificato mio padre, né Livia e né io. Papà si toccò dietro il sedere, non so se per autoconvincersi di avere una pistola o per verificare che avesse il portafoglio addosso. I sei albanesi avevano l’aspetto di bambini col colletto sistemato dalle madri poco prima di uscire: per me, ciascuno di loro, viveva ancora con sua madre e questa cosa mi rasserenava perché secondo me erano brave persone. Ed era giusto che anche noi, a loro, sembrassimo tali e sperai che mio padre ci arrivasse. Con un italiano un po’ risicato, ci chiesero se ci servisse aiuto. Mi faceva ridere che, quando parlavano, lo facevano a turno: ognuno di loro avanzava di un passo e poi tornava al suo posto, come in una recita scolastica. Erano così schematizzati e attenti a non accavallarsi con le voci, che ero sicura lavorassero tutti in un supermercato dove ognuno gestiva la propria corsia. Mio padre, che cercava di stargli lontano, poi era lo stesso che, al supermercato, correva a cercarli per farsi scortare davanti alla pasta di acciughe. Il contesto predispone o meno le persone al dialogo. Ogni tanto le forza anche. Papà, al supermercato, è un cliente molto opportunista nelle questioni e distinzioni sociali. I sei albanesi si misero in fila a spingere la nostra macchina. Era la mattina di Capodanno. Credevo di sognare. Ma la ruota posteriore sinistra si era incaponita nella terra e non c’era verso di smuoverla. Fecero un altro tentativo e, dalla lentezza di un treno merci, passarono alla velocità di uno shinkansen che non aveva mai sfrecciato accanto agli ulivi. A furia di battere i piedi nella terra, Livia aveva scavato un fosso e sembrava più bassa di quello che era. Voleva fare come la ruota, affossarsi per la disperazione. Per il bene suo, mio padre preferì farseli amici soprattutto perché, se già da solo un albanese era pericoloso, altri cinque sarebbero stati mortali. Alla fine, l’idea fu di Livia. Tra l’ottavo e il nono minuto di quell’ora e dieci, mia sorella chiese agli albanesi un passaggio. Mio padre scattò come se Livia stesse per buttarsi tra le braccia di tutti e sei. Guardammo tutti papà: erano, solo su di lui, sedici occhi. E, con un dito solo, lui credeva di cecarli tutti. Papà era un topolino e gli albanesi l’elefante grande, grosso e spaventato. Stavano aspettando il suo verdetto. Pensai che, in passato, dei loro padri avessero avuto molto timore. Papà fece qualcosa che non mi sarei mai aspettata. Andò incontro agli albanesi e li guardò uno a uno, da parecchio vicino. Da dietro, gli vedevo le pieghe a fisarmonica del collo. Era diventato il papà di sei albanesi, più due figlie. Otto figli, ma solo ai primi sei aveva minacciato di tirare le orecchie. Loro ci misero un instante a capire che dovevano comportarsi per bene, da fratelli maggiori.

Io e mio padre ci eravamo piazzati sotto agli ulivi, ad aspettare il carroattrezzi. Mi ero mangiata tutte le unghie, una fatica per farle crescere. Negli aeroporti non sai mai se la gente è appena arrivata o se deve partire. Immagino che tutti sapessero che Livia doveva partire.
No, vicino al finestrino c’era seduto un signore con la maglia di Pornhub. Mi sono domandata che tipo fosse. Questo messaggio me lo ha mandato Livia quando è atterrata a Tokyo. Mia sorella domanda, domanda sempre. Torna tra quaranta giorni e io, intanto che l’aspetto, mi farò crescere i baffi. Di cappuccino.


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↔ In alto: foto Kinga Cichewiczon / Unsplash.