Chi è la vera bestia? Una bestia in paradiso di Cécile Coulon

Elena Longo


«Da ciascun lato della strada stretta che serpeggia tra campi di un verde inteso, verde di tempesta e d’erba, dei fiori enormi, dai colori tenui e dagli steli tremolanti, dei fiori sbocciano a ogni stagione. Fiori che cingono quel nastro di asfalto fino al sentiero nel quale un cartello fissato su un palo di legno dice:
SIETE ARRIVATI AL PARADISO»

Il Paradiso è la fattoria di Émilienne Émard, matriarca contadina, albero dai rami contorti che, rimasta vedova, guida la famiglia Émard a colpi di duro lavoro e buonsenso tipico di chi vive quotidianamente la campagna.
Con lei abitano i nipoti Blanche e Gabriel, che hanno perso i genitori in un incidente stradale, e Louis, che ha trovato la salvezza dalla violenza paterna nell’asprezza del mondo contadino. A sparigliare le carte arriva l’adolescenza di Blanche, che si innamora di Alexandre, giovane bellissimo e ambizioso.
Come si comportano però il desiderio e la passione umane quando sono assoggettate all’amore per la propria terra?
Cécile Coulon – trent’anni, già dodici pubblicazioni all’attivo tra romanzi, raccolte di racconti e di poesie, e vincitrice del Prix Apollinaire 2018 – ambienta il suo sesto romanzo, pubblicato in Italia per i tipi di Edizioni e/o, all’interno di un ambiente circoscritto, dove le leggi della natura sono così forti da schiacciare ogni altro riferimento temporale e spaziale. La città e le sue ambizioni sono solo un’eco lontana; il Paradiso è l’unico luogo che Blanche conosce; la vita contadina, fatta di sofferenza, sangue e fatica, è l’unica strada per lei percorribile; la morte è «una questione di famiglia da regolare in modo naturale, come si piega un lenzuolo pulito».

Dopo Tre stagioni di tempesta, edito in Italia da Keller editore, Coulon si trova a un punto di rottura. Decide di abbandonare la casa editrice di una vita, Vivane Hamy, e ritrovarsi sola e senza una guida davanti alla pagina bianca per affrontare un tema che le sta particolarmente a cuore: il corpo e il desiderio femminili all’interno di un ambiente rurale. Con un linguaggio nuovo, ancora più asciutto ed essenziale rispetto alla sua produzione precedente, l’autrice francese parte da un luogo autobiografico – il Paradiso è Le châtaigner, la fattoria della sorella della nonna, nella regione del Limousin – e ci costruisce attorno un universo immaginario dove sensualità e violenza si mescolano e convivono sin dalle prime pagine.

«Blanche e Alexandre fecero l’amore per la prima volta mentre in cortile sgozzavano il maiale. Avevano chiuso le finestre, senza tirare le tende. Sotto, la festa impazzava. L’animale gridava come un dannato, i contadini dei dintorni stavano lì riuniti; il sangue disegnava ampi papaveri rossi sulla terra battuta. Sotto il grande albero davanti alla porta, Louis aveva sistemato dei banchi ricoperti da tovaglie vergate con le iniziali della famiglia Émard. Una quarantina di persone assisteva allo sgozzamento, i più piccoli guardavano con gli occhi spalancati, Émilienne, in prima fila, diceva: “Ecco, così, piano… Il sangue, guardate bene il sangue…”.

Al primo piano Blanche e Alexandre, nudi, si stringevano, intrecciati, sapendo cosa fare senza sapere bene come farlo, sapendo che avrebbero fatto male, senza sapere come rendere quel male più bello. L’odore del sangue nel cortile rivaleggiava con quello della pelle di Alexandre, del sesso di Blanche, e loro non odoravano più nient’altro se non loro stessi, non sentivano che i loro respiri mischiati, allo stesso tempo spaventati e sollevati di ritrovarsi insieme, finalmente».

Perché chiamare «paradiso» un luogo così duro e faticoso?
Interrogata sul titolo del romanzo durante un’intervista per France Culture, Cécile Coulon racconta di voler scardinare l’immaginario biblico che vuole il paradiso come un luogo meraviglioso, pulito e silenzioso. «Il paradiso umano e animale è un luogo che sa di sangue, di letame e di sperma; senza questo luogo non siamo nessuno, non esistiamo, tutto ha inizio da lì. Il paradiso è un posto vivo, appiccicoso, sotterraneo e brulicante di insetti». Con una scrittura cinematografica, dove suoni e colori la fanno da padroni, Cécile Coulon ripercorre la vita di Blanche all’interno di questo paradiso umano, dove le passioni e il desiderio si scontrano e si mescolano con l’amore e il rispetto per la terra, e il corpo è sottomesso alle leggi della natura.

«Gli anni le avevano allungato le dita e, forgiate dal lavoro quotidiano, le mani somigliavano ormai a due grandi artigli a cinque uncini, di una forza senza uguali. La pelle del dorso, più scura di qualsiasi altra parte del corpo, era già macchiata di tracce scure, minuscole. Cicatrici, segni del sole, schegge, piccole ferite senza importanza, le mani di Blanche erano state scolpite dalle zampe, dagli zoccoli e dagli artigli […]».

Fare male, Proteggere, Costruire, Superare, Crescere, Uccidere: i titoli dei capitoli sono verbi all’infinito, azioni che se lette una dopo l’altra formano il racconto sottotraccia della vita di Blanche.
La tragedia è scritta sin dalle prime pagine: il ritmo della natura scandisce gli eventi; la terra non risparmia chi se ne allontana e poi ritorna per plasmarla secondo le sue personali ambizioni, ma nemmeno chi la custodisce e si lascia determinare. E a chi legge rimane un’ultima domanda: chi è la vera bestia? È l’animale? O forse questo, anche nella sua brutalità, è più umano di qualsiasi essere umano?