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«Buon pomeriggio, Telemondo Sport è oggi nella piccola Repubblica di Bananas, stiamo per trasmettervi in diretta un assassinio di capo di governo, sarà ucciso il presidente di questo ameno paese dell’America Latina e immediatamente sostituito da una dittatura militare […]», annunciava con lo sguardo fisso in camera l’inviato televisivo di questo esilarante film di Woody Allen, Il dittatore dello stato libero di Bananas, del 1971, fra le ali di una folla festante ma tensiva.

Appena due anni prima lo scrittore messicano Jorge Ibargüengoitia dava alla luce il suo secondo romanzo, Ammazzate il leone (Maten al león), che a distanza di poco più di cinquant’anni La Nuova Frontiera ripropone per la collana Il Basilisco nella traduzione di Angelo Morino; l’opera è il terzo titolo dell’autore pubblicato dalla casa editrice dopo Le morte e Due delitti.

Nonostante gli intrecci del film si discostino quasi immediatamente dagli sviluppi di questo libro gli ingredienti iniziali sembrano essere pressappoco gli stessi: c’è un’isola, in questo caso Arepa, dispersa nel mar dei Caraibi, un militare al governo che non ha nessuna intenzione di abbandonare le redini del comando, e poi ripetuti tentativi di golpe per abbatterlo che si rivelano irrimediabilmente fallimentari.

Ammazzate il leone comincia con un omicidio – siamo nel 1926 –, il recupero fra le reti di alcuni pescatori del cadavere del dottor Saldaña, deputato moderato nonché unico candidato dell’opposizione alle prossime elezioni per la presidenza di Arepa. L’obiettivo della fazione sarebbe quello di sostituire il progressista maresciallo don Manuel Belaunzarán, eroe delle guerre d’indipendenza e giunto ormai alla fine del suo quarto mandato consecutivo. Ma il vecchio leone ha evidentemente ben altri piani in testa, essendo egli stesso il mandante e la ragion per cui il dottore giace ora fra i pesci moribondi e le alghe dei Caraibi.

Accade così che per rimediare alla morte del loro candidato i moderati decidano di richiamare dall’estero Pepe Cussirat, “l’uomo più colto di Arepa”, un giovane di belle speranze con il vantaggio di essere una faccia nuova in città. Un veloce colloquio nelle stanze presidenziali, qualche stretta di mano con il suo carico di false promesse e Cussirat capisce subito che l’unico modo per liberarsi di questa (ormai) dittatura è fare fuori il grande leone, con ogni mezzo possibile.

Ibargüengoitia costruisce un gran teatro di stampo plautino, attraverso l’alternarsi di episodi telegrafici e l’uso di una lingua fortemente icastica, dove i cospirazionisti alla fine rimangono con un pugno di mosche in mano e l’eroe morale della vicenda è sempre chi meno ti aspetti.

Proseguendo la sua personalissima poetica già inaugurata con il primo romanzo I lampi di agosto – una feroce farsa sull’ultima fase della Rivoluzione messicana e sulla formazione della futura classe politico-militare del Paese – Ibargüengoitia mette in scena una satira sottile ma a suo modo spietata, che non risparmia nessuno dei numerosi personaggi che si affacciano sul palcoscenico di questa storia, ciascuno chiuso nel proprio mondo di ipocrisie o intento a inseguire le isoipse del proprio interesse.

Ci sono da una parte i progressisti, con i loro continui intrighi per rimanere al potere e dall’altra i moderati, incendiari a parole ma sempre pronti a nascondersi alla prima occasione, omologandosi o accettando passivamente i soprusi di una classe politica corrotta. Nel mezzo, il popolo di Puerto Alegre, capitale dell’isola abitata in parte da coloni neri, in parte da bianchi creoli e in parte da indios guarupa. Ma contrariamente a quanto ci si aspetterebbe anche il popolo è partecipe di questa deriva autoritaria, troppo ignorante anche solo per concepire un minimo cambiamento, banchetto sacrificale prediletto in cui il leone è libero di affondare le zanne affamate.

Ma la satira di Ibargüengoitia è una caramella per la tosse, ci si accorge dell’amaro solo una volta passata sopra la lingua. È il vetro temprato di uno specchio che rifrange un pastiche di situazioni parodistiche, come durante la grande cena di gala in casa di Ángela, la moglie di uno dei deputati all’opposizione, quando per festeggiare la presidenza a vita del maresciallo, promulgata attraverso una legge avallata con il consenso degli stessi moderati, si cercherà in tutti i modi di uccidere il borioso leone senza dare nell’occhio, con una serie di stratagemmi fallimentari che sfoceranno in quadri al limite del comico e dell’assurdo, indimenticabili per inventiva e brillantezza stilistica.

«Questo paese ha bisogno di progresso. Per progredire c’è bisogno di stabilità. La stabilità la possiamo raggiungere se voi vi tenete le vostre proprietà e io la presidenza. Tutti insieme, tutti contenti, e avanti così».
I successi di Manuel Belaunzarán vedono nel fallimento di Cussirat il logico contrappasso che indica come primo responsabile proprio “il vas d’elezione”, passato in poco tempo da unica panacea contro tutti i mali a bersaglio privilegiato del biasimo di Ibargüengoitia: «vedo dei poveri per la prima volta […] e scopro che, in fin dei conti, i poveri continueranno a essere poveri, e i ricchi, ricchi […]». Che senso ha allora se il presidente è un assassino o meno?

In questa parata di personaggi con tutte le loro maschere sociali vediamo all’opera la grande abilità di Ibargüengoitia come scrittore di pièce teatrali, con le quali cominciò a cimentarsi già da giovanissimo quando frequentò il corso di composizione drammatica tenuto da Usigli, al tempo uno dei più noti drammaturghi messicani. Ma la vita da commediografo, nonostante alcuni premi vinti, ebbe breve durata e anzi fu proprio la sua opera teatrale più importante, El atentado, che paradossalmente gli aprì la strada verso la prosa narrativa del romanzo, da cui poi non si separerà mai più fino alla tragica morte avvenuta nel 1983.

Nella satira esasperata di Ammazzate il leone non c’è spazio per l’illusione, neanche per la speranza del più piccolo cambiamento, nell’idea di fondo che la storia si ripete e a questa non c’è scampo, dove la realtà altro non è che una splendida commedia condita dagli sgargianti colori delle mostrine delle divise militari: il candido benefattore è un leone che non vuole morire, il giovane eroe un codardo che non conosce altro se non il proprio interesse personale e il popolo l’unico martire inconsapevole di una farsa che può soltanto finire in tragedia.

In questo mondo immaginato da Ibargüengoitia qualsiasi possibilità di rinnovamento, così come gli ideali che si porta dietro, assume l’aspetto effimero di una crisalide, la stessa farfalla che Cussirat raccoglie da terra appena uscita dal bozzolo mentre passeggia accanto ad Ángela nel suo giardino, che non può volare e si muove goffamente fra i loro piedi: «Togliti dal sentiero, che qualcuno potrebbe calpestarti», ma la farfalla appena nata fa qualche passo, scivola e ricade, destinata inevitabilmente a essere schiacciata.

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