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La prima volta che mi sono imbattuto in Costa-Gavras non è stato per uno dei film della sua lunga carriera da regista che si estende dal 1965 ai giorni d’oggi. Il nome leggermente modificato in “Costa Gravas” veniva utilizzato nella terza stagione della serie televisiva spy-comedy Chuck  come quello di un paese comunista centroamericano. Un omaggio dovuto a un cameo del regista greco in  Spies like us di John Landis, una delle fonti di ispirazione per i creatori di Chuck.  Quando ho cercato il nome sul web ero però ancora convinto di essere a caccia di curiosità su uno Stato fittizio e invece mi sono imbattuto in una lunga filmografia basata su fatti reali, lungometraggi verosimili sui principali avvenimenti geopolitici della seconda metà del Novecento. Missing, Music box, L’affare della sezione speciale, ma soprattutto Z, La confessione e L’amerikano, tre film consecutivi con lo stesso attore protagonista, il cantante Yves Montand, realizzati a cavallo tra anni 60 e 70 che resero il suo autore  famoso in tutto il mondo.

Costa-Gavras, pseudonimo di Kōnstantinos Gavras, nasce in Grecia nel 1933 e a sedici  anni ha già assistito all’invasione nazista del 1941 e alla guerra civile greca tra il 1946 e il 1949, dopo la quale chiunque fosse di sinistra o avesse partecipato alla resistenza antinazista veniva considerato comunista e percepito dalle autorità come un cittadino pericoloso. Nel 1951 si trasferisce a Parigi per studiare letteratura alla Sorbonne, che abbandona nel 1956 per studiare all’Institut des Hautes Études Cinématographiques (Istituto di studi cinematografici avanzati, IDHEC). Dopo essere stato assistente regista di Jean Giono e René Clair, gira i suoi primi lungometraggi: Vagone letto per assassini nel 1965 e Il tredicesimo uomo due anni dopo, un thriller e un film su un gruppo di partigiani durante la Seconda Guerra Mondiale. Questi primi lavori, uniti alla sua giovinezza tra guerre e clima culturale francese postbellico, formano il retroterra culturale su cui baserà una  trilogia sul rapporto tra individuo, società e potere: Z, La confessione e L’amerikano.

Z – L’orgia del potere

Un convegno sull’agricoltura in cui un generale parla di una malattia delle piante (peronospora) da estirpare alludendo al socialismo, il comizio di un deputato di sinistra da organizzare attraverso mille difficoltà. Così inizia Z, il lungometraggio più famoso nella filmografia di Costa-Gavras. Non viene indicato precisamente il luogo, ci troviamo in un paese mediterraneo, ma è la Grecia degli anni ’60. A confermare il sospetto è la rivisitazione di una classica formula che compare sullo schermo dopo i titoli di testa: «Qualsiasi somiglianza con eventi reali, persone morte o vive non è casuale. È volontaria», firmata del regista e dello sceneggiatore Jorge Semprun. Il film è tratto dal romanzo (omonimo) di Vassilis Vassilikos, a sua volta basato sull’assassinio dell’ex atleta, medico e politico Gregoris Lambrakis.

Il comizio è infine organizzato e alla sua conclusione il deputato di sinistra, interpretato da Yves Montand, viene colpito alla testa. Morirà in ospedale, lasciando ombre sui rapporti ufficiali che affermavano fosse stato investito da un ubriaco. In quel momento, alla fine del primo atto, il testimone di protagonista passa a Jean-Louis Trintignant nei panni del giudice Sartzetakis. Simbolo della giustizia incorruttibile, arriverà a scoprire la trama ordita dall’organizzazione che rappresenta la contiguità tra gli ufficiali, il potere politico, cioè la mente, e il braccio, ovvero i membri del C.R.O.C., Combattenti Realisti dell’Occidente Cristiano, e portarli a processo.

Il giudice istruttore (Jean-Louis Trintignant, a sinistra) incalza Vigo (Marcel Bozzuffi, a destra) in uno dei tanti interrogatori del film Z

Alla fine del film, ci sono aggiornamenti su cosa accade realmente dopo l’indagine, pratica ormai diffusa nel cinema che qui appare forse per la prima volta. Jacques Perrin, che interpreta un giornalista impegnato a far venire a galla la verità, elenca le vittorie di quel potere che fino a un attimo prima sembrava sconfitto: i cattivi l’hanno fatta franca e i buoni sono stati uccisi o arrestati, poi la voce narrante cambia e apprendiamo che anche il giornalista è stato arrestato. Segue un elenco di quello che diventa fuorilegge con la dittatura dei colonnelli, tra cui “i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoj, scioperare, Eschilo, i Beatles, la libertà di stampa” ma soprattutto la lettera Z, che voleva dire “egli è vivo” in greco antico e che veniva dipinta sui muri dai manifestanti per ricordare Lambrakis.

Il film fu girato in Algeria perché era l’unico posto in cui poterlo fare, «in Francia era impossibile perché non avevamo abbastanza soldi, in Italia rifiutavano tutto, e uno degli attori, Jacques Perrin – che fu anche produttore del film -, mi suggerì l’Algeria» ricorda Costa-Gavras ai microfoni della radio pubblica americana WNYC.

Aggeo Savioli, storico giornalista de l’Unità, inviato al Festival di Cannes del 1969 dove Z vinse il premio della giuria, scriveva in quei giorni che «Z ricostruisce i fatti, illumina gli stretti rapporti tra la gendarmeria e le organizzazioni paramilitari anticomuniste, proietta dietro le spalle degli uomini in divisa, e degli alti magistrati, l’ombra di un complotto coinvolgente la Corona e il grande “alleato atlantico”», anche se riportava come Yves Montand affermasse «la validità universale dell’“affare” trattato in Z: in Grecia, come nei paesi dell’Est, come in America, possono succedere cose simili». Questa universalità del film lo portò a essere proiettato negli Stati Uniti, anche prima di essere distribuito nei cinema. Aaron Dixon, membro del Partito delle Pantere Nere, ricorda nella sua biografia My People Are Rising. Memoir of a Black Panther Party Captain, che nel marzo del 1969 a Oakland si tenne una Conferenza Nazionale per il Fronte Unito Contro il Fascismo di tre giorni, durante la quale «ci furono discorsi e raduni e una esclusiva proiezione di Z, film di Costa-Gavras sul controllo dello Stato e sulla cospirazione greca [per l’assassinio di Lambrakis]». L’anno seguente, agli Oscar del 1970, Z vinse nelle categorie Miglior film straniero e Miglior montaggio, perdendo le statuette di Miglior film, Miglior regista e Miglior sceneggiatura non originale contro Un uomo da marciapiede di John Schlesinger. Il film arrivò anche in Rai a fine 1974, anche se su La Stampa del 10 dicembre di quell’anno si scrisse che «malignamente qualcuno può dire che la Rai, accertatasi ben bene che il regime parafascista dei colonnelli in Grecia era caduto in modo definitivo e che non c’erano possibilità di ritorni di alcun genere, s’è finalmente decisa a trasmettere il film Z […] che da tempo teneva nel cassetto e che prudentemente non tirava fuori per timore di complicazioni internazionali. Ma queste sono malignità» aggiungendo che la Rai «è stata fortunata perché la riproposta della famosa pellicola ha coinciso con un momento felice per la Grecia». L’8 dicembre infatti si tenne il referendum con cui i greci scelsero la repubblica.  

La confessione

Un anno dopo Z esce nei cinema La confessione (L’aveu). A Praga nel 1951 il viceministro degli esteri viene imprigionato con l’accusa di essere una spia e di collaborare con gli Stati Uniti. Con interminabili torture e privazioni, si tenta di estorcere una confessione al politico che continua a proclamare di non conoscere il motivo del suo arresto. Pian piano però cede alla volontà dei carcerieri, fino a giungere a un processo pubblico nel quale ammette reati che non ha commesso. Anche questo film è basato su una storia vera, cioè quella di Artur London, comunista ebreo che lottò prima contro i franchisti in Spagna, poi contro i nazisti in Francia e infine divenne viceministro degli esteri della Cecoslovacchia comunista. Arrestato nell’ambito del processo Slánský, dal nome dell’imputato più illustre che allora ricopriva la carica di Segretario del Partito Comunista di Cecoslovacchia, London sarà uno dei soli tre a non essere condannato a morte su quattordici imputati, molti dei quali con il suo stesso passato in Spagna e Francia.

L’elemento principale del film è la tortura subita dal protagonista Yves Montand/Artur London. L’interrogatorio si svolge in tre fasi contigue: inizialmente il viceministro è condotto al castello di Kodoleje e interrogato dal duro Smola, poi trasferito alle prigioni Ruzyn, dove Smola è sostituito dal freddo Kohoutek, e infine portato alle prigioni Pankrac, dove viene rimesso in forze. Qui è messa in scena la finta confessione da recitare al processo pubblico, nel quale i prigionieri vengono convinti a sacrificarsi per il bene del partito.

Artur London (Yves Montand) recita in pubblico al processo Slánský la confessione sceneggiata con i suoi carcerieri

Smola e Kohoutek sono carcerieri dai metodi molto diversi. Il primo urla e non concede nulla a London, mentre il secondo, sempre calmo, punta a diversi obiettivi. Così Kohoutek, che addirittura aveva aiutato le SS durante la Seconda Guerra Mondiale negli interrogatori, inizia a far ammettere piccoli fatti al suo prigioniero, in cui viene cambiata una parola, utilizzato un sinonimo, promesso che ci sarà in seguito una correzione, ma che portano a comporre come un puzzle una storia falsa piena di ammissioni distorte. Uno degli elementi che meglio spiegano la manipolazione durante la tortura è quello dell’antisemitismo: durante gli interrogatori London viene chiamato più volte “sporco ebreo”, ma quando si parla di uno degli altri prigionieri, Hadju, Kohoutek decide di sostituire la parola “trozkista” con “sionista”; all’opposizione di London che afferma «è giudeo non sionista», sottolineando che la seconda parola abbia una valenza politica, Kohoudek risponde sdegnato che in una democrazia popolare la parola giudeo è un’ingiuria, mentre la parola “ebreo” «non suona bene» [sic]. «Scriveremo sionista, sono gli ordini» conclude il carceriere.

Il film tramite flashforward ci mostra che London è sopravvissuto nonostante le torture e la condanna e si trova a Monaco nel 1965, dove racconta il suo kafkiano incontro con Kohoutek nel 1958, dopo la morte di Stalin e i conseguenti colpi di spugna sulle condanne. Nel 1968 poi, con la Primavera di Praga e dopo essere stato riabilitato da Dubcek, London si reca a Praga per organizzare la pubblicazione del suo libro ma, nel giorno del suo arrivo, i carri armati sovietici entrano nella capitale. Il film si conclude con alcuni passanti che scrivono due frasi sui muri della città: «Svegliati Lenin, Breznev è impazzito» e «Arrenditi Lenin, sono tutti impazziti».

L’uscita del film non fu priva polemiche. Su l’Unità del 25 settembre 1970 si legge che «gli autori de La confessione – come hanno fatto intendere – erano pienamente coscienti che la loro opera avrebbe potuto essere strumentalizzata in senso anticomunista ed antidemocratico dai reazionari di tutto d mondo». Il quotidiano riportava che però London «ha ribadito la sua convinzione e la sua fede di comunista. In sostanza egli ha detto di ritenere tutt’altro che concluso il processo di rinnovamento aperto dal XX Congresso del PCUS; ed è per dare vigore ad esso che egli ha scritto il suo libro ed ha acconsentito che ne fosse tratto un film». Negli stessi giorni La Stampa riportava le dichiarazioni di Costa-Gavras sul fatto che in nessun paese socialista sarebbe stata permessa la proiezione del suo film: «L’oppressione oggi si esercita in tutti i Paesi, anche in quelli occidentali che si dicono molto liberi. Non possiamo definirci liberi solo perché è possibile proiettare un film: esistono mille altre forme di repressione».

L’amerikano

Per l’ultimo capitolo della trilogia, Costa-Gavras si sposta in Uruguay. L’amerikano (Etat de Siege)  – con la K che era usata in quegli anni per indicare i “falchi”, i reazionari più duri – inizia con le ricerche e il ritrovamento del corpo di Philip Michael Santore, ancora una volta interpretato da Yves Montand. Eliminato subito l’elemento di suspense, lo spettatore non deve più rimanere in sala per scoprire le sorti dell’americano, ma per sapere come e perché si è arrivati a quella situazione. Dopo aver mostrato i funerali di Santore torniamo all’inizio della settimana per vedere come i Tupamaros (i combattenti rivoluzionari uruguayani) venivano in possesso dei veicoli con cui effettuavano gli espropri proletari. Durante una di queste operazioni però c’è anche un rapimento, proprio quello del funzionario americano Philip Michael Santore. Dopo che le trattative per il rilascio di  prigionieri si sono bloccate a causa di nuovi arresti e in seguito alla scadenza dell’ultimatum dato dai Tupamaros al governo uruguayano, è decisa l’uccisione del funzionario americano, dopo giorni di interrogatori in cui è messo di fronte alle prove in mano ai suoi carcerieri – il funzionario americano aveva addestrato le polizie di vari paesi sudamericani.

Philip Michael Santore (Yves Montand) relaziona in qualità di istruttore a una conferenza della International Police Academy (IPA) per conto della Agency for International Development (AID)

Il film si conclude con l’arrivo all’aeroporto di un nuovo funzionario americano, sotto gli occhi dei lavoratori che il subconscio ci suggerisce essere Tupamaros, dando vita a un nuovo ciclo di guerriglie e battaglie tra il potere reazionario e quello rivoluzionario.

Anche questo film si ispira a vicende realmente accadute: il rapimento e l’uccisione di Anthony Dan Mitrione, capo della polizia di Richmond, agente dell’FBI e istruttore di varie polizie sudamericane per conto degli Stati Uniti. Il 21 Giugno 1987 la vincitrice del premio Pulitzer Shirley Christian intervista Raul Sendic Antonaccio, leader dei Tupamaros, sul New York Times. Dichiarò che l’uccisione di Mitrione non era stata programmata, ma dato che i militanti catturati persero i contatti con gli altri «quando è arrivata la scadenza il gruppo che era rimasto con Mitrione non sapeva che fare. Quindi decise di portare a termine la minaccia». Le vicende descritte da L’amerikano avvengono in un Uruguay immerso nel periodo delle ingerenze in Sud America degli Stati Uniti. Note come Operazione Condor, queste ingerenze avevano l’obiettivo di reprimere tutte le opposizioni ai governi e alle dittature gradite agli Stati Uniti, e di rovesciare i governi democraticamente eletti qualora fossero stati costituiti da partiti di sinistra.

L’amerikano fu girato in gran parte in Cile grazie alla diretta approvazione dell’allora presidente Salvador Allende; in proposito il 2 febbraio 1973 Marcel Niedergang riporta su Le Monde le parole dette a Costa-Gavras da Salvador Allende riguardo alla sceneggiatura preparata con Franco Solinas: «“Si legge come un romanzo poliziesco”; e ha aggiunto: “dal punto di vista politico non c’è nulla da dire”». Nello stesso anno sia l’Uruguay sia il Cile subirono golpe militari, dove divennero quotidiane torture, uccisioni e negazioni dei diritti umani, condannate per lungo tempo  unicamente  da tribunali di opinione formati da intellettuali di tutto il mondo, come il Tribunale Russell II, e solo decenni dopo anche da tribunali civili e penali in varie nazioni. Costa-Gavras tornerà a occuparsi di Sud America nove anni  dopo con il film Missing, tratto dal libro su Charles Horman, giornalista scomparso durante il golpe militare in Cile.

Prevedibilmente, anche questo film arrivò nelle sale tra le polemiche. «In alcuni ambienti, siamo stati accusati di fare un film favorevole alla CIA perché il personaggio principale, interpretato da Yves Montand, è simpatico. In altri ambienti, a sinistra, siamo stati criticati per aver realizzato un’opera a gloria dei Tupamaros e della lotta armata» dichiarava Costa-Gavras ancora a Le Monde. Come riportato anche dallo stesso American Film Institute, L’amerikano avrebbe dovuto essere proiettato al Kennedy Center di Washington D.C., ma fu la proiezione fu annullata dall’allora direttore George Stevens Jr, perché secondo il Los Angeles Times «razionalizzava l’assassinio».

Elementi comuni

L’espediente narrativo che lega questi tre film è l’interrogatorio, elemento principale delle trame e  strumento con il quale vengono sviscerate le dinamiche di potere tra lo Stato con le sue caratterizzazioni – democratico ma fortemente influenzato dall’esercito in Z,autoritario e paranoico in La confessione e fortemente influenzato da una potenza estera in L’amerikano – e gli individui considerati a esso antagonisti.  Trintignant in Z è chiamato a fare da arbitro imparziale: senza coinvolgimenti politici, lui è al servizio della verità e a costo di rimetterci la carriera non si fa intimorire dal Procuratore Generale che gli intima che «quest’affare la può portare molto in alto o spezzare la sua carriera». Trova la verità, vi mette tutti i colpevoli di fronte e sconfigge il potere. Tuttavia Jacques Perrin, nei panni del giornalista che racconta come sono poi andati i fatti, castra l’entusiasmo dello spettatore che viene a conoscenza della verità: il potere, anche se sconfitto tramite il sistema giudiziario, può comunque vincere con complotti, omicidi e insabbiamenti in tribunali militari. Ne La confessione l’interrogatorio è la colonna portante della trama: prima Smola, poi Kohoutek devono piegare London/Montand, distruggendo il corpo per forzarne lo spirito. E dopo circa un’ora di torture varie, come scrisse il critico Robert Ebert sul Chicago Sun Times ad aprile del 1971, «le nostre menti razionali in qualche modo cercano di dare senso a un sistema dove niente è “vero” ma tutto deve essere “corretto”». Ne L’amerikano l’interrogatorio a Santore/Montand serve più che altro a confermare quello di cui i Tupamaros sono già a conoscenza; Santore è colpevole e più volte viene messo di fronte a fatti inoppugnabili dopo aver detto di non sapere o aver provato a mentire.

Gran parte del merito per il ritmo narrativo di questa trilogia si deve senza dubbio al sodalizio artistico tra Costa-Gavras e la montatrice Françoise Bonnot. Ogni stacco, cambio di scena o di inquadratura non è mai fatto su soggetti statici, dando così l’impressione di essere sempre al centro di un’azione concitata. Molto frequente è l’uso di inserti, sia flashback che flash forward spesso didascalici, per spiegare un singolo elemento senza far perdere troppo il filo del discorso. Ne La confessione vengono usati molto spesso per frustrare ogni possibile ottimismo dello spettatore, spiegando le condanne e le esecuzioni di persone per le quali si potrebbe nutrire qualche speranza. L’ottimismo viene sacrificato non sadicamente ma per rispettare il realismo dei fatti accaduti a cui si ispirano i film e la visione di Costa-Gavras, secondo cui «il cinema è un modo di mostrare, scoprire i processi politici nella nostra vita di tutti i giorni. Di fatto, un film è un atto politico».


in alto: Yves Montand nei tre film di Costa-Gavras di cui è protagonista: in alto a sinistra è prigioniero in La confessione, in basso a sinistra è interrogato in L’amerikano, a destra tiene un comizio in Z.

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