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Guido Carpi è professore ordinario di Letteratura russa presso l’Università L’Orientale di Napoli.
È autore, fra tanti lavori, di Storia della letteratura russa in due volumi (Carocci, 2010 e 2016), della monografia Russia 1917: Un anno rivoluzionario (Carocci, 2017), di Storia del marxismo russo ( in lingua russa) e di una delle biografie più incisive su Lenin, divisa in due volumi: Lenin. La formazione di un rivoluzionario (1870-1904), e Lenin. Verso la rivoluzione d’Ottobre (1905-1917), per Stilo Editrice.

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Inutile sviare: sono passati più di vent’anni e la putinologia ha ancora un passo invidiabile. Ogni “cosa russa” è destinata a venir sciolta ad personam, esercizio pigro d’immaginario accessibile, che circoscriva gli ingredienti tipici del piatto; violenza e gulag, polonio e malattie terminali di retaggio orientale, ha la faccia gonfia e i giorni contati. Ben lieto di prestarsi alla prospettiva occidentale del timor di Russia, disperata e implacabile, il regime nel corso degli anni s’è adombrato d’un conservatorismo bunker, pass universale per chiunque avvertisse il sopravvento della modernità. Carburante finito: ecco la Russia che “aspira alla vertigine e all’abbandono”, ma a guidare questa troika impazzita non è certo Čičikov, di tutt’altra stoffa il cocchiere. Lui cresciuto tra le strade di Leningrado tra risse e coltelli, si dice, deciso a divenir spia per amor di pellicola, goffo e obbediente stando a L’uomo senza volto di Masha Gessen (Bompiani, 2012), testo base per putinologi, il romanzo di un uomo dall’animo debole, poi criminale autocrate demone, lo zar (nuovo zar, Putin il Terribile, Putler, Putin come Stalin, crasi non colta) avido di sangue cervide.

E quindi cosa c’è nella testa di Putin, che cosa pensa, perché ha una coperta addosso, vediamone la postura; aperto il corpo su lettino umido di suprematismo rassicurante, s’asportano opričniki d’ogni risma, tatuaggi di croci sanguinanti, vorovskoi e russkiy mir – perché alla fine dei conti la curiosità morbosa è sempre stata questa: ma i russi sono tutti come Putin? E la mafia russa è specchio della società russa? La mafiologia rintuzza il lettore suggestionabile, perlopiù distratto e televisivo, smosso al dopo cena dal doppio legge/violenza – insomma, Lilin.

Di altro avviso Catherine Belton (Tutti gli uomini di Putin, La nave di Teseo, 2020), che al contrario di Gessen o di Applebaum vede in Putin sì il demonio, ma con personalità, uno che ci crede, un affarista prima di un mandante. Che dir si voglia, burattinaio. Senza tornare indietro nel tempo, a una delle prime biografie nostrane su Putin, cioè Putin. Vita di uno Zar, (di Gennaro Sangiuliano, Mondadori, 2015) libro certo invecchiato male, forse un’ottima sintesi di come i moderati abbiano sempre guardato alla Russia per più d’un decennio.

Non sorprendente, il libro più interessante su Putin è un pamphlet inedito in Italia e l’autore è Mark Galeotti, professore inglese dal rigoroso slancio, tanti numeri e caute deduzioni, pochi sociologismi e niente tatuaggi – unico libro tradotto: L’esercito russo dal 1992 al 2016 (Leg Edizioni, 2018). We Need to Talk About Putin: How the West gets him wrong (Penguin Random House, 2019) una disamina chirurgica del putinismo divisa proprio per tòpoi noti, dal Putin criminale di strada al Putin scacchiere, passando per il Putin emanazione diretta di fascismi confusi. Un lento lavoro di destrutturazione, boccata d’aria. La mia comunque è una resa a prescindere, non si scappa dal leaderismo di mercato. Esigenze giornalistiche comprensibili, quelle di avere il campo diviso tra assoluti e semplificazioni, d’altronde la Russia chi mai l’hai mai capita sul serio. E quindi che si fa? Putin prodotto della storia, riduttore di complessità? Oppure ci arrendiamo al nuovo zar twittabile e memato, agli editoriali d’allarme di vecchi arnesi soliti discettar di nuove alleanze parlamentari e pericoli social?

Sappiamo bene come funziona. Da noi si è sempre parlato di Putin in modo ossessivo, non è una novità. Allargando lo sguardo, direi che in Occidente c’è ormai questa convinzione che le guerre le fanno soltanto i dittatori patologici che dominano masse del tutto inermi. La gente ci crede sul serio. Non ricordo chi lo abbia detto in televisione un po’ di tempo fa, che i russi sono sostanzialmente degli schiavi. Quindi riferimenti generici a Hitler, più filmici che altro: al vertice del sistema c’è il male assoluto ed ogni suo più piccolo elemento è maligno anch’esso. Ecco l’autoinganno occidentale, una sorta di falsa coscienza, perché tutte queste considerazioni riflettono un chiaro suprematismo etico. Voglio dire, a proposito di guerre e distruzioni; occorre davvero ricordare la Francia coloniale in Algeria, o il Regno Unito che governava mezzo mondo con pugno di ferro? Senza contare quella che oggi viene definita l’unica democrazia del Medio Oriente, uno Stato che da decenni e decenni occupa terre che non sono le sue – anche con episodi particolarmente cruenti – in barba a qualsiasi risoluzione Onu. Quando le cose succedono lontano da noi, allora l’equazione è semplice: da una parte un dittatore, dall’altra un popolo totalmente asservito.

I russi sono una popolazione complessa – come tutti i popoli moderni -, è animata da categorie diverse, da mentalità che differiscono su tante questioni. Voglio dirlo senza lasciare traccia d’ambiguità: questa guerra è un’aggressione criminale nei confronti di uno Stato sovrano, lungi da me giustificare, sminuire o abbellire quello che sta succedendo. Abbiamo però il dovere di capire i motivi di questa tragedia, perché si è arrivati a tanto. La Russia non è un’autocrazia e Putin non è Hitler; il suo regime nel tempo si è andato evolvendo in maniera abbastanza informe dal punto di vista istituzionale e politico. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Russia era un buco nero, buco che i vari stati hanno tentato di riempire in modo piuttosto pasticciato. La nuova Russia nazionale si è trovata di fronte non solo a indicibile povertà materiale, ma anche a una questione identitaria dirimente, certo non aiutata da un fronte istituzionale praticamente armato. Nel 1993 il confronto tra Presidente e Parlamento finì addirittura con il cannoneggiamento dell’esercito, un atto circoscritto di guerra civile; poi abbiamo le guerre cecene, i terribili attentati di Mosca, Beslan e altre violenze. Vero, quando Putin sale al potere, era visto in perfetta continuità con il regime filo -occidentale di El’cin. Successivamente, al di là di ogni considerazione politologica del periodo, ha cominciato a essere apprezzato per la forza nella comunicazione, l’idea dell’uomo forte, che in una società disorientata come quella fece parecchio presa. Però quando parlo di Putin intendo la cerchia di potere che in lui trova il proprio baricentro, il punto di raccordo, perché questo paese non è governato dalla volontà di un solo uomo; Putin tiene insieme gruppi di lobby, corporazioni militari molto stratificate tra loro, enormi interessi economici che devono trovare una sintesi.

Personalmente vedo il putinismo come forza centripeta che nei primi duemila aveva un senso, un ultimo spasmo del sistema russo per significarsi nuovamente con qualsiasi mezzo. La sua esasperazione successiva è frutto anche di spinte esogene; in questo periodo penso spesso ai primi tentativi di avvicinamento del Cremlino nei confronti dell’Occidente, tra inclusione nel consesso internazionale – addirittura la proposta di partecipare alla Nato, così si dice almeno, altra questione su cui non è mai stata fatta granché chiarezza, come la promessa della stessa Nato di non allargarsi – e cooperazione militare.

Tracciare un percorso coerente del putinismo è sempre difficoltoso. All’inizio non era neanche un regime dittatoriale e poi sì, chiese di aderire alla Nato, ma gli risposero freddamente, e comunque per anni – e anche in tempi recenti – l’esercito russo ha fatto esercitazioni congiunte con le forze Nato, per cui direi che non c’era nemmeno una reale contrapposizione. C’erano semmai gli allargamenti della Nato a oriente, alcuni avvenuti sotto El’cin, altri sotto Putin. Poi il putinismo si è andato deformando in un coacervo di elementi che nella nostra cultura politica, per quanto degradata, sarebbero inconciliabili, chiaramente mossi dall’ossessione di ricostruire una forte identità russa dopo il crollo dell’Urss; una visione del mondo che include gli Zar come artefici dell’Impero, Stalin come condottiero vittorioso, un clericalismo morboso.

Per non parlare dell’ostentazione pubblica di modi e stili della malavita, anche questo in chiave identitaria, il malavitoso come uomo d’onore, persona radicata in una specifica tradizione popolare come accade anche in Italia, distorta in chiave romantica. Sappiamo anche di un profondo antiamericanismo, almeno a parole, perché il modo in cui le istituzioni organizzano la sfera pubblica è molto più simile agli Stati Uniti che all’Europa. Quindi una sorta di centauro che è molto difficile da combattere, perché dentro c’è di tutto; minimo comun denominatore la russicità, che esiste e sempre esisterà a prescindere dalle decorazioni del tempo, siano essi lo zar, il patriarca, o Stalin. Vanno bene tutti.

Dal 2008, quando sono iniziate le rivoluzioni colorate, il discorso putiniano si è andato però spostando sempre di più sull’elemento imperiale, un immaginario nostalgico ottocentesco, quello che portò alla Prima Guerra Mondiale, l’idea di un impero slavo, che tra l’altro è uno slancio folle in un paese come la Russia, federale e multietnico. Si può dire che Putin gestisca questo perenne stress post-imperiale, ricercando continuamente surrogati identitari validi per compensare traumi recenti e passati.

C’è poi un discorso generazionale che andrebbe affrontato. Duttile e autoritario, va bene, ma il putinismo è soprattutto vecchio. La società da governare è cambiata, non è la stessa dei Novanta. Chi ha meno di quaranta anni non percepisce i traumi della generazione precedente, non ha la voglia di riscatto post-sovietico, vorrebbe solamente una vita normale. Ho la sensazione che a lungo andare il putinismo abbia sentito affievolirsi il “feeling” con gli umori di un paese in profondo cambiamento, che questo suo spirito gerontocratico abbia, scientemente o meno, deciso di amalgamarsi con la sua stessa propaganda, di finirne un po’ schiavo, una sorta di apprendista stregone.

Forse questo è il trauma più evidente: l’incapacità di fare egemonia, di ritrovare un universalismo valido anche per chi russo non è, o che vada bene per una generazione cresciuta diversamente da quella precedente.

È evidente solo osservando il rapporto di Mosca con le altre repubbliche, dai Novanta in poi. Popoli affini per lingua e tradizione, come in Ucraina, senza nessuna particolare inimicizia precedente, paesi fortemente russificati; in questi decenni non hanno mai trovato un modo positivo di interazione, né di integrazione, che andasse a sostituire quel legame sovietico, ormai senza senso. El’cin era considerato un boss: quando c’erano dei problemi chiamava i presidenti, si chiacchierava tra compari e sistemavano tutto, accordi informali tra élite del partito comunista. L’avvento di una società civile ha invece portato con sé un’impostazione occidentale di “fare società”, e naturalmente una maniera diversa di governare. Putin ha continuato a gestire l’egemonia come ai tempi della nomenklatura, cosa impossibile con la pressione occidentale, che negli anni s’è infilata dove poteva, mica stanno a guardare.

La battaglia egemonica è persa; uno con la formazione politica di Putin non può riconoscere uno come Zelensky come suo interlocutore, appartengono a mondi diversi, e non perché uno è russo e l’altro ucraino, ma perché sono prodotti di ingegneria politica diversa. Per Putin l’Ucraina è una questione di politica interna, la decisione ucraina di avvicinarsi all’Occidente è innaturale, sono stati sviati, e quindi vanno riportati alla ragione. Non possiamo sapere cosa il Cremlino abbia effettivamente in testa, ma è probabile che abbiano capito che l’Europa è perduta, che sarebbe meglio mettere in sicurezza l’Ucraina per poi ricostruirne a proprie spese le zone conquistate, dopodiché rivolgersi definitivamente a Oriente, o in Africa.

L’Unione Sovietica aveva il suo appeal per un’intera generazione di occidentali, ma oggi perché un giovane ucraino dovrebbe preferire Mosca a Parigi? Ovviamente parliamo di percezioni; l’Occidente ha tutto un packaging molto affascinante, diritti umani e via dicendo, poi chi arriva si ritrova a friggere bistecche o a fare la badante. Il punto è che la Russia questo appeal non ce l’ha. Perché un paese oggi dovrebbe avvicinarsi a Mosca? Per la bella faccia di Lavrov? Per questa sorta di fondamentalismo etico nei confronti delle minoranze? Potrebbe essere, ma parliamo comunque di una visione buona per frange minoritarie di popolazione.

Interessante, nella sua tragicità, anche il discorso di guerra di Putin – durato mezz’ora e fruito istericamente da noi, lo dico a margine, con questi conduttori paonazzi in viso che toglievano e ridavano la linea, un evento televisivo ingestibile in tempi e contenuti – tutto teso a ricomporre arbitrariamente la storia russa, Crimea regalo di Krusciov, Nato nazismo e Rus’ di Kiev. Ma c’è un protagonista più colpevole degli altri: Lenin. Sbigottimento generale, qualche riflessione il giorno dopo, nulla più. Oggi o lo tirano giù, o gli mettono accanto una bella “Z” illuminata a giorno.

Ovviamente non è un caso che Putin lo tiri in ballo. Qualcuno avrà certo notato che tra i vari elementi identitari che utilizza spesso il Cremlino a scopo propagandistico, Lenin non viene mai citato. Il motivo è presto detto: Lenin rappresenta il momento della frattura rivoluzionaria, per antonomasia non identitaria; un rifiuto netto della continuità delle tradizioni precedenti, nonché l’inizio di un nuovo ciclo legato a un orizzonte ideologico trascendente qualsiasi fondamento identitario. Per anni la sua figura in Russia è stata una specie di punto zero, di spazio vuoto, qualcosa di non detto. Putin parla di lui in chiave estremamente denigratoria, anche se non ha fatto altro che esplicitare apertamente qualcosa che in questi anni magari non era opportuno sottolineare, cioè che secondo la retorica putiniana i problemi con cui la Russia oggi si confronta sono dovuti alle politiche di Lenin, alla sua visione antinazionale del mondo. Finalmente s’identifica il vero male, il virus che a un certo punto è entrato nell’organismo imperiale indistruttibile.

Per carità, vecchia questione anche questa. Chi conosce bene la storia russa sa che Lenin vuol dire intervento straniero, il treno piombato dalla Germania con a bordo un burattino ebreo – tema antisemita – pieno di soldi. Sono tutti riferimenti alla propaganda dell’Armata Bianca. Intendiamoci, i bianchi non erano tutti così; c’erano i democratici e i liberali, gli zaristi e i federalisti. Erano troppi, per questo poi hanno perso, perché non sapevano contro chi stessero facendo la guerra. I bolscevichi invece lo sapevano molto bene. Ad ogni modo, per le correnti più reazionarie, Lenin era fumo negli occhi, così come Trockij, cento per cento ebreo, un folle con l’idea della rivoluzione permanente. Putin sa quali personaggi storici colpire, specie di fronte al suo pubblico preferito, quello di una certa età.

Stiamo assistendo a un’intensificazione su larga scala di una guerra fratricida che dura da più di otto anni, è stato detto da più voci, il definitivo venir meno di legami storicamente familiari, una volta assorbiti e rielaborati da secoli di cultura, ora schiacciati da necessità geopolitiche, da logiche territoriali. Una guerra tra potenze che è anche una guerra civile, una guerra di valori al sapore, per alcuni, di resa dei conti; gioco di specchi infinito, altro che dicotomie, perfino l’approccio storico pare insufficiente. Suppongo che dove bulimico è il senso, s’aspetta la letteratura.

Altra materia che li ha visti incontrarsi più volte, diciamo. Lo spazio ucraino – storico, etnoculturale – fino a fine Ottocento, pur con le progressive evoluzioni risorgimentali e patriottiche, partecipava dell’anima russa. Era parte di una comunità politica – l’impero – e vivaio per un’élite che parlava la lingua russa. Penso a Bulgakov, kievano di orgine, molto legato alla sua città, ma un nazionalista russo a tutto tondo. La guardia bianca, ad esempio, romanzo che da noi sembra ancora poco compreso, è un’opera anti-ucraina. La storia di un gruppo di ufficiali zaristi abbandonati a Kiev – tra loro molti ucraini – poco prima della Rivoluzione di febbraio, che a causa della fuga tedesca dalla città, combattono eroicamente contro bande armate di nazionalisti. Diversi ufficiali sperano di unirsi addirittura ai “rossi”, certo politicamente avversi, ma almeno non sognano di distruggere lo Stato, o l’unità russa. Bulgakov era questa cosa qui, non il fricchettone romantico a cui si pensa generalmente. E poi Gogol, come sappiamo, anche se siamo perlopiù nel folklore. Lui canta la lotta libertaria dei cosacchi ucraini nel romanzo storico Taras Bul’ba, la loro avventura militare a fianco dei russi – che non vengono mai nominati, sono un’ombra -, una sorta di distaccamento della Madre Russia contro i polacchi. Ripetiamo, è terra di mescolanza, ecco perché rimane incredibile pensare a questi soldati russi che sparano a gente che parla la loro stessa lingua. L’americano era contro il “totalmente altro” iracheno; questi bombardano villaggi che sono identici a quelli dove hanno casa.

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