Altri Animali

Il confronto con le narrazioni dominanti, i tormentoni del presente, è una condizione inaggirabile per la presa di parola. Ci si espone, volenti o meno: li si tollera o ignora, si pretende di non vederli, li si chiama in causa per direttissima. Questo processo di messa in contrasto è sempre in atto, tuttavia ci sono svincoli della storia in cui il suo esercizio esige pratiche più radicali.
Il genocidio del popolo palestinese a Gaza, perpetrato dal governo e dall’esercito israeliani con l’avallo e il sostegno di entità di varia natura, governative e civili, militari e industriali, non è unicamente un crimine e una tragedia umanitaria per la cui cessazione vale la pena battersi con ogni mezzo. Si tratta anche di una frattura nell’ordine simbolico che richiede a chi scrive di riarticolare le circostanze della presa di parola.
Da mesi la sfera pubblica internazionale osserva i valori portanti che sorreggono le società del cosiddetto Nord globale (libertà, democrazia e cittadinanza, funzione progressiva dello sviluppo tecnologico, diritti umani e diritto internazionale) disintegrarsi in diretta, superati e invalidati dagli eventi. Questo spettacolo terminale rivela un’opportunità e una responsabilità per chi scrive: le inerzie, le contraddizioni e le urgenze delle narrazioni egemoniche, di colpo, si mostrano più vivide, infine isolabili, inevitabili per lo sguardo.

L’insistenza del futuro

L’immediato futuro è un’ossessione per le società contemporanee. Stimolata in particolare dall’emergenza climatica e dall’accelerazione tecnologica, intorno a essa l’attività umana prende parti e si polarizza. Insieme questione privata e collettiva, la sua portata riguarda la politica e l’economia, l’elaborazione artistica e la ricerca scientifica, i tessuti produttivi e i principi del diritto; investe ed eccede ogni ambito, perché chiama in causa le condizioni stesse dello sguardo. Come afferma Vija Kinski, Chief of Theory per lo speculatore finanziario Eric Packer in Cosmopolis di Don DeLillo, “il futuro diventa insistente”.
Negli ultimi mesi, in cui la mia attenzione si è allontanata dall’oggetto artistico per tentare di avvicinarsi alle ragioni profonde della frattura in atto, due opere mi hanno colpito per il loro posizionamento, cioè per il modo, intenzionale e programmatico, di mettere a tema l’insistenza dell’immediato futuro. La prima è una celebre serie antologica, Black Mirror, la cui settima stagione è disponibile su Netflix dal 10 aprile del 2025. L’altra è un romanzo, Tokyo Sympathy Tower dell’autrice giapponese Rie Qudan, pubblicato da L’ippocampo nello stesso giorno con la traduzione di Gala Maria Follaco.

In Black Mirror il conflitto si innerva intorno alla crescente pervasività della tecnologia nel tessuto sociale contemporaneo. A differenza di narrazioni d’anticipazione come 1984 di Orwell, Fahrenheit 451 di Bradbury o Minority Report di Dick, nella serie ideata da Charlie Brooker, andata in onda per la prima volta nel 2011 sull’emittente britannica Channel 4, decade la lettura in chiave totalitaristica dei dispositivi del controllo; emerge, al suo posto, la prospettiva del profitto: ridotto a prurito grottesco dall’asservimento a un regime di sovraesposizione tecnologica, il desiderio dei soggetti è prima di tutto monetizzabile. “I dettagli sono talmente orribili, è irresistibile”, chiosa il personaggio della produttrice della piattaforma Streamberry in “Joan is Awful” (s06e01) a proposito di una serie di grande successo, il cui materiale consiste del privato degli spettatori, attinto a loro insaputa.
Al netto di sporadiche incursioni nel fantastico (“Mazey Day”, s06e04) e nella Space Opera (“USS Callister”, s04e01, e “USS Callister: Infinity”, s07e05), Brooker e gli altri sceneggiatori di Black Mirror fanno ricorso a due tipologie narrative: in episodi come “The National Anthem” e “Shut Up and Dance”, l’innesco del conflitto riguarda prodotti e servizi digitali già in uso nella dimensione extra finzionale. In “The National Anthem”, debutto della serie nel 2011, il ricatto al primo ministro del Regno Unito (copulare con un maiale in diretta TV per liberare la principessa Susannah, rapita settimane prima da perpetratori anonimi) diviene una trappola inaggirabile quando la pressione dell’opinione pubblica raggiunge il parossismo sui social media. Nella maggioranza delle narrazioni, tuttavia, l’orizzonte tecnologico si ritrova spinto in avanti. Nanotecnologie, internet of things, intelligenza artificiale, realtà virtuale e computazione quantistica, più avanzati e capillari di quanto non lo siano oggi, permettono alla serie di articolare l’ossessione e l’inquietudine per l’immediato futuro esasperando l’attrito tra accelerazione tecnologica e iperstimolazione del desiderio.

Tokyo Sympathy Tower, pubblicato in Giappone nel 2024, è un’opera per molti versi agli antipodi di Black Mirror. Nella serie TV, il tema della pervasività tecnologica si manifesta soprattutto negli effetti che quest’ultima produce sulle vite degli individui (violenza ed umiliazione, emarginazione sociale, morte). Nel romanzo, invece, diventa oggetto di speculazione: ogni occasione di presa di parola da parte dei personaggi (soliloquio, dialogo, interazione con chatbot IA) è investito dal tarlo del dubbio e dell’elaborazione al riguardo; il problema della tecnologia, nel testo di Rie Qudan, chiama in causa prima di tutto la sfera del linguaggio.
Corre l’anno 2026: Makina Sara, architetta giapponese con esperienza negli USA, ammiratrice di Zaha Hadid, è alle prese con la progettazione di una torre avveniristica nel quartiere Sendagaya di Tokyo, in prossimità dello Stadio Nazionale (ideato, nella finzione, proprio da Hadid). L’incarico, per Makina, è fonte di prestigio e insieme di turbamento. Il suo nome, in inglese, la tormenta: Tokyo Sympathy Tower. A più riprese, nel testo, l’architetta s’interroga sulla funzione del linguaggio e sul rischio di una deriva da contaminazione con la cultura anglofona dominante: “se abbandonassero la loro lingua, per i giapponesi sarebbe la fine” (p. 92).  L’orizzonte valoriale veicolato dalla torre, inoltre, la disturba. Non è un carcere ma un alloggio per criminali; lo statuto stesso dei residenti muta: non più criminali ma miserabiles, uomini e donne degni di compassione in quanto nati e cresciuti in circostanze sfavorevoli, da cui la tendenza al delitto. Secondo Masaki Seto, studioso della felicità assurto alla fama, nel romanzo, per il volume Homo Miserabilis: degno di empatia, la Sympathy Tower è il luogo protetto e confortevole, il riparo in cui ai soggetti devianti si dà a conoscere la possibilità di essere felici.
Nonostante le resistenze, l’architetta decide di portare a termine il progetto. Una forza ambigua la spinge, come se la torre stessa le intimasse di farsene carico: “‘Makina’. La torre chiamava Makina Sara. Conosceva già il suo nome” (p. 33). Interrogata dal suo giovane amico e amante Takuto intorno alle ragioni della scelta, Makina risponde con un soliloquio in cui enumera le ragioni etiche ed estetiche dell’edificio, la sua necessità di esistere. Il discorso dell’architetta turba Takuto: “Una risposta modello, che riassumeva ciò che la media delle persone vuole sentirsi dire. Pace. Uguaglianza. Dignità. Rispetto. Empatia. […] Non sembravano parole sue. […]  Alla fine compresi: erano il frutto di un’intelligenza artificiale” (p. 75).
L’IA ha in effetti un ruolo molteplice e determinante nel testo di Qudan: è un servizio ormai familiare, a cui si fa ricorso, senza mediazioni, per le più disparate faccende; è uno strumento compositivo che partecipa alla stesura del romanzo, nei punti in cui i personaggi umani dialogano con un chatbot; è un potente veicolo di reificazione, in quanto agisce sul desiderio dei soggetti e li indirizza, come nel caso del soliloquio di Makina, verso una dimensione pacificata e impersonale, in cui dubbio e conflitto si ritrovano manipolati e poi neutralizzati. In questi termini, in Tokyo Sympathy Tower, l’intelligenza artificiale incarna molte delle questioni poste dall’accelerazione tecnologica alla società: un movimento inarrestabile, a cui è vano e anacronistico opporre resistenza; un moltiplicatore progressivo di possibilità; e infine un rischio: lo spettro di un’espropriazione, ai danni dell’umano, della più intima agentività. Così Makina, vittima di violenza sessuale in giovinezza, spinta da una forza ambiguamente persuasiva, sembra accettare l’incarico della torre nello stesso modo in cui, da ragazzina, ha accettato l’aggressione del fidanzato dell’epoca: negando, a sé stessa per prima cosa, che si fosse trattato di uno stupro.

La questione delle macchine

L’orizzonte della perdita, dell’imminente deriva dell’umano, è cruciale in entrambe le opere. In Black Mirror, l’avanzata inesorabile di esoscheletri tecnologici e spazi virtuali genera le conseguenze più drastiche sulle relazioni affettive. Uno dei tropi ricorrenti (“The entire history of you”, s01e03, “Joan is awful”, s06e01, “Eulogy”, s07e05) riguarda l’ingresso sul mercato di dispositivi che permettono di osservare, registrare, ricostruire e rendere disponibile allo sguardo altrui la memoria e il vissuto intimo degli individui. Gli effetti nel narrato sono dirompenti: gelosia e voyeurismo dilagano, dall’interno e dall’esterno dei nuclei sociali elementari (famiglia, coppia, cerchia ristretta di amici, lavoro); alimentato da un odio parossistico ed eterodiretto nei confronti dell’immagine dell’altro, l’individuo è ridotto al piano dell’immaginario: bestia da risentimento, cinismo, profitto e vergogna.
È presente, in Black Mirror, un tratto di critica dei modi di produzione, fruizione e assoggettamento propri del tecnocapitalismo. È il caso dell’episodio che apre la settima stagione, “Common People”, in cui una coppia di lavoratori finisce nella morsa dei servizi sanitari privati. La grave malattia di lei, insegnante, costringe lui, operaio, a tentare la sorte al di fuori del sistema pubblico. L’offerta pionieristica della rampante impresa di nanotecnologie Rivermind nell’ambito degli impianti al cervello potrebbe salvarle la vita. L’azienda opera secondo il modello dell’abbonamento, come Netflix o HelloFresh: i prezzi, in fase lancio, appaiono vantaggiosi; per coprire la spese lui comincia turni estenuanti di straordinari. Lei si sveglia dal coma, la vita sembra riprendere. Nei primi tempi gli effetti collaterali si limitano a un maggiore bisogno di riposo e all’impossibilità di allontanarsi dalla città – la copertura di rete a cui è connesso il dispositivo è limitata, ma l’azienda è in espansione. Poi la fase lancio finisce e la donna, ignara, comincia a enunciare reclame di prodotti e servizi associabili alle circostanze in cui le accade di trovarsi, monitorate costantemente attraverso l’impianto cerebrale. Per evitare la pubblicità bisogna passare all’abbonamento premium: i prezzi non sono più vantaggiosi, gli straordinari non bastano. Lui intercetta, tramite un collega, un sito web in cui gli utenti pagano per vedere individui umiliarsi, ferirsi e mutilarsi in diretta. È una spirale: lui accetta di nuovo, i prezzi e la disperazione continuano a salire. Ciò che resta dell’amore è darsi la morte insieme.
Nel finale di “Common people”, come in quello di gran parte degli oltre trenta episodi di Black Mirror, i personaggi si ritrovano sopraffatti da una fatalità: il peso della forza ostile è schiacciante; la lotta o l’elaborazione di un’alternativa non rientrano nel novero del possibile; l’unica opzione è il passo indietro, l’abbandono. Il movimento della rinuncia, nella costruzione della chiusa, rivela le coordinate entro cui la serie si muove: sotto lo strato di critica delle strutture del tecnocapitalismo agisce un ben più potente millenarismo tecnologico; la deriva dell’umano alle prese con la pervasività delle macchine non è un rischio che la narrazione tenta di esplorare, ma la sua premessa.

In Tokyo Sympathy Tower sono invece all’opera molteplici procedimenti che permettono al romanzo di difendersi dal tecnopessimismo espresso da Black Mirror. Lacuna, pluralità delle voci narranti, ricorsività, dubbio, contraddizione: quando l’inquietudine per l’immediato futuro rischia di sovrapporsi e combaciare con la nostalgia dello stato di natura, nella narrazione appare un vuoto opportuno, una cesura o un’interpolazione che la mette a nudo e la sconfessa. Così, nel finale, Makina Sara ritratta le sue posizioni iniziali: la promessa del riparo dallo sradicamento, che una rigida osservanza dei caratteri kanji e della lingua giapponese sembra assicurare, non è un appiglio ma “un inganno perpetrato dalle parole ai danni del cuore” (p. 116).
Allo stesso modo, la decisione di accettare l’incarico non deriva soltanto dall’influenza che il discorso dell’IA esercita sull’immaginario dell’architetta. Le resistenze e le scelte di Makina si inscrivono in una dimensione simbolica più ampia: quale moltiplicatore di istanze egemoniche, la macchina dell’IA vi partecipa, ma non ne è l’unico né il principale estensore. L’ambizione certamente spinge l’architetta: dialogare con Zaha Hadid per mezzo di opere dell’ingegno e della tecnica, emularla o superarla; la responsabilità la incatena a una funzione eminente nella società: un monumento come la torre modifica per sempre lo sguardo di chi la osserva, la costeggia e la abita.
In questo senso, la chiusa sospesa del romanzo insinua la più importante sconfessione. L’orizzonte della deriva dell’umano, dalle cui premesse la narrazione prende avvio, appare infine come una scorciatoia e una trappola: non è l’eloquio dell’IA a manipolare il desiderio di Makina Sara, ma il miraggio che esista una dimensione originaria in cui trovare rifugio dall’intemperie della contaminazione tecnologica. La storia dell’umano si scrive a partire dalle sue interazioni pericolose con le macchine.

Il cuore del conflitto

L’esercizio della presa di parola è una pratica ricorsiva del dubbio e della contraddizione. Se il monologo sui fini ultimi dell’attività umana (“Pace. Uguaglianza. Dignità. Rispetto. Empatia”), invece che dall’architetta in Tokyo Sympathy Tower, fosse pronunciato dall’agente di Rivermind o dalla produttrice di Streamberry in Black Mirror, assumerebbe toni caricaturali. Nello sguardo cinico e fatalista della serie, i principi della vulgata liberaldemocratica sono carta straccia: la forza del profitto li sovrasta e li oblitera; l’evidenza della loro scomparsa è la conferma di una sorte peggiore che incombe sull’umano. Nel romanzo di Qudan, al contrario, il loro valore nominale corrisponde a quello reale: empatia, pace, uguaglianza e dignità sono agenti del discorso egemonico veicolato dall’IA, discorso che i personaggi (Makina, Takuto) prendono alla lettera e da cui, per compiersi come soggetti, devono emanciparsi.

La relazione che un’opera intrattiene con le narrazioni dominanti del proprio tempo è prima di tutto politica. Le parole chiave del soliloquio di Makina sono le stesse che, fuori dal romanzo, dall’inizio del genocidio, si sono svuotate di senso e di legittimità davanti agli occhi di tutti: le sentenze della Corte penale internazionale non trovano applicazione; la Relatrice speciale delle Nazioni unite sui Territori palestinesi occupati è oggetto di sanzioni da parte degli USA: le aziende lucrano sullo sterminio; gran parte dei governi tace imboscata; un movimento di civili, nel tentativo di raggiungere Gaza via mare per spezzare l’assedio illegale e la carestia indotta, è stato rapito in acque internazionali e tradotto nel carcere di Ketziot in Israele (al momento della consegna del saggio l’intero equipaggio è stato liberato mentre l’aggressore, travestitosi da vittima in occasione di una spettacolare sessione della Knesset il 13 ottobre 2025, ha annunciato alla comunità internazionale le condizioni unilaterali della tregua, trasformando la prospettiva di pace nell’ennesima istanza colonialista).
La disintegrazione dell’architettura simbolica del Nord globale non è avvenuta di colpo, né è cominciata con il genocidio del popolo palestinese a Gaza: i suoi tempi lunghi riguardano una frattura profonda che né Tokyo Sympathy TowerBlack Mirror riescono a mettere a fuoco, se non nel punto in cui investe la questione delle macchine. Ma la questione delle macchine non è isolabile dalla totalità in cui si inscrive: si finisce, altrimenti, per rappresentare l’intelligenza artificiale come un mero bene di consumo, per quanto pervasivo e dirompente, e di neutralizzare, tra le altre cose, il suo statuto di tecnologia duale, cioè “il ruolo decisivo che l’IA sta giocando nelle guerre in corso” e “il rapporto di mutua dipendenza che lega le grandi piattaforme digitali e gli apparati militari e di sicurezza” (Andrea Coveri, Claudio Cozza e Dario Guarascio, “Il complesso militare-digitale”, in L’intelligenza artificiale e la nostra, Jacobin Italia n. 23, estate 2024, p. 56).
L’inquietudine per l’immediato futuro non è isolabile dalla frattura in atto. Il romanzo di Qudan non riesce a inquadrare questa frattura perché gli stessi cardini valoriali che, fuori dal testo, rovinano e si svuotano di senso, rappresentano le fondamenta del suo edificio narrativo: non si dubita che stiano ancora in piedi; si teme anzi, per via della loro intrinseca solidità, che non crolleranno mai, soffocando gli slanci di liberazione soggettiva. La serie ideata da Brooker fallisce per ragioni opposte. Il crollo dei capisaldi è l’innesco dell’ingranaggio millenarista: annullate le prospettive di lotta, resi inermi gli individui, persino la spinta cieca del profitto finisce per ridursi a sintomo di decadimento morale; così, la narrazione assume la forma del vicolo cieco e il movimento della profezia.

La frattura in atto nell’ordine simbolico non si limita alla questione delle macchine, né si risolve con l’emancipazione individuale; non è una fatalità o una condanna ma un processo aperto, stratificato e collettivo. Metterla a nudo significa, prima di tutto, tentare di osservarla nella sua interezza: un compito difficile, forse disperante, che le circostanze del presente esigono di provare a intraprendere. Il rischio, altrimenti, per chi prende la parola, volente o meno, è di contribuire a ingigantirla, condannando il discorso del futuro a restare intrappolato nello sguardo egemonico dell’aggressore.

Leave a Reply