Della giornata in cui ho intervistato Brenda Navarro ricordo un gran caldo, il mio spagnolo balbettante e soprattutto la sua calma rassicurante, una calma che mantiene anche quando i temi di cui parla — e scrive — sono tutt’altro che leggeri. Era una giornata di fine giugno, ci trovavamo a Pomigliano D’Arco, dove Brenda Navarro è stata ospite del Festival della Letteratura indipendente, un’occasione per parlare del suo romanzo Cenere in bocca (La Nuova Frontiera, 2023) che continua a pulsare nonostante sia uscito più di due anni fa. Un romanzo caleidoscopico, in cui ogni tema ne mette in moto un altro: dolore, amore, morte, migrazione, nostalgia, spaesamento, cambiamento. Tutto è connesso, tutto è in movimento: Brenda Navarro, messicana classe ’84 laureata in Sociologia ed Economia femminista, si definisce una scrittrice in transito. Un po’ come questa rivista, che inizia a muoversi verso qualcosa di nuovo.
Ciao Brenda. Ieri — nel corso di un workshop che si era svolto presso la scuola di scrittura Itaca Colonia Creativa, ndr — hai descritto la tua come una generazione di scrittori in transito, in mezzo tra chi ha già detto tutto e chi sta generando nuove forme narrative, gli scrittori del futuro. Questi ultimi, cosa possono prendere da voi?
Ciao Marco. Beh, devono distruggerci! Che dicano, per favore, addio a questa generazione noiosa, lamentosa, buona a nulla. E devono superarci, ma lo stanno già facendo. Da giovane studiavo linguaggio audiovisivo, che nulla ha a che fare con quello di oggi, ad esempio quello di TikTok. Oggi ci sono bambini di 11 anni che capiscono chiaramente come raccontare una storia in un minuto, senza aver studiato alcuna teoria. Avrei voluto poterlo fare anch’io a un certo punto della mia vita. Quindi sì, credo che le nuove generazioni, probabilmente in modo più corporeo, pensando all’audiovisivo e a come collegarlo intellettualmente, romperanno con la letteratura come la conosciamo oggi. Ma la arricchiranno molto di più. E allora non parleremo più solo del libro come di un oggetto feticcio ma, come già accade negli Stati Uniti, un mezzo di comunicazione diretto con le altre discipline artistiche. Questo mi emoziona moltissimo.
La tua è anche una storia di attivismo. Come scrittrice, come credi che la letteratura possa incontrarsi con l’azione? Come può convertirsi in uno stimolo in più per innescare un movimento e quindi un cambiamento che risvegli ancora di più la coscienza?
Di recente ho visto un video su Instagram. A Bjork veniva chiesto veniva chiesto “Come ti senti ad essere considerata un’icona della musica pop? Come reagisci a questo?”. E lei rispondeva: “Non sono nessuno, non voglio cambiare nulla”. E l’intervistatrice le ha chiesto: “Ma non sai che la gente ti vede come una leader, come un agente di cambiamento?”. E lei ha risposto: “Questo è un problema loro, non mio”. Ecco, nemmeno io voglio avere questa responsabilità. Non credo che i miei libri o qualsiasi altro libro possano cambiare qualcosa di per sé. E non è questo lo scopo della letteratura. Quello che credo è che sia una forma di espressione che in questo momento, nel 2025, è molto importante perché è l’unico luogo in cui non ci viene ancora negata la libertà di espressione.
Nel giornalismo, nel cinema, in molti altri ambiti c’è già censura o autocensura, mentre nella letteratura questo non accade ancora. Finché non accadrà, la letteratura potrà restare uno strumento per esercitare un diritto culturale, o anche i diritti umani in generale, un mezzo per essere cittadini. Quello che io faccio come Brenda è capire il momento, essere consapevole che ora davanti a me ho un microfono. Ma non sarà sempre così. Domani arriverà un’altra scrittrice che farà molto meglio di me, o scriverà un romanzo molto più interessante, e smetteranno di guardarmi. Lo so. Quindi, se ora ho un microfono, credo che la mia responsabilità come cittadina sia quella di sfruttare un po’ il successo del libro, che non è il mio successo, no. Finche ho un microfono, usarlo per dire verità politiche.
Ho letto in una tua intervista che il sentimento che ha generato Cenere in bocca è stato il dolore, ma non in senso fisico, bensì come principio trasformante. Perché, citandoti, le cose succedono così, anche in letteratura. Puoi spiegarmi meglio questo concetto?
Se penso al romanzo penso al corpo, a un corpo che muore, come accade agli esseri umani. L’umanità si muove se prova dolore: può essere fisico, emotivo, persino intellettuale. Se hai un corpo sano, non muovi nulla. Se hai un buon lavoro, non muovi nulla. È solo quando perdi qualcosa, quando perdi l’equilibrio corporeo, che dici: “Devo farlo”. A volte non lo fai e il problema diventa più grande e le conseguenze sono peggiori. Ma è il dolore che ti spinge a continuare a vivere. Per me, una vita piacevole non porta altro che edonismo e morte, direi. È proprio il dolore che ti fa dire, o che fa dire al tuo corpo: “Lo sento, ma sopravviverò”. Credo che abbiamo iniziato a essere una società civilizzata, qualunque cosa significhi, quando abbiamo imparato a comunicare il dolore.
Quindi dolore e creatività possono andare d’accordo. Qual è il tuo processo creativo? È lineare, come si evolve?
Per Cenere in bocca è stato molto interessante. Un ruolo importante lo ha avuto la musica. [Il protagonista è un grande appassionato del gruppo musicale dei Vampire Weekend, e specialmente una loro canzone è molto presente nelle pagine del romanzo, ndr] Ascoltavo la musica dei Vampire Weekend tutto il tempo e questo mi faceva sentire, da un lato, che il romanzo doveva essere una sorta di canto in cui ogni parola doveva avere un ritmo specifico e, dall’altro, mi aiutava molto a cercare di capire le emozioni dei miei personaggi, perché ascoltando quella musica Diego [il protagonista, ndr] mi riportava a uno stato di adolescenza a cui io non appartengo più. Quindi quello che facevo era pensare prima, mentre ascoltavo la musica, al personaggio, a cosa avrebbe fatto; e poi, con una memoria corporea, quando mi sedevo a scrivere, ricordare cosa avevo provato.
Era come quando ti piace una canzone, o una canzone ti ricorda qualcuno che hai amato, la riascolti e ti riporta a quei ricordi. E quando mi sentivo bloccata, quello che facevo era riascoltare la canzone e prendere parole dalla canzone stessa, e all’improvviso sentivo una parola qualsiasi in inglese e la traducevo in spagnolo e poi continuavo a scrivere. Questo processo creativo mi è piaciuto molto. Non sono più riuscita a rifarlo, ma mi è piaciuto molto perché mi ha allontanato da tutto ciò che penso come persona e mi ha fatto capire che in realtà, a volte, noi siamo solo il nostro corpo. È lui il collegamento per connettere le parole del mondo attraverso la finzione di un libro.
Como se una nuova Brenda avesse iniziato a scrivere.
Esatto, proprio così.
Poco fa, qui al FLiP, ho ascoltato un traduttore: sosteneva che tradurre un libro è come riscriverlo, farlo rinascere in una nuova forma. Sei d’accordo? E come scrittrice tradotta, pensi a questo aspetto mentre scrivi?
Sì, sono d’accordo. Mi piace immaginare che il mio romanzo, quello che ho scritto nella mia lingua, esista e che ci sia un personaggio che vive in quel mondo, e che ci sia un altro mondo parallelo in cui alcune parole tradotte nell’altra lingua lo rendono leggermente diverso, anche se è la stessa vita, anche se sono gli stessi personaggi, ma con qualcosa di diverso. Magari c’è un’altra espressione italiana o greca, che so, che cambia un po’ il personaggio. E questo mi sembra fenomenale.
Siamo arrivati alla fine. E volevo chiederti… La nostra rivista si chiama Altri Animali. C’è stato, nella tua vita o nella tua carriera da scrittrice, un animale con cui hai empatizzato, o al quale ti assimileresti?
Ti racconto questa. Ho sempre avuto paura dei topi. Un giorno ho lasciato una casa e non ci sono più tornata perché c’era un topo. Era questa la mia paura. All’inizio del 2025, per motivi personali, mi sono ritrovata in una casa da cui stavolta non potevo scappare e, guarda un po’, c’era di nuovo un topo nella mia stanza. Era anche buffo, perché ero triste, in una fase di transizione, non sapevo cosa ne sarebbe stato della mia vita e il topo, quel maledetto topo, mi sfidava. Inizialmente non facevo che dire “non ce la faccio, non ce la faccio”.
Finché non ho imparato a convivere con il topo, perché tanto non se ne sarebbe andato. L’ho anche detto ai proprietari e loro: Ah sì, al topo. Per loro andava bene. Ho dovuto convivere con quella paura, e all’improvviso ho fatto amicizia con il topo. E ho imparato ad apprezzarne i pregi. Come si nascondono, la loro agilità. Non hanno tanta paura, sanno vedere al buio e sanno uscirne. Questa piccola cosa mi ha trasformata, tant’è che — vi do una notizia — ci sarà un topo nel mio nuovo romanzo!
La prima esclusiva di Altri Animali! Grazie Brenda, è stato un piacere parlare con te.
Anche per me. A presto!

