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Due equinozi e due solstizi fa, a Pomigliano d’Arco, abbiamo festeggiato la fine dell’inverno al Festival della Letteratura indipendente (FLIP) Poesia 2025. Lì abbiamo incontrato e ascoltato molte nuove voci, tra passi e parole nuove. Con Alma Spina e Viola Lo Moro ci siamo cercate e ricercate: prima per parlarci, poi per scriverci — di poesia, di fare assieme, di tempo.

Trovate qui le loro riflessioni, fresche e inattuali. Eppure, già da oggi, le giornate iniziano ad allungarsi e la primavera non è così lontana.

Apriamo la rubrica Il Pellicano, dedicata alle interviste di poesia, ricordando lo scorso FLIP Poesia e aspettando il prossimo.

Etimologicamente, poesia è prima di tutto un verbo: un fare. Se è così, qual è la funzione operatoria della poesia oggi? Cosa fa? Fa ciò che dovrebbe fare? Com’è cambiato il tuo punto di vista su questo rispetto a quando hai iniziato a scrivere poesia?

Esistono conversazioni che in qualche modo disvelano grandi misteri. Negli ultimi anni ho dedicato molto tempo a conversare, come pratica sperimentale, come a darmi un tempo del non fare. A volte resisto, altre no e subito devo alzarmi, muovermi. La pratica del parlare non è mai stata il mio forte: ho sempre preferito fare le cose con il corpo, costruire, montare, tagliare, cucire. In questa educazione alla conversazione ho scoperto che attraverso le parole dette ad alta voce avviene un movimento, c’è una manovra che si compie e che non rende conto. Quello che fa la poesia è questo: avviene qualcosa tra chi scrive e chi legge (o ascolta), uno scambio senza oggetti (non sai cosa dai ma nemmeno cosa perdi) che non sta dentro le logiche del mercato, non strizza l’occhio al capitalismo e alla ricchezza: siamo libere dal giogo del potere. 

La poesia fa moltissimo, muove moltissimo – molto più di quanto i critici e le critiche vogliano credere. La poesia contemporanea è vivissima, si tiene insieme con legami forti, facciamo pezzi di vita insieme, ci uniamo. Ci incontriamo a Bologna, a Milano, a Roma, a Firenze, a Torino, a Napoli, a Genova, siamo sempre sui treni.

Qual è il luogo che descrive meglio il tuo approccio alla poesia? 

Se devo pensare a un luogo mi vengono in mente tutti i luoghi ma tripartiti tra passato, presente e futuro. Ho un immaginario che tende a muoversi continuamente dentro le temporalità e sempre di più fatica a tenerle separate; quella pianta per esempio: la vedo, ma al contempo vedo tutte le foglie che ancora deve buttare e quelle che ha perso.

Facile è fare la domanda difficile, diceva Auden. Facciamola, allora: Perché scrivi e per chi scrivi? 

Negli ultimi anni mi accade sempre più di rado di cogliere le immagini occasionali che mi arrivano; non riesco più a scrivere poesie “singole” ma la mia mente si allarga e ragiona più per ossessioni o, se vogliamo, per progetti (a tal proposito rimando alle parole di Riccardo Frolloni pubblicate su Lo spazio letterario nel maggio scorso). Di solito si delinea un campo semantico che accende in modo esponenziale, possiamo dire esagerato, il mio interesse. Lo indago a fondo, vado a stanarne ogni anfratto. È una fase di ricerca senza che io sappia veramente cosa sto cercando. La scrittura non arriva subito. Per Corpi abitati questa ossessione è stata il riempimento e lo svuotamento del corpo: ho studiato manuali di anatomia, ho cercato di capire bene cosa succede quando si muore, o quando si è malate, o quando si ha un orgasmo, che movimenti fanno le piastrine quando sanguiniamo. La scrittura è quel luogo dove cedo alle mie ossessioni e le lascio fluire, le faccio trasformare. È anche il luogo dove sto con me sola, mi perdo nelle riletture, mi riscrivo, mi cancello. 

Scrivo per me, scrivo per creare un luogo dove tutte noi possiamo vivere, insieme. Scrivo per una comunità con cui poi discuto le parole e le metto in discussione. Scrivo e poi rileggo tutto con Viola, facciamo queste sessioni in cui spesso ci diamo le spalle, a volte stiamo vicine. Mi piace quando mia madre mi chiama e mi dice: «Mi spieghi cosa volevi dire in questo punto?»

Dov’è l’autore nella tua poesia? E chi è il soggetto?

Chi scrive sono io ma non sono mai soltanto io. Negli anni si sta delineando una voce che è sempre più plurale. È la voce delle mie compagne lesbiche, è la voce delle poete e dei poeti che ho conosciuto in questi anni e di quelli che sono morti, è la voce delle donne che ho incontrato nella mia vita, che hanno costruito una casa nel bosco dove prima c’era un mucchio di pietre e hanno creato una comunità. È la nostra voce che si mischia e si mischia e si mischia.

Siamo alla fine della primavera. In Primavera, una poesia dalla raccolta Una vita di paese di Louise Glück, si legge: “Nella terra arata qualcuno ha disegnato un’immagine del sole / con i raggi che escono tutt’intorno / ma poiché lo sfondo è il terreno, il sole è nero. /Non c’è firma. / Ahimè, molto presto tutto scomparirà: / i richiami degli uccelli, i fiori delicati. Alla fine, / la terra stessa seguirà il nome dell’artista. / Tuttavia, l’artista vuole esprimere / un sentimento di celebrazione.” Quale sentimento vuoi esprimere con la tua poesia? 

Mi colpisce in questa poesia quel «Tuttavia», posto in chiusura, così duro rispetto alle immagini grandi del testo e penso che in quella parola si racchiuda un po’ la mia visione su questa domanda. Non penso che sia in mio o in nostro potere il fatto di voler o non voler esprimere qualcosa; penso sia già magico se un testo o un libro generi delle sensazioni a chi legge, dei momenti di visione e condivisione. Penso, poi, che ci parlano le cose più imprevedibili. Per esempio, io sono ossessionata da una poesia di Stefano Dal Bianco contenuta in Ritorno a Planaval, si chiama Il vetrino. Non so se il poeta sia anch’esso ossessionato da questa sua poesia, o se scrivendola volesse esprimere un particolare sentimento. Fatto sta che lui l’ha scritta e io la leggo a tutte le persone che conosco.

2 Comments

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