Onnìvoro (meno com. omnìvoro) agg. [dal lat. omnivŏrus, comp. di omni– «onni-» e –vorus «-voro»]. – Propr., che mangia ogni cosa, che si nutre di qualsiasi cibo. In biologia, di animale che (a differenza del carnivoro e dell’erbivoro) si nutre di alimenti di origine sia animale sia vegetale;
La puntuale enciclopedia Treccani tratteggia con efficacia uno degli aggettivi presenti nel nostro manifesto. E con questo secondo elenco di consigli di fine anno la redazione cerca di essergli fedele. Dopo i libri che abbiamo letto e suggerito, abbiamo scelto cinque cose che abbiamo visto, ascoltato, ma anche con cui abbiamo giocato, o dove abbiamo trascorso del tempo. Anche qui, una per redattore / redattrice. Prendetelo come un augurio di buon anno “prima che si intasino le linee”, ma anche come un auspicio per vedere, ascoltare, giocare o osservare anche nei prossimi 365 giorni (chi scrive si è accertato che 2026, pur essendo un numero divisibile per quattro, non implica un anno bisestile).
Il consiglio di Antonella Angelini: Emilia Pérez
Prendete i colori più carichi che potete immaginare. Saturateli, mescolateli, agitateli. Aggiungete il
suono — cori, duetti, soli — e qualche tratto di un’iconicità esposta: il mascellone del cattivo, la
bionda e la bruna, una violenza esplicita. Avrete l’impalcatura di Emilia Pérez, pellicola pluripremiata
e pluricriticata di Jacques Audiard.
L’eccesso, in Emilia Pérez, non è un incidente né una provocazione: è una materia da governare. È da
questa esigenza di controllo che nasce la scelta di un linguaggio preciso — quello del musical. Qui
trovano forma la commemorazione condivisa, la magnitudo della violenza seriale, la potenza
espressiva di corpi e voci chiamati a eccedere il realismo. Il musical funziona come una grammatica
capace di contenere e redistribuire l’estremo, sottraendo la materia scenica al rischio della pura
esposizione e rendendola attraversabile.
È un gioco rischioso, che procede sul filo dell’eccesso senza tradirlo né addomesticarlo, trovando
proprio in questa prossimità controllata la propria forza. In questo spazio prende forma la domanda
centrale del film: che cosa può voler dire davvero “cambiare vita”. L’impianto narrativo, nella sua
trama dichiaratamente improbabile, apre le condizioni per porla con una radicalità tanto più
sorprendente perché emerge là dove ci si aspetterebbe solo artificio.
Le critiche rivolte ad Audiard — in particolare in Messico — chiamano in causa l’appropriatezza
culturale del suo sguardo sulla guerra ai narcos: una questione legittima, ma non risolutiva sul piano
dell’efficacia formale del film. Questa si gioca infatti nell’artificiosità dichiarata con cui Emilia
Pérez rende operante qualcosa di viscerale: una centrifuga emotiva che sorprende per essersi insinuata in una trama e in un’estetica così apertamente inverosimili.

Il consiglio di Marco Bonomo: Guitar
Tutto Mac DeMarco, cantautore e polistrumentista canadese classe 1990, è racchiuso in una immagine circolata sui social media (da cui lui si è cancellato da anni, salvo tornare con un profilo dell’etichetta con cui si autoproduce ) dopo un concerto del suo ultimo tour: Mac — nomignolo per Macbriare Samuel Lanyon — passa sottobanco a un fan che aveva acquistato due suoi vinili un cd. Quel cd contiene un album inedito, o forse sarebbe meglio definire segreto, che DeMarco non ha pubblicato e forse non pubblicherà: si intitola Dog on the rock e contiene 15 tracce strumentali, quintessenza di quel genere un po’ sottovalutato che viene chiamato Lo-Fi e che Mac ha abbracciato ormai da qualche anno.
Ma Mac DeMarco sfugge alle etichette (non solo letteralmente): jangle pop, indie rock, indie pop, pop psichedelico… forse per inquadrarlo è meglio, semplicemente, ascoltarlo. In una recente recensione del suo ultimo lavoro ho letto che probabilmente Guitar — il minimalista titolo dell’album pubblicato, questo sì, nel 2025 senza annunci in pompa magna, oggetto del mio umile consiglio — non è la porta d’accesso più adatta per conoscere o iniziare ad ascoltare DeMarco. Forse è oggettivamente vero e un ascolto cronologico potrebbe essere più adatto per capirne l’evoluzione. Eppure, tra il Rock and Roll Night Club del Mac 22enne e il Guitar del Mac 35 enne, un filo di Arianna che aiuti a orientarsi nel suo labirinto musicale può essere individuato.
Ma arriviamo a Guitar. Prima abbiamo citato il genere Lo-Fi, col suo bagaglio di definizioni che racchiudono tutte formule come “chill”, “melodie semplici”, “vintage”, “ritmi morbidi”, “elementi jazz”, “sonorità imperfette”. E sì, Guitar è un po’ un compendio di tutto questo. Ma è proprio qui che si nasconde il trucco: attraverso questa apparente semplicità, almeno per chi scrive, arriva la profondità di una riflessione che parte da storie essenziali e quotidiane, che riescono però a creare una dirompente malinconia. “These days I’d much rather be on my own, no more walk in those streets that I once called my home, because down every lane there are faces and names that have memories attached, that I’d sooner let go, sooner than I’d go home again”. Così Home, il primo singolo e traccia principe dell’album. O ancora, quanti si sono chiesti in modo così diretto “My love must be broken, what’s been going on?” proprio nell’incipit di un pezzo (Shining, in questo caso)?
Da un punto di vista vocale e di composizione, Guitar non inventa nulla di nuovo, anche se — impressione confermata anche dal vivo — sancisce una maturità interpretativa di Mac, che si cimenta in una manciata di acuti che padroneggia e modella durante i live. Ma proprio nella capacità di restare impresso a dispetto della sua semplicità, risiede la sua più grande qualità. Qualcuno potrebbe definirla comfort zone, qualcun altro pigrizia. Io la definisco casa. Anzi, Home.

Il consiglio di Sara Cardona: Gorizia
Sono cresciuta in una città dove il roaming dev’essere sempre attivo e sul lato italiano il semaforo passa direttamente dal rosso al verde, mentre sul lato sloveno una breve sosta arancione precede il via libera. Nominata Capitale europea della Cultura 2025, Gorizia, insieme alla vicina Nova Gorica, è la prima Capitale transfrontaliera nella storia. Raccontando il confine goriziano in occasione del Festival della lingua italiana tenutosi a Gorizia lo scorso aprile, Treccani lo ha definito una «linea di contatto, spazio di transizione e incontro in cui identità differenti si contaminano e si trasformano». Questa idea di confine come limine più che limite si riflette anche nel romanzo che ho consigliato questo 2025: per Asya e Manu ne Gli antropologi, il confine è una soglia di continuo attraversamento e relazione.
Ma per capire davvero cosa significhi, qui, la parola confine, bisogna fare un passo indietro. Quello goriziano nasce alla fine della Seconda guerra mondiale: gran parte del territorio passa alla Jugoslavia, mentre parte di Gorizia resta all’Italia. La città viene così separata dal proprio entroterra e, per rispondere a questa frattura, nel 1948 si costruisce da zero una nuova città nel territorio jugoslavo: Nova Gorica. Poi arrivano gli anni Novanta: la dissoluzione della Jugoslavia, l’indipendenza slovena e infine l’ingresso nello spazio Schengen. Il 1° maggio 2004 il confine smette di essere una barriera: il desiderio di attraversarlo spinge uomini e donne a portarsi via pezzi di sbarra come souvenir. Di quella frenesia ha raccontato Rumiz, sempre in occasione del Festival della lingua italiana, durante una serata al Kulturni Dom, la casa della cultura slovena. Accompagnato dalla Piccola Orchestra dei Popoli, che suonava strumenti ricavati dal legno dei barconi dei migranti e trasformati dalle mani dei detenuti del carcere di massima sicurezza di Opera, a Milano, Rumiz ha condotto il pubblico in «un viaggio che oltrepassa le frontiere e demolisce l’idea di nazione come possesso esclusivo di una terra».
Gorizia, con il suo verde Isonzo – storico teatro di guerra – ospita piazza Transalpina, che prende il nome dalla linea ferroviaria Jesenice-Trieste e rappresenta oggi un luogo simbolico: qui una linea di pietra non divide più, e una targa segna la parola Slovenia a pochi centimetri da Italia. Basta posizionare i piedi a destra e a sinistra di quel segno per trovarsi, nello stesso istante, in due Stati diversi. Poco distante c’è Casa Rossa, oggi spazio per concerti e manifestazioni, un tempo teatro della cosiddetta “domenica delle scope” del 1950, quando migliaia di persone attraversarono pacificamente il valico per tornare a vivere la città, scambiandosi oggetti quotidiani e spazzando via, per un giorno, il confine. Ancora nel cuore della città, via Rastello: strada storica fin dall’Ottocento, quando nelle ore di punta della mattinata il traffico frenetico del mercato vedeva gli acquirenti calare in massa dalle valli dell’Isonzo. A ricordo di quel tempo restano oggi osterie e botteghe artigianali che conservano ancora vetrine, insegne e arredi originali, dove fermarsi a bere vini di altissima qualità prodotti nel vicino Collio.
E poi c’è Grado, con la sua laguna – perché Gorizia ha anche il mare. I casoni, umili abitazioni dei pescatori costruite con legno e canne palustri, erano tra i luoghi prediletti di Pier Paolo Pasolini, che qui girò alcune scene di Medea con Maria Callas nel 1969. In La lunga strada di sabbia, al termine del suo viaggio, Pasolini scrive che «Grado è a due passi, appena oltre Aquileia, oltre il nuovo sottile ponte, piatto tra le piatte isole, la piatta acqua lagunare. Il grigio-azzurro del suo cielo e il verde dei suoi alberi friulani, il vermiglio e il cobalto attutiti del suo porticciolo, e l’oro dei capelli della sua gioventù, ne fanno un luogo dell’anima». Ma Gorizia, nella sua funzione di cerniera di lingue e identità, è rappresentata soprattutto da una figura di straordinario interesse: Carlo Michelstaedter, protagonista del panorama filosofico europeo dell’inizio del Novecento, e dalla profondità senza confini – per l’appunto – della sua opera, capace di spaziare tra filosofia, poesia e pittura. Carlo e la sua febbrile intenzione di spingersi al di là del bordo della vita, così presente nei suoi versi: «Ed ancor io così perennemente / e vivo e mi trasmuto e mi dissolvo / e mentre assisto al mio dissolvimento / ad ogni istante soffro la mia morte / e così attendo la mia primavera / una ed intera, ed una gioia e un sole / Voglio e non posso, e spero senza fede / Ahi, non c’è sole a romper questa nebbia / ma senza fine e senza mutamento / sta in ogni tempo intero ed infinito / l’indifferente tramutar del tutto». E in questo tutto che sempre tramuta, come possiamo ancora parlare di confine nella sua accezione statica di fine?
Per chiudere, vale la pena citare il No Borders Music Festival, una rassegna musicale che da trent’anni porta concerti straordinari in suggestivi angoli del Friuli, immersi nella natura più piena: dai Laghi di Fusine all’altopiano del Montasio, luoghi di passaggio vicinissimi alla Slovenia. Perché qui, più che altrove, attraversare è sempre stato un modo di abitare.

Il consiglio di Margherità Contò: Unpacking
Avviando per la prima volta questo videogioco ero convinta mi si prospettasse la classica esperienza rilassante e semi-meditativa che associo a questo genere di prodotti che, a grandi linee, si collocano tra il puzzle di gestione dello spazio e la simulazione di decorazione d’interni. Nessun timer, nessun punteggio – mi aspettavo che per un paio d’ore avrei semplicemente staccato il cervello e mi sarei goduta la colonna sonora e le illustrazioni. Quello che non mi aspettavo invece era che nel giro di pochi minuti il gioco avrebbe iniziato a raccontare una storia, e a farlo per giunta in un modo sottile, stratificato e sorprendente.
Non ci sono dialoghi, o cutscene, o voci narranti. La storia di Unpacking ha un protagonista, ma il giocatore non ne saprà mai il nome né ne vedrà il volto – e nonostante questo arriverà a conoscerlo intimamente, non direttamente ma attraverso i suoi oggetti. Estratti uno a uno dalla pila di scatoloni, sintomo universale di un recente trasloco, gli averi del protagonista devono essere collocati nella nuova casa, e nel farlo il giocatore è portato ad osservarli, facendosi così un’idea di chi sia la persona a cui appartengono.
Concluso il primo trasloco ne inizia un secondo: la data su un album di foto suggerisce che è passato del tempo, la casa è un’altra, ma il contenuto degli scatoloni rivela che la persona è la stessa. E poi un altro, e un altro: otto traslochi in tutto, otto momenti chiave di una vita che il giocatore osserva dalla sua peculiare prospettiva – e per chi ama osservare e decide di prendersi il tempo di collegare le tracce lasciate sapientemente dagli sviluppatori (quali oggetti ad esempio ritornano e quali vengono lasciati indietro, o cosa viene rammendato con cura e cosa nascosto sul fondo di un cassetto) la storia che ne emerge è sfaccettata, umana e ricca di sottotrame a volte divertenti, a volte dolci-amare o commoventi.Unpacking insomma è un’esperienza che consiglio a tutti, sia in quanto validissimo videogioco indie che come occasione di sperimentare un modo diverso di raccontare una storia.

Il consiglio di Edoardo Sanzovo: Not my cup of read
Nella pur piuttosto nutrita schiera di podcast letterari in lingua italiana stentavo, negli ultimi anni, a rintracciarne uno che fosse davvero di mio gradimento. Il 2025 ha invece sopperito a questa mancanza facendomi scoprire ben tre podcast a tema libri che hanno riempito i silenzi delle mie docce e accompagnato i miei tragitti casa-lavoro. Se i primi due, Romanzo di Formazioni e Casa Cantarelli, vantano già un discreto pubblico, voglio segnalare in questo spazio il neonato Not My Cup Of Read Podcast che da inizio novembre, con cadenza settimanale, racconta le letture di Claudia, Cristian, Emma e Mattia. Già a partire dal primo episodio, un monografico di quasi due ore sul capolavoro pynchoniano L’arcobaleno della gravità, le intenzioni dei quattro podcaster esordienti sono risultate evidenti: parlare di letteratura di qualità con competenza, interesse e multidisciplinarietà. Un impegno riconfermato nella puntata dedicata al (sempre meno) dimenticato Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, ma che non viene tradito nemmeno negli episodi più chiacchiericci, dove da discussioni su grandi autori e autrici contemporanei – cito a memoria: Murnane, Fosse, Powers, Kang – si passa attraverso i novecenteschi Cortázar, Miller, Frisch senza disdegnare sortite ottocentesche nei fantasmatici territori di Henry James o inedite proposte in lingua in attesa di traduzione.
Da ascoltare in questi giorni di quiete post indigestioni natalizie. Sperando, checché ne dica il titolo, sia la vostra tazza di… lettura.


