Animali Urbani è una rubrica discontinua e mutevole di Altri Animali. Il suo scopo è raccontare la città attraverso lo sguardo di scrittori, artisti, poeti, musicisti, giornalisti — insomma, figure che abitano il mondo della cultura — che abbiano un forte legame con la città in cui vivono (o hanno vissuto), lavorano (o hanno lavorato), oppure che ha fatto (o fa) da sfondo alle loro opere. Un forte legame o perché no, un conflitto; una città con cui si identifichino o dalla quale, nonostante una connessione, tentino di fuggire. Che cos’è oggi la città?
Mattia Insolia vive a Milano da 6 anni. Dice che l’ha scelta per sottrazione. Scelta, sì, perché lui non è nato in questa città: ci è arrivato dopo, come tanti, e ci è rimasto. Dunque lui è uno di quelli a cui posso chiedere: perché Milano? Non si sceglie dove nascere, ma dove vivere forse sì. E dove ambientare un romanzo, pure. Perché, senza spoilerare troppo, Milano è entrata anche dentro La vita giovane (Mondadori) — terza fatica letteraria di Mattia Insolia dopo Gli affamati (Ponte alle Grazie) e Cieli in fiamme (Mondadori) — che in questi giorni ha iniziato a camminare e farsi leggere. Incontro Mattia a poche ore dalla prima presentazione del libro, proprio nella città di cui andremo a parlare.
E quindi, perché Milano?
Io per tutta la mia vita mi sono sempre mosso non cercando di raggiungere qualcosa, ma scappando da qualcosa. Un movimento che non fosse mai in una direzione, ma da una direzione. Dovevo trasferirmi da Catania perché sentivo la necessità di andar via e costruire una mia individualità che fosse diversa rispetto a quella che potevo costruire lì. E ho scelto Milano per sottrazione, perché a Roma ci avevo già vissuto, e Roma la amo ma mi fa anche ribrezzo; adoro anche Torino, ma lì non conoscevo nessuno; a Milano, che mi piaciucchiava, avevo invece già tanti amici che vi si erano riversati come in una bacinella d’acqua, dopo il liceo. Così il movimento di fuga si è fermato qui. In più, sapevo già di voler fare lo scrittore e Milano era una delle poche città che offriva tanto da questo punto di vista. Quindi, perché Milano? Un lavoro di esclusione e una sorta di ruzzolamento che è venuto fuori da una fuga.
C’eri già stato prima? Avevi un’idea di come fosse oppure è stata una scatola chiusa che tu hai aperto un po’ alla volta?
È stato strano, c’ero stato per tempi brevissimi, trasferte di un paio di giorni o al massimo una settimana, per andare a trovare degli amici o magari per frequentare delle lezioni dei corsi di scrittura. Quando mi sono piantato qui il terreno mi era totalmente estraneo, eppure l’istinto diceva che la sua era un’atmosfera che si potesse sposare abbastanza bene con me. Il mio istinto raramente sbaglia e anche questa volta ha avuto ragione. E poi, più che trasferirmi a Milano, mi sono trasferito nella vita dei miei amici che vivevano già a Milano e l’ho conosciuta anzitutto attraverso i loro occhi.
Forse è questo il segreto per farsela piacere? Guardarla attraverso gli occhi degli altri e non con i propri? Perché a sentire in giro, sembra che nessuno voglia restarci, ma che tutti vogliano scappare da qui.
Credo che una delle ragioni sia che le persone che si sono trasferite qui quando avevano vent’anni, oggi che ne hanno trenta o più hanno cambiato le loro priorità e Milano non coincide più con queste priorità. Se sei un ventenne, stai qui per motivi di studio, magari hai appena iniziato a lavorare e possibilmente hai dei genitori che ti aiutano, quello è uno stile di vita che per Milano va benissimo, perché puoi fare tante cose, ci sono tante mostre, ci sono le anteprime, le manifestazioni, i concerti, c’è sempre un locale che ha appena aperto da frequentare, da qui puoi andare dappertutto. È una città estremamente viva. Ma dai trenta in poi forse cambia la prospettiva, diventa dura abitare con i coinquilini, dividersi un bagno con tre o quattro persone, solo per fare un esempio. E se dieci anni prima potevi sacrificare un presente più agiato in funzione di una prospettiva futura, oggi forse sacrifichi un po’ di più il futuro in funzione di una tranquillità nel presente.
Non mi sembra che tu voglia andare via, comunque.
Io ho fatto un errore, vale a dire costruirmi una rete affettiva qui, a cui sono particolarmente legato. In questi sei anni da che sono a Milano, mi sono affezionato non soltanto alle persone, ma anche ai luoghi. Andarmene via significherebbe ripetere il sacrificio fatto sei anni fa: forse è una cosa che a un certo punto farò, però per adesso mi dico che il gioco vale la candela. In questo incide molto il valore che do alla quotidianità. Ogni mattina faccio una passeggiata di mezz’ora nel quartiere dove mi trovo ad abitare nel periodo: sono un grande patito della ripetizione, dei gesti che si reiterano. È una quotidianità anche di cose che mi fanno star male, ma per ora va bene così. E poi ci sono anche persone a cui Milano piace punto e basta. A me piace, non così tanto da parlarne bene in maniera assoluta, però mi piace.
Hai parlato di coinquilini. C’è un elefante nella stanza ed è la questione abitativa, sottolineata anche da tuoi colleghi, su tutti citerei Jonathan Bazzi.
È sicuramente un tema. Milano è costosa e gli stipendi medi non ti permettono di viverla con rilassatezza. Conosco persone che vivono in trenta metri quadri fuori dalla circonvallazione perché così possono continuare a vivere qui, ma perché lo fanno?
Forse perché ancora non sono pronte a rinunciare, magari alla loro passeggiata. Tu dove passeggi oggi?
Da qualche mese vivo a Loreto, una zona molto comoda e ben servita, ma estremamente caotica. Ogni quartiere in cui ho vissuto ha avuto la sua passeggiata: a Bande Nere camminavo per Forze Armate, su via Gulli c’era un parchetto e poi arrivavo fino alla metro; a Isola mi muovevo da viale Zara, poi per piazzale Lagosta e da lì per tutta l’Isola. Oggi arrivo quasi fino alla Stazione Centrale, giro per Caiazzo e torno indietro su Buenos Aires. La cosa bella di queste passeggiate è che a un certo punto mi sono reso conto che iniziavo a incontrare le stesse persone. C’era per esempio questa donna che aveva una forte zoppia e che tutte le mattine incontravo in senso opposto, io andavo da una parte e lei dall’altra, probabilmente lei andava in ufficio e se uscivo un po’ dopo, la incontravo comunque ma un po’ più in là del mio percorso. Oppure mi capitava di vedere spesso uomini di fede ebraica nei pressi di una scuola, accompagnavano i loro figli ed era strano, perché intanto Gaza stava accadendo e il mio cervello era spaccato. Milano è tante città.
E una di queste Milano è entrata anche ne La vita giovane.
Per la prima volta in vita mia ho scritto un pezzo della storia ambientato in un posto che esiste e quel posto è Milano. Non l’avevo mai fatto, avevo sempre inventato dei luoghi, Camporotondo per Gli affamati, Paloma per Cieli in fiamme. E anche in La vita giovane c’è un posto inventato che si chiama Foro. Però Teo, il protagonista, passa agli anni dell’università e i primi anni della sua vita adulta a Milano, che in realtà è un po’ la mia Milano: Teo vive in una zona dove abitava una persona che ho frequentato, esce a Isola; c’è anche un posto che esiste davvero in questo libro, il Long Song a Porta Venezia, un bar dove succede una cosa abbastanza importante. Per una volta volevo scrivere di un posto che esiste, ma per farlo dovevo conoscerlo, altrimenti avrei fatto cazzate.
Prima che mi dicessi che hai ambientato parte di La vita giovane qui, avevo una domanda che poi ho lasciato scorrere: se dovessi scrivere un racconto ambientato a Milano, dove si svolgerebbe? Ora che lei è “letteraria” anche per te, c’è un posto oltre quelli che mi hai citato per il tuo romanzo?
Forse per una storia che si autoconclude me ne andrei un po’ più in periferia. I quartieri che ho messo nel romanzo sono in realtà quelli già più raccontati, instagrammati. Invece per un racconto esplorerei Bande Nere, Bisceglie, Romolo o le varie Cascine, forse lì ritroverei una narrazione più mia. E probabilmente ci sono più storie che non sono state ancora raccontate, perlomeno adesso, perché negli anni dell’industrializzazione la periferia era molto più letteraria. Il centro città in un certo senso si è espanso e ha mangiato tutto. Quello che è rimasto più in disparte può offrire forse un racconto più autentico.
Tornando a Milano e alla vita giovane: perché stavolta ti è servito ambientare la storia in un posto reale?
Perché io ho sempre la forte e pessima sensazione di scrivere delle cose molto infantili, delle storie da ragazzini, ambientate in posti che non esistono, come se fossero fiabe. Scrivere di Milano, che è reale, è stato un tentativo di avvicinarmi a una letteratura che io percepisco come più adulta, un racconto che cerca di fare il paio con la realtà. E questo tentativo coincide con la prima volta in cui racconto anche pezzi di me molto grandi, e anche con la prima volta in cui uso la prima persona: tutto si è legato, ed è stato interessante usare la prima persona raccontando dei posti che io ho vissuto, senza bisogno di inventare troppo, anche perché questo è il primo romanzo che ho scritto interamente a Milano.
Milano fa da sfondo a questa evoluzione, secondo me è un’immagine che dice tantissimo sul tuo rapporto con questa città, e su cosa può essere fuori dalle definizioni. Ce l’hai un posto dove scrivi, qui?
Sì, casa mia. Tutto il romanzo l’ho scritto in una sola stanza e da nessun’altra parte, la stanza della mia vecchia casa a Isola, in cui ho passato due anni che fondamentalmente hanno coinciso con i due anni di stesura. Non credo di aver scritto molte righe fuori da quella stanza, quindi questo è un proprio un libro milanese.
E invece una libreria tua ce l’hai? Dove, quindi, non scrivi, ma magari ti rifugi per leggere?
Amo la libreria Verso in corso di Porta Ticinese, non soltanto perché ho un bellissimo rapporto con con i librai e le libraie che sono proprio carini, ma perché quando sono arrivato a Milano avevo una grande fame di esperienze di vita e di editoria e quindi andavo a tutte le presentazioni che potevo, e la maggior parte erano alla Verso. Quindi per me è anche il primo posto in cui ho incontrato scrittori e scrittrici che poi sono diventati miei amici in questi anni. La associo molto a quel periodo in cui era tutto elettrizzante, quando andavo da Verso per stringere la mano agli scrittori.
E se invece dovessi portare qualcuno che non è mai stato a Milano in un posto, quale sceglieresti per primo? Quale sarebbe la sua porta di Milano?
Domanda bella ma difficile. Da una parte ti direi la casa dove vivo, di cui sono orgoglioso. Oppure a Isola perché sì, perché al di là dell’essere un bel quartiere molto vivo e molto colorato, ci sono affezionato. Lì ho fatto le migliori passeggiate e ne conosco ogni mattone, anche come è posizionato.
Giuro che non è perché ci chiamiamo Altri Animali ma… c’è un animale che le assoceresti?
Nella mia vita non avevo mai visto uno scoiattolo dal vivo, prima di arrivare a Milano. Mi era sempre sembrato un animale carino, poi quando sono andato a vivere a Bande Nere ho incominciato a vederne tantissimi, e mi si avvicinavano pure perché dessi loro da mangiare. E allora ogni tanto andavo a comprare delle noci al supermercato, le rompevo a casa e poi le portavo agli scoiattoli di Bande Nere. So che sembra molto una cosa da signora pazza di Mamma ho riperso l’aereo con i piccioni addosso, però non era così distante dalla realtà. Mi sono innamorato così degli scoiattoli, non dico che li assocerei in senso assoluto a Milano, però per me lo scoiattolo è Milano.
Voglio salutarti con una domanda su una frase che sento spesso e che ogni volta mi lascia sospeso, forse perché io non so rispondere. Milano è cambiata?
Milano è un’entità così grande che puoi accorgerti dei suoi cambiamenti solo in retrospettiva. Credo sia molto difficile riuscire a delineare le fattezze dei cambiamenti di una città così grande, così piena soltanto in cinque o dieci anni. Serve più tempo per capire da cosa si è partiti e dove si è arrivati, altrimenti si rischia di cercare di fotografare una situazione, ma quella situazione sarà troppo simile alle tante precedenti. Se parliamo di cambiamenti materiali, certo che oggi è una città estremamente più costosa rispetto a quando sono arrivato, parlano i miei contratti d’affitto. Però sai che, al tempo stesso la trovo più umana? Anche se non credo sia un cambiamento di Milano in sé, ma più generazionale: la Gen Z si sta prendendo il suo spazio e lo sta togliendo ai millennial. E siccome penso che la generazione Z sia una generazione più concreta rispetto alla mia, alla nostra, io vedo una città meno vetrina e più autentica.



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