Altri Animali

Giovanni aveva sempre seguito Tallulah ovunque. Lei aveva il passo più veloce del suo, complici le ginocchia snodate e l’irrequietezza esistenziale, e lui le si affannava dietro con il respiro pieno di apprensione. Rincorrendo quella chioma scintillante si era ritrovato a entrare clandestinamente in edifici abbandonati, a nuotare nelle aree pericolose del lago, e a spiare i grandi fare cose da grandi, nascosto dietro un cespuglio. Tallulah aveva qualche mese in più di lui ed era bilingue, e questo la rendeva una fonte di conoscenza e soggezione. A volte Giovanni la osservava parlare con la madre, in conversazioni fatte di lingue arrotolate, occhi sgranati e suoni sibilanti, e gli sembrava che in quel parlare l’amica riuscisse a catturare dei dettagli che a lui erano nascosti. Col passare del tempo il livello di inglese di Giovanni era migliorato, ma quella sensazione di scarto nella percezione della realtà non si era mai estinta. Forse era per questo che qualsiasi cosa gli proponesse l’amica lui non riusciva a dire di no. Per persuaderlo, lei si arrotolava una ciocca intorno all’indice destro, mentre portava la mano sinistra chiusa a pugno a mimare un pianto. Quei gesti rotanti diventavano un vortice e il vortice lo catturava. 

Sin da bambina Tallulah sembrava sempre tendere verso l’età adulta, nelle azioni e negli atteggiamenti, come se la promessa di maturità portasse con sé un qualche tipo di sollievo. Forse, ipotizzava Giovanni, sperava che sapere più cose potesse placare la sua smania di capire tutto. Quando le erano cresciute le tette, a quattordici anni, Tallulah aveva finalmente cominciato a somigliarsi; il suo corpo si stava evolvendo in modo che contenuto e forma corrispondessero.

Qualche tempo dopo Tallulah aveva iniziato a cadere nel pozzo, e lui era rimasto indietro. La prima volta che accadde Giovanni se la ricordava bene. 

***

Era mercoledì. Dopo scuola erano andati a prendere un gelato e si erano seduti al solito posto. La gelateria Vassalli si trovava nel punto più in alto del paese, su uno spiazzo bordato da un basso muretto di mattoni che abbracciavano e contenevano il borgo. Solo d’estate era veramente affollata, quando i piedi seminudi e sudati dei turisti ricoprivano quasi completamente la pavimentazione a ciottoli. Tallulah e Giovanni allora venivano scalzati via e, prima di dileguarsi, si affrettavano a prendere due coni gelato con panna. Durante tutte le altre stagioni i due amici si appollaiavano lì, l’uno di fronte all’altra, senza curarsi dei campi sottostanti, delle cime appuntite dei cipressi, della vista sulla superficie argentea del lago. Mentre parlavano, i loro volti diventavano un paesaggio, come se il loro campo visivo si esaurisse nell’altra persona: gli occhi rimanevano fissi sull’altro mentre il gelato colava e formava delle strisce variopinte e appiccicose sui dorsi delle mani. 

Quel giorno Tallulah prese a toccarsi il naso con foga. All’inizio Giovanni pensò che stesse cercando di pulire la piccola macchia di cioccolato che era proprio sotto la punta, tra le narici. 

«Secondo te ho il naso storto?» esordì lei dopo qualche attimo di silenzio. Giovanni la osservò mentre premeva l’indice proprio dov’era la macchia per sollevare il naso di qualche millimetro. 

«Un po’ sì» replicò, incerto. Dallo sguardo incoraggiante di Tallulah capì che la sua risposta non era sufficiente, e che avrebbe dovuto elaborare. 

«Come tua mamma», aggiunse con fare interrogativo.

Tallulah abbassò gli occhi sulle cosce e si accarezzò la peluria bionda che spuntava fuori dai pantaloncini: «Non voglio essere come Niamh». 

Quell’espressione d’interesse apparentemente innocua lo fregava sempre. Tallulah sapeva come dargli l’esca, conficcargli l’amo nella gola e convincerlo di aver fatto tutto da solo. Povero luccio suicida. 

«Scusa», tentò strozzato. Sentiva una lama sfiorargli la gola.  

Lei annuì, poi si alzò e corse a buttare il gelato mangiato a metà nel cestino più vicino. Mentre la guardava tornare verso di sé, sentiva in bocca il sapore metallico del sangue. Tallulah si sedette un po’ più distante: «Non devi scusarti. È vero, ho un brutto naso». 

Solo allora Giovanni si rese conto che la crema al pistacchio aveva quasi interamente coperto la sua mano. Provò a porvi rimedio con la lingua e affrettandosi a leccare anche il bordo del cono per prevenire un nuovo disastro. 

«Non ho detto questo». Era troppo tardi per recuperare ormai, ma forse poteva ancora limitare i danni.  

Tallulah distolse lo sguardo dal volto dell’amico, di nuovo, e lo posò sull’argilla calda dei mattoni: «Però lo pensi». 

Giovanni si immobilizzò. Il gelato fluido ricominciò a scorrergli sulle mani, e lui si arrese. Il freddo iniziò a sembrargli caldo e se chiudeva gli occhi il verde era rosso e la crema era sangue. Sentiva la bocca impastata e la gola in fiamme, e non riusciva a dirle che il suo naso era bellissimo perché era sul suo volto, e il suo volto era bellissimo, e lo amava in un modo acerbo e torrido da un po’. 

Dopo quella conversazione Tallulah si era dileguata e Giovanni non l’aveva vista fino alla settimana successiva. Nessuno a parte lui si era preoccupato, nemmeno Niamh. Qualche tempo dopo avrebbe scoperto che era precipitata per la prima volta nel pozzo.

Nei mesi successivi, le sparizioni diventarono sempre più frequenti. Tallulah stava perdendo giorni e giorni di scuola e Giovanni stampava sempre i propri appunti due volte, per farla recuperare. Al suo rientro, lui era insistente nelle domande e lei evasiva nelle risposte. Diceva di essere stata da certi parenti, in un altro paesino, ma non spiegava la pelle pallida e i capelli sfibrati; raccontava di svariate gite in una casa al mare, ma non sapeva giustificare perché non l’avesse mai menzionata prima; chiedeva tanto di lui e raccontava poco di sé. In poco tempo i suoi voti calarono così drasticamente che Niamh chiamò Giovanni al telefono e lo supplicò di aiutare sua figlia nello studio. 

Il muretto e il gelato diventarono la camera semibuia di Giovanni e le torte di sua mamma, i compiti sostituirono le chiacchiere e le loro teste, chine sulle equazioni, si sfiorarono sempre più spesso. In quel periodo si scambiarono qualche bacio – i primi per entrambi – e furono così vicini che il centro e la periferia dello sguardo vedevano davvero solo l’altra persona. Erano momenti lunghi, umidi, languidi. Le labbra di Tallulah avevano spesso il sapore del sale, quelle di Giovanni iniziarono a odorare di erba e tabacco. Presto a Giovanni venne il sospetto che quei baci, cominciati quasi sempre da lei, non fossero che un tentativo di riappropriarsi di una parità nel loro rapporto. Si chiese se quella lingua ruvida e esploratrice non stesse cercando di domarlo, di abbassarlo al suo livello, di incatenarlo a un desiderio bruciante così che anche lui avesse bisogno di lei. Un giorno la mano di Tallulah si spostò inaspettata sull’elastico dei suoi pantaloni. Lui la fermò prima che potesse esplorare oltre, il cuore che gli batteva all’impazzata. Da quel momento iniziò a rifiutare le sue avance e questo lo fece sentire triste e potente. 

Lei allora prese ad uscire con certi altri ragazzi e ragazze della loro scuola, a concedere baci a destra e a manca – o almeno così si diceva – e a mettersi il lucidalabbra in classe. Baciava e sbavava e prendeva quattro dopo quattro e poi piangeva, e allora lui la consolava.

Un pomeriggio, mentre studiavano inglese – l’unica materia in cui lei ancora eccelleva –, Giovanni sbottò: «Guarda che lo so dove vai, non sono scemo». 

Tallulah continuò a disegnare spirali sul libro di testo, fingendo di non aver sentito. 

«Ci vanno tutte». Pure sua mamma e sua sorella andavano al pozzo, ogni tanto. Giovanni aveva pensato di chiedere loro chiarimenti, ma l’imbarazzo gli aveva tolto la voce. Suo papà non ne parlava mai. 

Tallulah ora stava tamburellando con il retro della matita sulla scrivania. Qualche tempo fa avrebbe provato a baciarlo per togliersi dall’impiccio. Quel silenzio – disturbato solo dal ritmico picchiettio della gomma – era scomodo, ma Giovanni era deciso a non demordere: «Solo tu ci vai così tanto però». 

Tallulah poggiò la matita rivolse lo sguardo contornato di mascara verso di lui: «E dove andrei, sentiamo». 

«Al pozzo». Giovanni la guardò dritta negli occhi, nel metterla a spalle al muro.  

Lei si dondolò sulla sedia torcendosi le mani: «Sì, a volte». 

«E?»

«E cosa?»

«Com’è?»

Tallulah sospirò, stanca: «È una cosa privata». 

Giovanni si rilassò sulla sedia e annuì: «Okay, va bene. Ero solo curioso». 

Lei gli sorrise e gli accarezzò il braccio, come a scusarsi. Prima di andarsene, quella sera, Tallulah indugiò sulla porta e poi gli porse un foglio di carta ripiegato. «È una cosa che ho scritto. In inglese. Magari ti serve per esercitarti». Prima che lui potesse ribattere, lei gli aveva già dato le spalle e stava marciando verso casa. 

Il foglio aveva il bordo sinistro frastagliato – doveva essere stato strappato da un quaderno o un diario – ed era pieno di scritte nere. Aveva un titolo, sottolineato due volte, che recitava: To the Well. Giovanni dovette usare un traduttore online per rivelare il significato di quelle parole e le righe che le seguivano. Nello scoprire che well significava pozzo, si corrucciò. Gli parve strano che una parola così innocente, che per lui aveva sempre rappresentato la serenità, il bene, potesse al contempo indicare qualcosa di profondo, freddo, scuro. Ripensò a tutte le volte in cui Tallulah aveva liquidato Niamh con un it went well, I’m well, all is well, e quelle espressioni, fino a quel momento limpide e dirette, assunsero una sfumatura plumbea. La lingua della sua amica gli si rivelò ingannevole, e Giovanni si rimproverò di non averne mai riconosciuto la doppiezza. Fu ancor più strano pensare che Tallulah lo avesse sempre saputo. Lesse e rilesse le parole sul foglio, quella sera, cercando tra gli spazi una spiegazione di come la sua amica avesse mantenuto quel segreto così a lungo, ma trovò solo una sensazione di freddo e si sentì mancare l’aria. 

Prima di andare a dormire la immaginò mentre galleggiava nelle acque di un pozzo profondissimo, in cui l’umidità rovinava i capelli e le ossa. Cercò di figurare sé stesso con lei, le loro mani intrecciate sulla superficie dell’acqua fredda, le loro spalle vicine. Non ci riuscì. 

Le nuove amiche di Tallulah non gli piacevano. Erano il tipo di ragazze di cui avevano sempre riso insieme, ragazze che si portavano la spazzola in borsa e che mangiavano il gelato nella coppetta per non sporcarsi le mani, ragazze che ridevano guardando gli altri e che andavano in bagno a due a due come se persino per pisciare avessero bisogno di supporto morale. Ragazze che all’intervallo si guardavano allo specchio e si scambiavano i lucidalabbra e dei foglietti scritti fitti fitti. Ragazze che piangevano per un brutto voto o per i pochi vestiti, per le gambe storte, per un’unghia rotta, per un mancato saluto; ragazze che piangevano se le loro cosce si toccavano, se le dita attorno al polso non si toccavano, se un compagno che non volevano le toccava o uno che volevano non le toccava. Piangevano sempre tra i banchi, in cortile, al cesso, in cameretta, e piangevano quasi sempre insieme. 

Solo quando tornavano dal pozzo, che avrebbero avuto tutti i motivi per piangere, si mettevano ancora più in tiro, si lisciavano i capelli sulla nuca col gel, si facevano la faccia con il fondotinta e con il fard, ed entravano a scuola sfoderando un sorriso sfacciato. Allora si riuniva attorno a quelle ragazze un piccolo capannello che confabulava in modo febbrile, e quel gruppetto smetteva di essere un insieme di persone e iniziava a sembrare una creatura a sé stante, fatta di braccia sottili e capelli lisci o lisciati e orecchini appariscenti e schiamazzi maliziosi. 

Tallulah era diversa, si ripeteva Giovanni. Tallulah si stava avvicinando a Linda e Chiara e Martina e le altre perché doveva adattarsi, perché si faceva così, perché arriva un momento in cui è strano non avere amiche femmine. A Tallulah non era mai importato delle tette o del mascara. Non le poteva importare di Instagram perché Niamh insisteva che lei non avesse un telefono, non si doveva chiedere se piaceva ai maschi perché la volevano baciare tutti. Eppure, quando la vedeva a scuola mentre ricopiava gli appunti delle lezioni perse nell’intervallo – aveva prediletto quelli di Erica ai suoi, perché ogni argomento era associato a un colore diverso ed era introdotto da un titolo svolazzante – faceva sempre più fatica a distinguerla da Aurora e Laura. Sebbene non portasse un trucco appariscente – l’ennesima imposizione di Niamh – i suoi occhi erano come quelli delle altre: avevano la stessa patina liquida, la stessa incertezza nel guardarlo, la stessa predisposizione al pianto. Forse quello che succedeva sul fondo del pozzo era che le ragazze incameravano acqua dentro di sé, come piccole barche con una falla sul fondo. Alla fine riuscivano sempre a ripararla e a stare a galla, ma poi una volta in salvo il legno rimaneva gonfio e bisognava aspettare che l’acqua evaporasse. Per il grosso del lavoro bastava un po’ di pazienza, ma c’era sempre un piccolo angolo su cui non batteva il sole che rimaneva umido, e l’umidità lo faceva marcire.

***

Era già metà settembre, eppure l’aria calda nella camera di Giovanni sembrava pesare su ogni oggetto: sul letto, sui fazzoletti accartocciati lì a fianco, sulla sedia girevole, sulla pila di libri di astronomia a terra, sul parquet rigato, sulla mensola sopra la scrivania dove conservava la sua collezione di carte da gioco.  Il sole che filtrava dalle tapparelle rigava di luce l’ambiente, come a fendere lunghi tagli su una tela scura, e Giovanni si rigirava tra le lenzuola. Aveva provato a riposare un po’, ma la sua testa era tornata a Tallulah, ai suoi baci – i primi e gli ultimi che aveva dato – alle mani sporche di gelato. Dopo tanto tempo aveva riletto il foglietto che gli aveva dato, To the well. Se la prima volta ne era rimasto angosciato e confuso, ora gli sembrava che Tallulah avesse tracciato una mappa chiara con quei segni di inchiostro. 

Negli ultimi mesi aveva sentito la solitudine sfiorarlo e poi sedurlo, come in un leggero sfumare da tenera carezza a tocco erotico. Forse quel silenzio gli aveva permesso di avvicinarsi all’esperienza della sua amica, pensava; forse l’asfissia che provavano era la stessa. Tallulah avrebbe finalmente potuto condividere quel lato di sé con lui, pensava, ed era deciso a dimostrarglielo. 

La sua fronte brillava di sudore e le sue gambe si mossero in uno scatto. Giovanni si alzò e si vestì in fretta, poi corse di sotto a mettersi le scarpe da ginnastica. Uscì chiudendo il portone con cautela. 

Il tragitto verso il pozzo non gli era chiaro, nonostante conoscesse gli orari degli spostamenti di Tallulah e il ritmo della sua camminata. Aveva provato a seguirla qualche volta, ma la paura di essere scoperto l’aveva sempre rallentato e aveva finito per perdere la chioma scintillante dell’amica. Ora però era stanco di restare un passo indietro a fissare il vuoto che lei si lasciava alle spalle. Uscì dal paese – l’asfalto si srotolava davanti a lui, come un grigio serpente dalla pelle liscia. Dalla strada vedeva i campi verdi e le punte dei cipressi, mentre l’acqua dolce del lago brillava. Si increspava appena, era calma. La linea dell’orizzonte sembrava promettergli spazio per pensare e per respirare. Mentre teneva gli occhi su quel bacino fluido provava a immaginare cosa ci fosse di affascinante nel buio liquido di un pozzo, dove l’acqua asfissiava e logorava e marciva. Quasi a volergli rispondere, nel suo campo visivo apparve una ragazza. Indossava degli orecchini così grandi che Giovanni riusciva a scorgerli da lontano e aveva i capelli raccolti in una crocchia. Camminava spedita nei vestiti scuri. Fu solo guardando il suo passo elastico che riuscì a riconoscerla: era lei, Tallulah. Nulla gli impediva di seguirla ora.

Si era chiesto a lungo se esistesse una figura scura che conduceva le ragazze al pozzo per deformarle e rimodellarle, uno spirito cattivo che se ne impossessava e le rovinava. Camminando dietro la sua amica – l’unica figura scura che la inseguiva era la sua ombra – si rese conto di quanto fosse infantile quell’ipotesi. Si era anche domandato quanti pozzi esistessero, se andassero tutte nello stesso, se ne avessero uno a testa. Quest’ultima idea era assurda, lo sapeva; eppure, mentre osservava Tallulah affrettarsi verso la sua meta, non poteva fare a meno di immaginarla sguazzare in una vasca esclusiva, incontaminata. Non avrebbe sopportato di vederla immersa nel sudiciume di altre mille ragazze che si facevano il bagno nella sua stessa acqua stagnante. 

Separati, percorsero una strada grande e qualche strada piccola, un prato, un castagneto e un lungo sentiero pieno di radici. Lei davanti e lui dietro, come sempre. A un certo punto, specchiando i movimenti dell’amica in ritardo di qualche secondo, Giovanni si fermò. Erano arrivati. 

Il pozzo si trovava al di là dell’ex Casolare Ferretti, nascosto alla base dall’erba alta. Era piccolo, stretto, sembrava fatto a misura di persona, come se l’estrazione dell’acqua non fosse che la sua funzione secondaria. Il cemento intorno era screpolato, venato da una ruggine strana che colava giù. Giovanni pensò al gelato al pistacchio e si sentì le mani appiccicose. 

Tallulah si stava avvicinando al bordo incerta, come se fosse spinta da due forze opposte a momenti alterni. La sua crocchia era scesa e ora le si appoggiava sul collo, ondulante. Se la rimise a posto e si decise: si sedette sul cemento, le gambe a penzoloni, e guardò giù. Prima di buttarsi in un sussulto, lanciò un’occhiata alla testa di Giovanni che spuntava da dietro un tronco. Non ci fu né un grido né un tonfo, solo silenzio. Lui allora accorse e si inginocchiò, i palmi delle mani sul bordo umido del pozzo. Quando guardò giù non vide nessun riflesso, nessuna increspatura d’acqua, nessun corpo galleggiante o scintillio di orecchini, nessuna ciocca da arricciare. Fece leva sulle mani per mettersi in piedi, ma qualcosa lo trattenne – forse la figura scura che aveva immaginato per le altre ma non per sé. Sentiva un odore ripugnante provenire dal buco, come di materia putrefatta. Sarebbe saltato dentro, sarebbe rimasto lì ad aspettare Tallulah, si diceva, se quel puzzo non lo avesse stordito. Avrebbe raggiunto la sua amica, si raccontava mentre indietreggiava deciso. Avrebbe potuto provare un’altra volta, un altro giorno, se avesse voluto, pensava. Eppure, solcando l’erba sempre più velocemente, crebbe in lui un nuovo sospetto, ancora troppo acerbo per essere del tutto consapevole: forse lì non ci voleva andare, forse non voleva più seguire Tallulah ovunque. Non era la sua acqua. 

Quel pomeriggio tornò verso il lago e si fece un bagno, respirando a pieni polmoni.

 

Aminata Sow

Aminata Sow (Torino, 1999) vive a Londra, dove ha studiato letteratura inglese e Critical Theory. È Managing Editor di Poetry London, rivista di poesia, ma si ostina a scrivere prosa. I suoi racconti sono apparsi su Scomodo, Topsy Kretts e Lucy. Sulla cultura. Ha pubblicato Pelle Italiana nell’antologia Quasi di Nascosto.

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