Mi sono trasferita in Inghilterra nell’autunno 2020, durante i due mesi precedenti all’entrata in vigore della Brexit, e mi sono tuffata da subito nel panorama alcolico della nazione, con la complicità del mio lavoro di Comunicazione & Marketing nell’industria brassicola. In questi cinque anni ho scritto di birra per i social media, per blog e newsletter, per gli inserti pubblicitari destinati a quotidiani e riviste glamour; mossa dallo scopo di vendere – e quindi capitalizzare sui vizi e sulle fragilità degli acquirenti, arrampicandomi sulla scala sociale in nome del sacrosanto diritto a tirare a campare.
Essendo io stessa una grande bevitrice non mi sono mai posta l’interrogativo se il mio fosse o meno un impiego onesto: era una carriera come tante, ma costruita su fegato e portafoglio altrui. Non saprei dire se sia stata la noia, la perpetua esposizione a sbronze colossali, o un cortocircuito etico tra le mie sinapsi cerebrali, ma poco meno di un mese fa mi sono licenziata. Addio birra artigianale, addio marketing, addio anche Inghilterra.
Considerate dunque questo articolo come un mio personale testamento ai posteri e ai postumi, un percorso che parte dal verticale e si sviluppa in orizzontale, come nella parabola dell’ubriaco.
Andiamo con disordine e facciamo due passi indietro fino al 23 giugno 2016, quando una nazione che avrei successivamente definito Hangover Nation votava per l’uscita dall’Unione Europea. Poi facciamo un passo avanti quando, il 13 aprile del corrente anno, il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato che «la Brexit ha arrecato un profondo danno all’economia», spiegando che, a dieci anni dal referendum, i dati continuano a mostrare un impatto negativo sulla crescita e sulla produttività che non può più essere ignorato, specialmente in un contesto di instabilità globale.
Solo un anno prima veniva pubblicato un report nel sito del governo inglese che dichiarava come la pressione sul sistema sanitario fosse senza precedenti: il tasso di ospedalizzazioni per patologie ‘alcol-correlate’ in Inghilterra era di circa 490 per 100.000 abitanti, mentre il tasso di mortalità era salito a 15 su 100.000, con un picco preoccupante nelle regioni del Nord-Est.
Ora facciamo una piroetta e una giravolta, ed entriamo nel vivo della questione dal 2016: 17.410.742 voti a favore di un’opzione tanto discutibile come la Brexit è un verdetto che sa di doposbronza. Più che analizzare il voto, proveremo a comprendere lo scenario in cui si muovono i soggetti che l’hanno espresso, osservandoli attraverso una metaforica serratura, già deformata dai molti tentativi di infilarci una chiave.
Cinquina dei presupposti per uno stato di ebbrezza oltremanica
1) L’inglese non va al pub. L’inglese vive al pub.
I pub sono il teatro della vita collettiva, l’ode nazionale alla socialità. I pub sono quanto di più vicino ci sia alla mia idea di calore umano, e quanto di più lontano dai canoni di igiene per gli ispettori sanitari italiani. Con quei cosy caminetti e quelle moquette preistoriche rappresentano la perfetta convivenza tra sacro e profano, tra la magia harrypotteriana e la dimenticanza di dio. Un trionfo di effluvi di epoche passate, da quelle di casa della nonna a quelle dei tempi del colera. In questo luogo osserveremo da vicino il soggetto inglese nel suo habitat naturale, ma per amor di antropologia lo seguiremo anche nelle sue erranze per tracciare coordinate e geografie cliniche.
2) L’inglese non prende il treno o l’aereo. L’inglese prima prende da bere, poi può salire sui mezzi di trasporto.
Immaginate di arrivare in uno qualsiasi degli aeroporti battenti bandiera britannica alle quattro del mattino, trascinando bagagli e occhiaie alla ricerca di una caffetteria in cui far colazione. Mentre voi mangerete uno smilzo cornetto e un cappuccino al sapore di sandalaccio gesuita spendendo una fortuna, nel bar di fronte troverete sempre un gruppetto di inglesi che alzeranno una pinta di pane liquido al vostro indirizzo, costata sicuramente meno della vostra miserabile colazione.
Ora cambiate gli addendi e immaginatevi su un treno per Londra, o Liverpool, o Manchester, all’alba: il risultato e la visione saranno gli stessi, con la sostituzione della pinta in favore di un four-pack di lattine in mano all’inglese e un cappuccino cartonato e una merenda plastificata per voi poveri sobri.
In ogni caso, sarete voi la stonatura lampante.
3) L’inglese non beve mai l’ultima. L’inglese va avanti finché non crepa.
Il pellegrinaggio in verità parte dalle mura domestiche, dove inizia il fenomeno del pre-loading: un’inebriante preparazione atletica per i campioni del gomito alzato.
Da un punto di vista economico, il pre-loading è la risposta della classe lavoratrice e degli studenti al carovita e ai costi esosi di una pinta al pub (tra le sei e le otto sterline); da un punto di vista sociale, si traduce in una maratona alcolica dove il podista, una volta partito, si ferma solo davanti al traguardo del coma etilico – e nonostante tutto l’inglese troverà il modo di resuscitare per riprendere la propria corsa verso glorie sconosciute. Non è raro darli per morti, inzaccherati nelle proprie deiezioni, e un secondo dopo vederli nuovamente posseduti dal morbo della sete.
4) L’inglese non smaltisce l’hangover, ci beve sopra.
Il giorno dopo l’inglese non patirà le pene dell’inferno, ma ricomincerà a bere, certo che nulla possa lenire una sbornia meglio di un’altra, possibilmente più vigorosa della precedente. In Gran Bretagna l’alcol non ha un regolatore di intensità: è un interruttore perennemente incastrato sul tasto dell’ebbrezza. In tale meccanismo difettoso, l’hangover è l’obiettivo, non un incidente di percorso, e birra, vino, e distillati sono l’olio che unge gli ingranaggi e li mantiene in un ciclo di astinenza-eccesso senza tregua.
5) L’inglese non soffre, si mantiene sedato.
C’è un momento in cui la ruota smette di girare e l’inglese scende, si ricompone, va a letto e si rialza in preda agli spasmi. Dalla sua parte ha una nazione che dispensa ibuprofene come mentine, con confezioni da sedici pastiglie a meno di un pound. Pantoprazolo, Paracetamolo, Ibuprofene, Codeina – nominate un farmaco a caso e non farete fatica a trovarlo nell’armadietto dei loro bagni. Con una manciata di sterline l’inglese può far scivolare i problemi dal fegato all’esofago e viceversa, e tornare a nuova vita in tempo record.

Il mio anno di sobrietà e oblio
A volte penso che l’inglese abbia un ritratto in soffitta che subisce l’hangover al posto suo, come in una versione depravata e viziosa di Dorian Gray. Altre volte penso che i dati parlino più di quello che mi è concesso vedere: mentre lo Stato incassa circa dodici miliardi di sterline all’anno in tasse sugli alcolici (Alcohol Duty), ne spende più del doppio per gestire i danni che ne derivano. Scomodiamo l’NHS (il sistema sanitario nazionale) con dati alla mano: sono oltre un milione i ricoveri annui in cui il bere è un fattore contribuente, e di questi circa 280.000 vedono l’alcol come causa principale, con intossicazioni acute e incidenti causati dall’ebbrezza.
Nel 2023 si sono verificati due eventi più o meno degni di nota: il primo è che ho deciso di smettere di bere dal 1 gennaio al 31 dicembre; il secondo è che in Inghilterra si sono registrati 8.274 decessi attribuibili all’abuso di alcolici, con un aumento del 63,8% rispetto al 2006 e del 4,6% rispetto al 2022. Se da un lato mi sono sentita sollevata di non rientrare in quella statistica, dall’altro posso dire di aver vissuto l’anno più produttivo della mia vita a livello di gaiezza e facoltà di intendere e volere. Non solo mi sono parzialmente disintossicata da una vita passata davanti e dietro le spine, ma sono anche riuscita a farmi un’idea più lucida della nazione che mi stava ospitando, toccando con mano il fondo di una cultura improntata sulle bevute seriali.
Nei primi cinque mesi della mia impresa disinebriante ho ricevuto occhiate furtive e pudiche al mio addome, zona in cui la mia astinenza poteva custodire il segreto della gravidanza. Da giugno in poi, quando era diventato palese che nulla si stesse muovendo in area uterina, è arrivata la preoccupazione: era chiaro che se non bevevo per fini procreativi, allora ero malata. Era fuori discussione spiegare ad amici, conoscenti, colleghi, sconosciuti, baristi che la mia era una scelta, una sfida contro me stessa e il demone della bibita, qualcosa di calcolato, voluto, di cui andare persino fieri.
Nell’agosto del mio anno di sobrietà e morigeratezza sono stata invitata a un importante festival birrario in Irlanda, dove tutto – dal viaggio all’alloggio, dalle ostriche allo champagne – era pagato dalla Compagnia, e quando sono tornata in Inghilterra affermando di non aver bevuto una singola goccia che non fosse di acqua, gli amici più cari – british purosangue, figli di generazioni di alcolisti di professione – mi hanno esautorata. Sono stata relegata, per direttissima e per affinità intellettuali e linguistiche, dal bancone al tavolo dei bambini, e da quel podio di soft drinks e salatini di quart’ordine sono arrivata a capodanno sobria e felice come non ero mai stata.
Siccome il lupo perde il pelo ma non il vizio allo scoccare della mezzanotte ho ritrovato i miei cari amici ad accogliere il mio ritorno al senno con due cocktail dalla potenza nucleare e una bottiglia magnum di Nyetimber, il vino riservato alle grandi occasioni. Potevo rifiutare? In un mondo ideale, sì. Ma nel mondo che mi ero costruita a colpi di slogan pubblicitari che incitavano al consumo – bevi questo, compra quello; l’acqua fa male la birra fa campare; dove c’è birra c’è casa; non chiamarla birra, chiamala capolavoro! – i miei buoni propositi sono andati in malora. Inutile dire che ne ho guadagnato in stima e popolarità: quelli che nei mesi precedenti mi avevano immaginata gravida, poi malata, poi mentecatta, ora elogiavano la tenacia con cui avevo resistito alle tentazioni nonostante il lavoro in birrificio, nonostante i festival all-you-can-drink, nonostante una nazione intera remasse contro le mie salubri intenzioni. Ero un’eroina, la figliola prodiga che tornava a casa e riprendeva a bere, come da copione. E avete voglia voi, con questa cornice, a chiamarla sconfitta.
Pensati sobria

Chissà come sarei oggi se avessi perpetuato il mio intento salutista, estendendolo oltre quel 31 dicembre 2023. Forse mi sarei licenziata già all’epoca, o non mi sarei licenziata affatto. Difficile dirlo con precisione – ma se fino a un mese fa avevo accesso illimitato a birre artigianali imbottigliate di fresco fuori dalla porta del mio ufficio e a sconti corposi nei locali affiliati al birrificio, oggi ho sempre meno voglia di andare a folleggiare al pub. Non sono nemmeno l’unica, a quanto pare, visto che le generazioni successive alla mia stanno invertendo le abitudini. Secondo il report Drinkaware 2025 circa il 26% dei giovani adulti della Gen Z in Inghilterra si dichiara completamente astemio. Poco importa se un’altissima percentuale di ventitreenni, in una ricerca di UCL (University College London) pubblicata a marzo 2026, ha dichiarato di aver praticato binge drinking nell’ultimo anno prima di abbracciare il trend della sober-curiosity: quello che importa è il pensiero di quel 26% che ancora resiste, che non s’infradicia né al sabato sera né in nessun’altra sera della settimana. Che considera l’alcol come un disgregatore sociale, una fonte di imbarazzo per sé e per gli altri. Ho fiducia nelle nuove generazioni, e in comunità come la Sober Girl Society, che organizza eventi senza alcol per divertirsi comunque. Un concetto presentato con colori pastello, font accattivanti, e con l’invito: «Everyone is welcome, even if you’re not sober! All we ask is that you don’t drink during the event to experience the fun you can have without booze», che per una parte della popolazione britannica resta più teorico che pratico, certo, ma a me piace pensare di partire dal potenziale della teoria, perché da qualche parte bisogna pur iniziare per sovvertire le regole.



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